Amazon va a gonfie vele, ma in America ha un grosso problema politico

Bernie Sanders attacca Amazon sugli stipendi dei dipendenti, mentre Donald Trump se la prende con Google sulla presunta censura dei suoi discorsi. La Silicon Valley fa paura alla politica.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Bernie Sanders attacca Amazon sugli stipendi dei dipendenti, mentre Donald Trump se la prende con Google sulla presunta censura dei suoi discorsi. La Silicon Valley fa paura alla politica.

Ha chiuso il secondo trimestre con ricavi per 52,9 miliardi di dollari, in crescita su base annua del 39,3%, esitando un risultato netto positivo di 2,5 miliardi. A Wall Street, capitalizza quasi 943 miliardi e, pertanto, sembra destinata ad essere la seconda società quotata in borsa nel mondo a potere presto sfondare la barriera del trilione di dollari, dopo che poche settimane fa è riuscito ad Apple. Amazon, la creatura di Jeff Bezos, colosso mondiale delle vendite online, è in ottima salute, eppure ha un problema non indifferente in patria: la politica. Il magnate è l’uomo più ricco del pianeta con un patrimonio stimato in 159 miliardi di dollari, ma non gode di grande popolarità tra i politici americani.

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Il presidente Donald Trump è un suo acerrimo avversario e lo accusa costantemente di utilizzare il Washington Post per attaccare la Casa Bianca. In effetti, il quotidiano rilevato da Bezos nel 2013 è considerato tra i principali mezzi di informazione palesemente ostili al tycoon. E non a caso, proprio quest’ultimo ha lamentato nei mesi scorsi che Amazon danneggerebbe i piccoli negozi dell’America e sfrutterebbe il suo dominio sul mercato retail per scaricare i costi sui contribuenti. Come? Pagando i francobolli alla Ups, il servizio postale pubblico americano, meno di quanto dovrebbe.

Amazon non ha replicato mai direttamente a Trump, anche se avrebbe buon gioco a fargli notare come non sarebbe affatto obbligata a spedire i prodotti ai clienti con Ups, potendo benissimo avvalersi di uno dei corrieri concorrenti. Il punto semmai è un altro: il gigante della rete è finito da tempo nell’occhio del ciclone per la sua presunta politica discriminatoria nei confronti di chiunque venga percepito come un ostacolo alla sua crescita vigorosa. E una grana ancora più difficile da schivare per Bezos è arrivata negli ultimi tempi dai banchi opposti a quelli in cui siede la maggioranza pro-Trump al Congresso. Adesso, è Bernie Sanders ad attaccarlo a testa bassa.

L’attacco di Sanders ad Amazon

A luglio, l’ex sfidante di Hillary Clinton alle elezioni primarie del Partito Democratico nel 2016 aveva notato come il patrimonio di Bezos risultasse cresciuto di 275 milioni di dollari al giorno nei primi 4 mesi dell’anno, mentre i suoi dipendenti sarebbero “alla fame”. Lo stesso concetto, maggiormente argomentato, è stato esplicitato nei giorni scorsi su Facebook, dove sempre il socialista di Vermont – si definisce con un aggettivo, che in America equivale generalmente a un insulto – ha proposto di far pagare ad Amazon il costo dell’assistenza sociale garantita ai suoi dipendenti sottopagati, attraverso una tassa pari al 100% di tale importo. Secondo Sanders, molti lavoratori del colosso americano usufruiscono di programmi come sussidi alimentari (“food stamps”) o SNAP (“Supplementary Nutrition Assistance Program”), non essendo le loro retribuzioni in grado di garantire loro un livello minimo di sussistenza.

Per tutta risposta, Amazon ha replicato che si tratterebbe di informazioni non corrispondenti al vero, sostenendo che tra retribuzioni, incentivi, piani azionari e lezioni, il compenso orario erogato ai dipendenti sarebbe di non meno di 15 dollari e notando come coloro che, pur lavorando alle proprie dipendenze, devono fare richiesta di assistenza pubblica sarebbero lavoratori part-time o che che risultano occupati per poco tempo. Sanders non si è perso d’animo e ha invitato sul social i dipendenti del gruppo a pubblicare le loro testimonianze, ricevendo centinaia di risposte, seppure poche realmente attinenti ed esaustive.

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La Silicon Valley fa paura

Attenzione, perché non solo Amazon si trova nel mirino della politica a stelle e strisce. Google, reduce da una multa da 4,3 miliardi di euro comminata dalla Commissione europea per “abuso di posizione dominante”, è stata accusata da Trump di discriminare i contenuti favorevoli ai conservatori, non sponsorizzando, ad esempio, il suo discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso anno e di quest’anno, contrariamente a quanto aveva fatto in favore del predecessore Barack Obama tra il 2012 e il 2016. Alphabet, la società che controlla il motore di ricerca, ha risposto che ciò sarebbe falso, in quanto il discorso “censurato” di Trump sarebbe stato, in verità, indirizzato al Congresso e, così come per Obama, non è stato messo in risalto. In verità, avrebbe potuto replicare semplicemente che, in qualità di società privata, potrebbe decidere in maniera anche del tutto arbitraria cosa pubblicare ed evidenziare o meno.

In effetti, questo sembra il vero tema: i colossi della Silicon Valley dominano in misura preponderante i mercati in cui operano e risultano determinanti nel veicolare contenuti e agevolare la libertà di espressione. Per questo, vengono considerati come se fossero enti pubblici, obbligati a perseguire un pari trattamento per tutte le opinioni e di offrirle al pubblico senza alcuna inclinazione tendenziosa. Sarebbe, però, come pretendere che un quotidiano riportasse asetticamente le informazioni e desse pari spazio a tutte le opinioni su un dato tema. Perché per Google, Facebook, Twitter, etc., dovrebbe essere diverso? Semplicemente, perché fanno paura le loro dimensioni gigantesche. Se uno di questi colossi si schierasse apertamente in favore o contro un governo, un candidato o una parte politica, ciò avrebbe effetti enormi sulla libera circolazione delle idee, visto che sarebbero censurati o certamente discriminate tutte le posizioni in contrasto, cosa che accadrebbe anche oggi, a dire il vero, attraverso l’uso di algoritmi dagli obiettivi in gran parte ignoti al pubblico e che fanno sì che certi contenuti figurino in primissima posizione nelle pagine di ricerca, mentre altri finiscano molto dietro, praticamente senza possibilità di competere alla pari con i primi.

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Che si tratti di retribuzioni o di censura vera o presunta, il problema è un altro: stiamo affidando una fetta crescente dell’economia e della stessa informazione mondiale in mano a pochissimi giganti della rete, in sé non tenuti a rispettare criteri di equità nella scelta dei contenuti, ma che proprio per questo iniziano a terrorizzare politici e fette crescenti dei poteri economici. Per impedire che si realizzi il tetro scenario di un mondo a uso e consumo di pochi, servirebbe una concorrenza accesa nel vasto mondo di internet. Ma la forza di questi colossi sta proprio nell’eliminare ogni forma di concorrenza per emergere. E così, Amazon distrugge supermercati e negozi fisici, potendo così imporre le proprie condizioni retributive ai dipendenti e commerciali a fornitori, venditori sul suo “marketplace” e clienti.

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump, Social media e internet