Altri segnali negativi per l’economia in Germania. E l’erede di Frau Merkel dice “nein” a Macron

La crescita economica della Germania rallenta ancora e il governo tedesco taglia le stime sul pil per la seconda volta in due mesi. E la delfina di Frau Merkel avverte Macron: niente centralismo europeo.

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La crescita economica della Germania rallenta ancora e il governo tedesco taglia le stime sul pil per la seconda volta in due mesi. E la delfina di Frau Merkel avverte Macron: niente centralismo europeo.

E’ sempre più rischio recessione in Germania, dove il quotidiano economico Handelsblatt, citando una fonte interna al ministero delle Finanze, ha pubblicato la notizia che il governo tedesco avrebbe rivisto al suo interno al ribasso le stime sulla crescita del pil di quest’anno per la seconda volta in due mesi. Adesso, Berlino si attende un aumento del prodotto interno lordo reale di appena lo 0,8%, giudicando “plausibile” la stima dell’OCSE di una crescita dello 0,7%, giù dall’1,6% atteso in precedenza.

Il governo tedesco aveva già rivisto a gennaio il dato per il 2019 dall’1,8% iniziale all’1%. Il pil in Germania si è contratto dello 0,2% nel terzo trimestre del 2018, sebbene sia rimasto invariato nel trimestre successivo, schivando formalmente la recessione, che si ha tecnicamente quando si contrae per due trimestri consecutivi su base congiunturale.

Tuttavia, i segnali di questi primi mesi dell’anno appaiono negativi per la prima economia europea. Oggi, ad esempio, l’istituto federale statistico Destatis ha pubblicato il dato sulla produzione industriale di gennaio, in calo dello 0,8% rispetto a dicembre e del 3,3% su base annua. Nel mese precedente, si era registrata una crescita su novembre dello 0,8% (rivisto da -0,4%) e un calo annuo del 2,7%. E anche la bilancia commerciale tedesca, delizia dell’ultimo decennio, mostra qualche affanno. Resta molto positiva a gennaio con un attivo di 18,5 miliardi di euro, ma inferiore ai 19,9 miliardi di dicembre. Nel dettaglio, invariate le esportazioni su base mensile, mentre aumentano le importazioni dell’1,5%.

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Il sostegno alla domanda interna

Tra i fattori citati dal governo per giustificare la nuova revisione non ufficiale al ribasso per il pil ci sono le tensioni commerciali, la Brexit e i rischi finanziari in Italia. In effetti, non sembra che la Germania stia rallentando per dinamiche interne. La domanda resterebbe solida, come segnala anche il dato positivo sulle importazioni, giovandosi di un mercato del lavoro in piena occupazione. A creare preoccupazione è la produzione rivolta alle esportazioni, data la peggiore congiuntura internazionale, complici le tensioni tra USA e Cina sui dazi.

Né si può affermare che il governo federale stia ignorando i consumi interni, se è vero che è stato appena siglato un accordo con i rappresentanti sindacali di ben 3,3 milioni di dipendenti pubblici (statali e delle amministrazioni locali, esclusi quelli dell’Assia), in base al quale gli stipendi verranno aumentati dell’8% entro i prossimi 33 mesi. E per evitare che la crescita percentuale non sia adeguata in valore assoluto per le fasce di reddito più basse, si è fissato in 240 euro al mese l’aumento minimo delle retribuzioni. Gli aumenti saranno ancora più consistenti nei comparti sanità e scuola.

La Germania può permettersi simili rinnovi contrattuali nel Pubblico Impiego, dato lo stato di grazia dei suoi conti pubblici, in attivo sin dal 2014, grazie ai quali il rapporto tra debito e pil è sceso da un massimo dell’82% nel 2012 a uno atteso inferiore al 60% per quest’anno. In sostanza, stato e Laender dispongono di cuscinetti fiscali con cui reagire al rallentamento economico, nel caso in cui degenerasse in una vera e propria recessione. A differenza degli altri stati europei, poi, Berlino paga mediamente intorno allo zero il debito che emette, riuscendo persino a guadagnarci con rendimenti negativi su scadenze fino ai 7-8 anni.

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I rischi politici interni

In realtà, i rischi politici di cui parla ufficiosamente il governo e che starebbero pesando sulla debole performance economica della Germania non sarebbero riconducibili solo all’estero. Le tensioni nella maggioranza sono state forti nel corso di tutto il 2018 e hanno paralizzato l’agenda federale, con i due schieramenti principali ad essere crollati nei consensi ai minimi da 80 anni a questa parte. La cancelliera Angela Merkel, che era riuscita a formare il suo quarto governo dopo ben 6 mesi di estenuanti trattative prima con liberali e Verdi e successivamente con i socialdemocratici dell’SPD, ha dovuto rinunciare a ricandidarsi per la segreteria del suo partito – la CDU – dopo 18 anni di reggenza.

