Aumentano le tasse sulle rendite finanziarie? Ecco cosa nasconde il Job Act

Il Job Act prevederà un aumento delle tasse sulle rendite finanziarie, a copertura dell'abbassamento della tassazione sul lavoro e le imprese. Ma il provvedimento sarebbe un buco nell'acqua.

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In arrivo una nuova stangata contro le rendite finanziarie. L’accanimento in questi ultimi anni contro i profitti derivanti dall’investimento del risparmio è evidente e pur non avendo prodotto minimamente il gettito previsto, il governo Letta potrebbe proseguire nella strada imboccata un paio di anni fa dal predecessore Prof.Mario Monti. E’ stato il segretario del PD, Matteo Renzi, ad annunciare ieri che con il “Job Act”, il piano il rilancio dell’economia e dell’occupazione, ci sarà un aumento delle imposte sulle rendite finanziarie, per impedire che le misure necessarie a favorire la ripresa incidano sulla spesa pubblica.

Ma, ha spiegato, a patto che le risorse siano impiegate equamente nella riduzione delle tasse sul lavoro e sull’impresa, iniziando dall’Irap.

Dunque, ancora una volta le rendite finanziarie tornano nel mirino del governo nel tentativo disperato di ricavarvi un gettito minimo e necessario a limare i conti pubblici. Perché anche solo ipotizzare che la maggiore tassazione sulle rendite possa essere sufficiente o quanto meno visibile per la copertura dell’abbattimento della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese sarebbe un esercizio semplicemente ridicolo. Le due basi imponibili sono profondamente diverse. 

Attualmente, i guadagni da capitale sono tassati al 20%, con l’eccezione di quelli realizzati con i titoli di stato, che godono della più favorevole aliquota del 12,5%.

Non è semplice operare un confronto con la tassazione delle rendite finanziarie all’estero, perché le normative sono disomogenee e le modalità diverse anche all’interno dello stesso paese, in base spesso alla tipologia di rendita da tassare.

Se il 20% potrebbe sembrare un’aliquota inferiore a quella applicata in altri paesi europei, non dimentichiamoci che l’Italia è tra i pochissimi stati ad applicare insieme alla Francia una tassa sulle transazioni finanziarie, una sorta di Tobin Tax dall’esito a dir poco inconcludente, se è vero che, introdotta appena 10 mesi fa, essa ha prodotto solo un tracollo del numero degli scambi di azioni e obbligazioni, mentre il gettito si è attestato a un quinto del previsto sul 2013, appena 200 milioni contro il miliardo stimato dal governo.

Quand’anche la maggiore tassazione delle rendite portasse a un extra-gettito di qualche miliardo di euro, questo sarebbe del tutto inadeguato a coprire qualsivoglia taglio del cuneo fiscale o dell’Irap. Si pensi, ad esempio, che il maggiore onere delle imposte sul lavoro è stimato in 45 miliardi di euro, rispetto all’economia tedesca, la quale già non gode certo di aliquote propriamente basse. E l’Irap vale da sola intorno ai 35 miliardi, di cui almeno 12 relativi all’indetraibilità del costo del lavoro.

Non solo non si sortirebbe l’effetto sperato, quindi, ma una stangata sulle rendite finanziarie potrebbe mettere in fuga i capitali dall’Italia e da Piazza Affari, quando avremmo bisogno, al contrario, di un flusso in entrata. 

Come per la Tobin, siamo di fronte allo stesso esercizio demagogico, per cui con la scusa della lotta alla ricchezza parassitaria o alla speculazione, si propinano provvedimenti dissennati e senza riscontro storico in patria o all’estero.

 

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