Anche la Russia alza i tassi contro il rublo debole, incassi record per il petrolio a Mosca

Anche la Russia alza i tassi per sostenere il rublo e con il petrolio a 80 dollari avrebbe ragioni per rafforzarsi. Critiche dal governo di Mosca.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Anche la Russia alza i tassi per sostenere il rublo e con il petrolio a 80 dollari avrebbe ragioni per rafforzarsi. Critiche dal governo di Mosca.

Mossa a sorpresa della Banca di Russia, che oggi ha annunciato un rialzo dei tassi dal 7,25% al 7,50% per la prima volta dopo 4 anni, ponendo fine a un allentamento monetario che durava da inizio 2015. La mini-stretta è arrivata dopo che ieri la banca centrale turca aveva alzato a sua volta i tassi di ben 625 punti base, portandoli al 24%. L’intervento del governatore Elvira Nabiullina è stato dovuto fondamentalmente per la stessa ragione, vale a dire per contrastare la debolezza del rublo, che quest’anno ha perso il 16% contro il dollaro, nonostante dal 2 settembre scorso abbia recuperato il 2,7%. Attualmente, scambia a poco meno di 68. La crisi del rublo ha molto a che vedere con le nuove sanzioni USA comminate dall’amministrazione Trump, le quali allontanano la ricerca di una soluzione dopo le apparenti aperture della Casa Bianca dei mesi precedenti.

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A dire il vero, di ragioni per rafforzarsi il rublo ne avrebbe, al netto della stretta odierna, tra crescita economica in accelerazione negli ultimi trimestri e quotazioni del petrolio praticamente a ridosso degli 80 dollari, un fatto importante per un paese che produce quotidianamente quasi 11 milioni di barili. Ad essere sinceri, per le casse statali non potrebbe andare meglio di così. Si consideri che al cambio di circa 34 contro un dollaro e con quotazioni arrivate a 115 dollari, a metà del 2014 un barile fruttava ai produttori russi sui 3.800 rubli, mentre oggi, pur con quotazioni più basse, ma con un cambio profondamente più debole, si oltrepassano i 5.300 rubli, circa il 40% in più di 4 anni fa. Di conseguenza, Mosca può attingere a entrate fiscali maggiori grazie alla libera fluttuazione del cambio adottata dalla banca centrale dal novembre 2014, quando erano chiari i sintomi della crisi del greggio sui mercati. Non è un caso che il disavanzo fiscale si sia più che dimezzato lo scorso anno all’1,5% dal 3,4% del 2016, man mano che le quotazioni sono risalite a livelli di gran lunga superiori a quelli minimi toccati proprio due anni fa, quando sprofondarono sotto i 30 dollari.

E anche in Russia come ad Ankara, il rialzo dei tassi non è stato apprezzato dalla politica. Il premier Dmitri Medvedev aveva tuonato contro una simile prospettiva nei giorni scorsi e dal governo commentano oggi che la notizia rientri tra quelle “altamente indesiderabili”, per cui Nabiullina avrebbe sfidato le ire dell’esecutivo, anche se ad oggi ha potuto godere di un forte sostegno del Cremlino, con il presidente Vladimir Putin sceso in campo in passato per difenderla dagli attacchi della sua stessa maggioranza. L’unico rischio reale per il rublo restano le tensioni con l’Occidente, mentre l’accordo con l’Arabia Saudita per contenere la produzione globale di greggio sembra reggere anche per i prossimi mesi, sebbene anch’esso sia incerto nella sua durata.

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Argomenti: Altre economie, Crisi russa, economie emergenti, quotazioni petrolio, valute emergenti

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