Al suo posto, ha vinto per un soffio la delfina Annegret Kramp-Karrenbauer, nota anche con l’acronimo AKK o “mini Merkel”, la quale sta cercando di ritagliarsi uno spazio di manovra tra la vecchia leader e le voci critiche nel centro-destra sempre più diffuse.

Nel fine settimana, AKK ha rilasciato un’intervista molto interessante sull’Europa, replicando alla richiesta del presidente francese Emmanuel Macron di istituire un ministro del Tesoro unico e un bilancio comune nell’Eurozona. La donna ha spiegato che “il centralismo e lo statalismo europei, così come la condivisione dei debiti, l’europeizzazione dei sistemi sociali e un salario minimo legale sarebbero soluzioni sbagliate”. Invece, ha sostenuto la necessità di difendere i confini esterni, facendo in modo che lo stato che fa di più in questo campo ottenga di fare di meno in altri campi.

Quelle di AKK non sono riflessioni inattese, ma dopo la firma del Trattato franco-tedesco si pensava che in Germania si fossero messe un po’ a tacere le voci più critiche verso i propositi di riforma dell’Eliseo, mentre queste dichiarazioni evidenziano come non sia così, almeno nel fronte conservatore. La Germania non accetta alcuna ipotesi di mutualizzazione fiscale e bancaria, temendo di dovere spendere i soldi dei propri contribuenti per assistere i conti pubblici e le banche degli altri stati, specie del sud. Nessuna apertura a Macron, insomma, che continua a sperare di spingere Berlino ad appoggiarlo nel suo ambizioso progetto di ulteriore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali alle istituzioni centrali europee.

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Il ruolo chiave delle elezioni europee

La Germania corre per ricoprire la prossima presidenza della Commissione UE con il candidato del PPE, il bavarese Manfred Weber, vicino alla cancelliera. Per questo, dovrebbe rinunciare alla guida della BCE, per la quale sperava fino a qualche mese fa il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, fresco di un secondo mandato ricevuto a capo dell’istituto tedesco.

A questo punto, Berlino dovrà decidere, al più tardi subito dopo le elezioni europee, se appoggiare uno dei candidati francesi ufficiosi – il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, il consigliere esecutivo Benoit Coeuré e, si vocifera, il direttore generale dell’FMI, Christine Lagarde – o l’ex governatore finlandese, Erkki Likanen, esponente del Partito socialdemocratico, dato come molto papabile.

La scelta di puntare sulla Commissione, dopo che per anni i tedeschi hanno mostrato insofferenza verso l’allentamento monetario di Mario Draghi, sarebbe il frutto di un preciso convincimento a Berlino, vale a dire che la Germania potrà fare la vera differenza a Bruxelles, anziché a Francoforte. Infatti, su tassi e stimoli l’Eurotower sarà costretta a decidere sulla base dell’andamento dei dati macro, per cui il raggio di manovra appare limitato per il prossimo governatore, mentre non sarà così nell’ambito fiscale, con il successore di Jean-Claude Juncker a potere imprimere una svolta più rigorista sui conti pubblici, contrariamente alla percepita eccessiva politicizzazione che la Commissione uscente avrebbe dato all’analisi dei bilanci nazionali.

Forse, non a caso l’Italia ha aperto poche settimane fa clamorosamente a Weidmann per il dopo-Draghi, nel tentativo probabile di riscuotere un credito, che farebbe valere al tavolo delle trattative per la formazione della prossima Commissione. Più importante che mai sarà per il nostro Paese ottenere la nomina di un commissario economico, altrimenti saremmo tagliati del tutto fuori dalla gestione dei dossier relativi alla politica fiscale e monetaria, una volta che il mandato di Draghi sarà scaduto. E qui, Matteo Salvini punterebbe all’asse con Weber per ribaltare le alleanze a Strasburgo e spingere il PPE a guardare ai “sovranisti” e non più ai socialisti. Molto, se non tutto, dipenderà dai risultati elettorali, oltre che dai movimenti già in atto dentro i grossi schieramenti, come la possibile fuoriuscita del premier ungherese Viktor Orban dal PPE per andare a finire tra i banchi delle formazioni di centro-destra meno euro-entusiaste. E’ su questi equilibri fragili e in mutevoli che l’Italia dovrà sperare di contare politicamente in Europa dopo il 26 maggio.

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