Anche l’FMI taglierà le stime di crescita globale e si appella a una Fed sotto attacco

L'FMI taglierà le stime di crescita dell'economia mondiale e si appella alle banche centrali principali, specie la Federal Reserve, che in questa fase è sotto attacco da parte di diversi esponenti politici per le sue misure eccessivamente accomodanti.

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L'FMI taglierà le stime di crescita dell'economia mondiale e si appella alle banche centrali principali, specie la Federal Reserve, che in questa fase è sotto attacco da parte di diversi esponenti politici per le sue misure eccessivamente accomodanti.

Domani e dopodomani si terrà a Shanghai il G20 dei ministri finanziari, al quale parteciperà anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ieri ha anticipato il probabile taglio delle stime di crescita globale per l’anno in corso, dopo averle già ridotte dello 0,2% sia per quest’anno che per il prossimo, rispettivamente al +3,4% e al +3,5%. Secondo l’istituto di Washington, il rallentamento dell’economia mondiale sarebbe avvenuto nella parte finale del 2015, risentendo sia la minore crescita della Cina, sia le difficoltà dei mercati emergenti, i quali a loro volta sono influenzati negativamente dai bassi prezzi delle materie prime.

Per questo, l’FMI ha fatto appello alle banche centrali delle economie alle prese con la bassa inflazione di restare molto accomodanti, anche se allo stesso tempo ha avvertito che bisognerebbe allentare la dipendenza di tali economie dalla politica monetaria. Un colpo al cerchio e uno alla botte, che non si traduce certamente in un messaggio chiaro.

Appello alla Fed sui tassi USA

L’appello era rivolto specificatamente alla Federal Reserve, alla quale si chiede “prudenza”, dopo che nel dicembre scorso è stata avviata la prima stretta monetaria dal giugno del 2006 e i tassi USA sono stati alzati dello 0,25% nel range 0,25-0,50% a distanza di ben 7 anni dal loro storico azzeramento. Aldilà della confusione sul tema delle politiche monetarie, quella dell’FMI sembra a tutti gli effetti una benedizione al varo di nuovi stimoli da parte della BCE, così come una richiesta piuttosto chiara alla Fed di fermare l’aumento dei tassi, evitando così di impattare negativamente sull’economia globale, oltre che sulla propria.        

Fed sotto attacco negli USA

Se nell’Eurozona iniziano a udirsi le prime voci critiche contro la strategia adottata in questi anni dal governatore Mario Draghi, o meglio, tali critiche iniziano ad attecchire anche negli ambienti finanziari ed economici del Sud Europa, finora schierato senza se e senza ma con la linea di Francoforte, non meno difficile appare oggi la posizione di Janet Yellen, quando siamo nel bel mezzo delle elezioni primarie dei 2 schieramenti, in vista delle presidenziali di novembre.

Già a metà ottobre, il candidato repubblicano e magnate Donald Trump aveva attaccato la Fed, sostenendo che sarebbe “politicizzata”. Lo aveva fatto, per rimarcare l’anomalia di un istituto, che non alzava i tassi da 9 anni e mezzo, nonostante l’economia americana, si sottolinea, fosse solida. Non era la prima volta che la politica ultra-accomodante della Fed veniva attaccata da un qualche esponente politico di rilievo negli USA.

I precedenti del 2011-2012

Cinque anni prima ci aveva pensato un altro repubblicano, l’attuale governatore del Texas, Rick Perry, a definire l’ex capo dell’istituto, Ben Bernanke, un “assassino del dollaro”, lamentando i suoi piani di acquisti smisurati di Treasuries e bond privati, coperti dalla garanzia immobiliare. La polemica, però, finì lì. Stavolta, la Fed è molto più esposta alle critiche e di entrambi gli schieramenti. Non fosse altro, perché rispetto al 2011-2012 sono passati 4-5 anni e la politica monetaria americana non è cambiata, se non per lo zero virgola del dicembre scorso. Alla fine del 2014 sono stati sospesi gli acquisti di titoli con il QE, ma resta il fatto che oggi il bilancio dell’istituto è 5 volte maggiore a quello del 2008.        

Critiche anche da sinistra

A gennaio, un altro repubblicano, il libertario e anti-Fed Ron Paul si era fatto interprete della proposta di legge al Senato per il controllo dell’operato dell’istituto (“The Audit Fed Bill”), ma fu bocciata con 53 voti contrari e 44 favorevoli. Trump è tornato su quel voto, attaccando un suo rivale interno, Ted Cruz, reo di avere fatto mancare il suo appoggio alla proposta. Ma ciò che maggiormente colpisce è che l’eccentrico magnate immobiliarista ha dichiarato, che guardando al suo business delle costruzioni, i tassi bassi gli farebbero comodo, mentre guardando all’interesse dell’America, dubita che siano un bene, avvertendo il rischio che si stiano creando “bolle”. Da sinistra, è Bernie Sanders a criticare l’operato della banca centrale a stelle e strisce. Il candidato democratico del Vermont, considerato su posizioni socialiste e che sta rosicchiando consensi di settimana in settimana alla ex First Lady, Hillary Clinton, ha evidenziato come i 3.200 miliardi di dollari di acquisti effettuati in questi anni dalla Fed non siano soldi suoi, bensì del popolo americano, “che ha il diritto di sapere quale uso se ne faccia”. Trump e Sanders forse la pensano uguale solo su questo punto, il ché non dovrebbe lasciare dormire sonni tranquilli al governatore Yellen. Se uno dei 2 candidati arrivasse davvero alla Casa Bianca, potrebbe esserle chiesto conto di quanto fatto in questi anni. In verità, il vero problema che la prima donna a capo dell’istituto si troverebbe ad affrontare sarebbe un cambio richiesto di impostazione alla linea di politica monetaria; più radicale il cambiamento eventualmente imposto dal repubblicano, che opterebbe per una stretta più veloce e per la fine dell’era dei tassi zero e della liquidità a fiumi sui mercati. Lo stesso Sanders, da presidente, pretenderebbe un “QE per il popolo”, similmente a quanto rivendica nel Regno Unito il leader laburista Jeremy Corbyn.

       

E’ rivolta popolare contro banche centrali

Se il prossimo presidente USA fosse, invece, Hillary Clinton o un candidato dell’establishment del Partito Repubblicano, l’operato della Fed potrebbe proseguire quasi intatto, perché le posizioni più radicalmente contrarie ad esso resterebbe fuori dalla Sala Ovale. Ma l’avanzata di Trump a destra e Sanders a sinistra potrebbe essere la spia di una profonda insoddisfazione degli americani un po’ di tutte le classi sociali contro la politica di Bernanke-Yellen, che in questi anni ha azzerato il vantaggio di risparmiare, rendendoli infruttiferi, ha arricchito, invece, chi ha potuto prendere in prestito grosse scorte di liquidità da investire a Wall Street e ha solo in minima parte contribuito al miglioramento dell’economia reale, la cui situazione del mercato del lavoro è lungi dall’essere quella florida, emergente dalle statistiche ufficiali. D’altronde, se le cose stessero bene, non si capisce questo timore senza precedenti per un rialzo dei tassi di appena qualche quarto di punto.

Chi vota Trump non chiede forse per prima cosa di erigere muri al confine con il Messico, così come chi vota Sanders non aspira ad importare negli States il bolscevismo. C’è una rabbia popolare di fondo, che in America sta trovando espressione nei partiti ufficiali e che in Europa assume le vesti dei partiti populisti, data la maggiore staticità dell’establishment. E’ il dito medio rivolto alle banche centrali, di cui pochissimi stanno tenendo conto.  

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