America contro il “buyback”: il riacquisto delle azioni proprie indispettisce il Congresso

L'America si rivolta bipartisan contro il "buyback", il riacquisto delle azioni proprie a Wall Street. Eppure, non è detto che le alternative siano davvero migliori.

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In tempi di “shutdown”, con repubblicani e democratici impegnati a farsi la guerra su ogni virgola che possa dividere l’opinione pubblica americana, non potevamo certo aspettarci che due delle personalità politiche più influenti e al contempo più lontane tra di loro al Congresso la pensassero allo stesso modo su un fenomeno che da anni è sotto le lenti di analisti finanziari ed economisti: il “buyback”, cioè il riacquisto delle azioni proprie da parte delle società quotate a Wall Street.

Bernie Sanders, il candidato democratico che sfidò inutilmente Hillary Clinton alle primarie del 2016, viene spesso definito con l’aggettivo “socialista”, che in America equivale all’insulto, persino tra i liberal. Non stupisce, quindi, che il senatore del Vermont abbia presentato una proposta per limitare il buyback azionario, richiedendo alle società di adempiere prima ad azioni come l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il pagamento di almeno 6 giorni di malattia durante l’anno e il miglioramento delle pensioni in favore dei dipendenti.

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Quello che non ci aspettavamo, invece, è che anche il senatore repubblicano Marco Rubio, che rappresenta l’ala pro-business più veemente tra i repubblicani – in Italia, lo definiremmo “ultra-liberista” – concordi nel dare una stretta al buyback, che lo scorso anno tra le società dell’S&P 500 ha consistito in riacquisto di azioni proprie per un controvalore di 800 miliardi di dollari. C’è un dato che ha allarmato proprio il senatore di origini cubane, tra i maggiori sostenitori della linea dura contro il regime comunista nell’isola e quello di Nicolas Maduro in Venezuela: tra il 2006 e il 2015, si calcola che le 459 società costantemente parte del listino abbiano speso 3.900 miliardi per il buyback, pari al 54% dei relativi utili. Tenendo conto che i dividendi abbiano ammontato nel decennio per il 40%, si otterrebbe che le imprese avrebbero destinato agli investimenti qualcosa come appena meno del 10%. Troppo poco.

L’attacco bipartisan al buyback

E Rubio va giù duro su Twitter, chiarendo di essere sempre a favore del libero mercato, ma considerando un non argomento quelle delle società interessate, che spiegano di non avere alternative valide per gli investimenti.

“Potrei capire per un certo periodo, ma non tutti gli anni e un po’ per tutte le società”, scrive sul suo profilo social. Rubio propone soluzioni assai diverse da quelle di Sanders: tassare il buyback come i dividendi, così da ridurre le distorsioni fiscali. Sul punto, quali che siano le idee a tal proposito, bisogna ammettere che qualche ragione il repubblicano ce l’abbia. Ad oggi, i dividendi in America vengono tassati al pari degli altri redditi non finanziari, cioè con aliquota massima del 39,6%. Invece, il cash ottenuto dall’azionista per le azioni riacquistate dalla stessa società emittente sconta un’imposta solo del 20%.

Rubio vorrebbe alzare quest’ultima, ma ha chiarito che la proposta riguarderebbe solo i proventi del buyback, non i capital gain in generale, sull’assunto che i primi siano del tutto equiparabili ai dividendi, creando valore per l’azionista. In effetti, accade che spesso i board delle società decidano di premiare gli azionisti attraverso il buyback, anziché innalzando la quota di dividendi da distribuire o “pay-out”. Così facendo, infatti, su 100 dollari spesi, ai diretti interessati andranno 80 dollari al netto delle tasse, mentre i dividendi netti scendono fino a un minimo di 60 dollari.

Qual è il timore di parti trasversali del Congresso USA? Che le società americane stiano investendo poco, creando meno posti di lavori di quelli che sarebbero possibili. Insomma, starebbero “sprecando” denaro per scopi non produttivi. E se nel 2018 il presidente Donald Trump ha tagliato le tasse per 1.500 miliardi di dollari, lo ha fatto per accrescere i posti di lavoro e gli investimenti, cioè per fare l’“America great again”. Ma davvero la prima economia mondiale soffre di sotto-investimenti? Rispetto agli utili maturati dalle società dell’S&P 500, la quota destinata sarebbe stata del 30% e già questo dato smentisce quello di cui sopra e all’origine delle preoccupazioni dei politici americani.

E nei 12 mesi al 30 settembre scorso, complessivamente le imprese americane risultano avere investito 2.400 miliardi, qualcosa come circa il 12% del pil e oltre il 20% in più di quelli effettuati nell’Eurozona, anche se in rapporto al pil risultano essere stati inferiori di circa il 2,5%.

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Davvero il buyback è un male?

Tornando alla storia che meno di un decimo dei profitti verrebbe realmente investito in America, l’errore commesso è di base: il buyback viene solo parzialmente finanziato dai dividendi, mentre per il 56% nel 2018 è stato sostenuto dal ricorso all’indebitamento. Dunque, il vero problema sarebbe semmai un altro: le imprese americane s’indebiterebbero per distribuire liquidità ai soci. Perché? Cercano di attirare capitali in un mondo in cui i flussi si spostano anche piuttosto velocemente laddove esistono opportunità di remunerazione più veloci.

Del resto, non sarebbe nemmeno vero che il buyback alzerebbe artificiosamente i prezzi delle azioni. A fronte della riduzione del flottante, bisogna tenere conto dell’aumento spesso più che proporzionale delle azioni di nuova emissione, anche in conseguenza della conversione delle obbligazioni. Inoltre, il cash detenuto in quantità spesso ingenti, come nel caso di Apple, che è arrivata a sfiorare i 300 miliardi di dollari, segnala la carenza di investimenti alternativi ritenuti validi o sufficientemente proficui, dati i rischi. Potremmo mai costringere un’azienda privata a investire, anche se essa ritenesse che non abbia senso economico? E, soprattutto, siamo sicuri che spingerla a investire sia una soluzione preferibile al buyback? Alla base di questa richiesta, vi sono aspettative poco concrete. Si presume, ad esempio, che gli investimenti vadano effettivamente a beneficiare l’economia, traducendosi in acquisti di beni durevoli come macchinari, ricerca e sviluppo, etc.

Non siamone così certi. In fondo, il buyback si traduce in liquidità per milioni di americani, i quali la utilizzeranno in parte per consumare, reinvestire e risparmiare, creando posti di lavoro e benessere. Se un’azienda si trovasse dinnanzi alla costrizione di impiegare la sua liquidità, anziché puntare su investimenti attesi poco o affatto remunerativi, finirebbe per aumentare i bonus ai dirigenti o, se passasse la soluzione Sanders, si troverebbe obbligata ad alzare gli stipendi orari, ma con la conseguenza di tagliare i posti di lavoro su pressione degli azionisti.

Inoltre, quand’anche sovra-investisse su impulso dello stato, finirebbe per creare le condizioni per una crisi di sovrapproduzione futura, visto che gli investimenti significano nuova offerta di beni e servizi nei mesi e anni successivi. E la Cina insegna che quando le aziende (sovra-)investono solo su pressione pubblica, finiscono per trovarsi nella necessità di dare sfogo alla sovrapproduzione con le esportazioni, deprimendo i mercati esteri. Piaccia o meno, lasciamo che siano i dirigenti a scegliere cosa fare con la liquidità societaria disponibile. Se facessero male, ci penserebbero gli azionisti a cacciarli.

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