Alle origini della crisi turca: niente complotto contro Erdogan, ma politiche suicide

Ecco i mali di cui soffre l'economia turca, che hanno provocato il crollo della lira nelle ultime sedute. Il presidente Erdogan dovrebbe prendersela con sé stesso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco i mali di cui soffre l'economia turca, che hanno provocato il crollo della lira nelle ultime sedute. Il presidente Erdogan dovrebbe prendersela con sé stesso.

Tanto tuonò che piovve. Non si contano i moniti del Fondo Monetario Internazionale negli ultimi anni all’indirizzo di Ankara, affinché si ponessero termine ad alcuni squilibri macroeconomici evidenti. La lira turca quest’anno ha perso il 45% contro il dollaro e venerdì scorso in una sola seduta è colata a picco, crollando fino a un massimo del 20% sull’annuncio del presidente americano Donald Trump del raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio esportati dalla Turchia verso gli USA. Il presidente Erdogan ha per tutta risposta parlato di “guerra economica” mossa dall’esterno contro il suo paese, ma a dire il vero non dovrebbe che biasimare sé stesso per come ha gestito l’economia negli ultimi anni.

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A cosa si deve il crollo della lira turca? Essenzialmente, all’accumulo di squilibri che vanno avanti da sin troppo tempo. Prendiamo la bilancia commerciale: nell’ultimo decennio, ha chiuso in rosso per la media di quasi il 9% del pil all’anno, ovvero le imprese turche hanno esportato di gran lunga in meno di quanto non abbiano importato. Gli afflussi dei capitali non hanno affatto compensato tale disavanzo, visto che le partite correnti mostrano un saldo medio passivo dal 2008 di oltre il 5% del pil. Che cosa significano questi dati? Che la domanda di valuta estera (dollari, euro, sterline, etc.) ha costantemente superato l’offerta della stessa. Inevitabile il crollo del cambio, che nell’ultimo decennio è stato pari all’80%.

Tutto ciò si è tradotto essenzialmente in elevata inflazione. Dal 2008 al 2017, quella cumulata è stata di ben il 125%, corrispondente a una media annua dell’8,4%, ben al di sopra del target del 5% fissato dalla banca centrale. I tassi sono stati evidentemente insufficienti a garantire la stabilità dei prezzi, tanto che a giugno la crescita annua di questi ultimi è stata di quasi il 16%, segno anche che la crescita del pil alla media del 5% all’anno non sarebbe sostenibile, in quanto gonfiata dai debiti, specie contratti in valuta estera, i quali sono aumentati dal 2008 a un ritmo ancora superiore, passando da 265 a 467 miliardi di dollari, +75%. Inevitabile l’assottigliamento delle riserve valutarie. Formalmente, sono passate da 110 a oltre 130 miliardi di dollari, ma il +20% non deve confondere, perché frutto del -80% subito dalla lira turca contro il dollaro e dalla decuplicazione delle quantità di oro acquistate dalla banca centrale. Al netto di tali considerazioni, il loro livello risulterebbe diminuito dei due terzi, conseguenza proprio dell’eccesso di importazioni.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Crisi turca, economie emergenti, lira turca, valute emergenti