Amazon: il racconto choc sulle condizioni dei lavoratori, altro che Prime

Amazon festeggia i 100 milioni di utenti Prime, ma la realtà della gig economy sembra molto diversa.

di Chiara Lanari, pubblicato il
Amazon festeggia i 100 milioni di utenti Prime, ma la realtà della gig economy sembra molto diversa.

Amazon festeggia i 100 milioni di utenti che hanno acquistato il servizio Prime, quello che consente spedizioni in 2 giorni gratuite e illimitate e permette anche di fruire di contenuti video e musica. Lo stesso servizio per cui era scattata la polemica in Italia per l’aumento dei prezzi. Mentre negli Usa costa 99 dollari l’anno, in Italia il prezzo è salito a 36 euro.

Amazon festeggia, un fatturato in crescita e Bezos sempre più ricco

In una lettera agli azionisti, che Jeff Bezos invia ogni anno dal 1997, il ceo ha ribadito che Amazon Music conta decine di milioni di clienti paganti e che il 2017 per il colosso dell’e-commerce è stato un anno unico in cui metà dei pezzi venduti  proveniva da rivenditori terzi, oltre a specificare che nel 2017 Amazon ha spedito oltre 5 miliardi di articoli con Prime in tutto il mondo.

Jeff Bezos avrebbe portato a casa 1,7 milioni di dollari nel 2017, ben 59 volte in più rispetto al salario di un dipendente che sarebbe mediamente di 28.446 dollari, contro i 240mila di Facebook e i 160mila di Twitter. La differenza sostanziale si basa sul fatto che Amazon assume sempre più operai e magazzinieri, figure pagate meno rispetto a quelle specializzate nell’head quarter di Seattle. Il colosso conta 560 mila dipendenti e i suoi progetti sembrano sempre più ampi. Bezos avrebbe ribadito di voler permettere ai membri Prime di avere vantaggi nei supermercati, una risposta quasi piccata alle accuse del Presidente americano secondo cui Amazon avrebbe fatto perdere soldi alle Poste statunitensi. E i numeri sembrano parlare: le azioni sono salite fino al 69%.

La triste verità della gig economy

Mentre il colosso festeggia, la realtà per i lavoratori Amazon e della gig economy sembra ben diversa. Grazie al reportage del giornalista inglese James Bloodworth, che per 6 mesi si è finto un dipendente Amazon lavorando in un magazzino britannico, sono venuti alla luce aspetti che possono essere tranquillamente definiti oscuri. Il giornalista ha lavorato in incognito in uno dei mega-depositi Amazon del Regno Unito e poi come tassista per Uber per portare alla luce verità che pochi sanno sui lavoratori a chiamata, a zero ore, un lungo racconto poi pubblicato nel libro Hired.

Il giornalista ha raccontato al The Sun di come un semplice ritardo di un minuto equivalga ad un punto in meno, punteggio che porterebbe dritto al licenziamento una volta raggiunto il numero 6. Anche stare male, a letto a casa con la febbre, significa 5 punti sul cv, con il rischio licenziamento ad un passo. La gig economy viene totalmente analizzata nei suoi aspetti negativi dal giornalista inglese, che racconta di come porti a situazioni deprimenti, stress e una vita al limite in cui per ogni lavoratore ogni minuto passato a lavorare potrebbe essere l’ultimo. Nessun preavviso e la soglia di povertà sempre li davanti che aspetta intrepida. Addirittura anche andare in bagno potrebbe costare il lavoro, tutto questo perché solo per raggiungerlo servono almeno 7 minuti a piedi considerando l’immensità di quei magazzini oscuri.

Non c’è neppure tempo per un caffè, ha sottolineato Bloodworth che ha raccontato l’esperienza nei magazzini Amazon come una delle peggiori: controlli continui sulla produttività, contratti mai fatti vedere, un sistema a punti che rischia ogni volta di portare al licenziamento facile, un magazzino simile ad una prigione con metal detector e una paga da 7 euro l’ora. E poi c’è la storia più inquietante, quella dei dipendenti costretti ad urinare nelle bottiglie per non intaccare gli obiettivi richiesti o per la paura di essere puniti. “La gente si limitava a fare pipì nelle bottiglie perché viveva nella paura di essere punita per via del ‘tempo di inattività’ e di perdere il lavoro solo perché aveva bisogno del bagno” ha raccontato. C’è poi chi per essersi ammalato si è visto addebitare punizioni.

Esperienza simile avuta dallo stesso giornalista nel call center della Admiral o da Uber dove si hanno solo 15 secondi per accettare una corsa e tutto è appeso ad un algoritmo.

Da parte sua, il colosso americano avrebbe respinto in parte le accuse con una nota inviata a Businnes Insider in cui precisa che “Amazon si impegna per assicurare di fornire un ambiente eccezionale per tutti i nostri dipendenti e lo scorso mese è stato nominato da LinkedIn come il settimo posto più ricercato per lavorare nel Regno Unito e si è classificato al primo posto negli Stati Uniti.”

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Argomenti: Economia Europa, Economia Italia, Inchieste alimentari e scandali economici