Allarme spread: perché per l’Italia e l’euro non sarebbe un altro 2011, ma molto peggio

Qualcuno a Bruxelles e Roma s'illude che scontrarsi con il governo giallo-verde possa portare bene agli europeisti, mentre in prospettiva avanza solo uno scenario peggiore del 2011.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Qualcuno a Bruxelles e Roma s'illude che scontrarsi con il governo giallo-verde possa portare bene agli europeisti, mentre in prospettiva avanza solo uno scenario peggiore del 2011.

Lo spread a 300 punti base è realtà. I nostri titoli di stato a 10 anni viaggiano ormai al 3,4%, praticamente 10 volte al di sopra i livelli degli omologhi Bund. Nessun bond dell’Eurozona offre così tanto sul mercato secondario, all’infuori della Grecia. E persino le distanze con Atene si sono molto assottigliate, se è vero che i decennali ellenici rendono appena 90-95 punti base in più dei nostri BTp. La tensione tra Roma e Bruxelles è alta sulla manovra di bilancio dell’Italia, che ha fissato per il prossimo biennio un deficit al 2,4% del pil. Ieri, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha parlato della necessità di mostrarsi rigidi con il nostro Paese, sostenendo che altrimenti a rischio vi sarebbe la tenuta dell’euro. Cosa assai peggiore, ha accostato il nome dell’Italia alla Grecia, facendo intendere che il nostro Paese rischia una crisi simile.

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Il ricordo del 2011 non è lontano e, anzi, è rimasto fervido nelle menti di 60 milioni di italiani, che ancora oggi pagano le conseguenze delle tensioni finanziarie esplose dopo che in Europa dovettero essere salvati nell’ordine Grecia, Irlanda e Portogallo e che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel novembre di quell’anno.

Sarebbe peggio del 2011

Non da oggi si parla di spettro di un nuovo 2011, anche se la storia quasi mai si ripete in maniera identica. E, infatti, nemmeno stavolta sarebbe così, solo molto peggio. Quando 7 anni fa si arrivò alla famosa fiammata dello spread fino a 576 punti base sulla scadenza a 10 anni, l’Italia versava in condizioni economiche e finanziarie migliori di oggi, non peggiori. Il rapporto tra debito pubblico e pil stava ancora sotto il 120%, il tasso di disoccupazione era meno del 9%, quella giovanile si aggirava intorno al 25%, mentre il deficit risultava di poco inferiore al 4%, anche se allora si usciva dalla crisi finanziaria del 2008-’09 e tutti gli stati dell’Eurozona avevano problemi con i rispettivi conti pubblici, tanto che Spagna e Francia erano in preda con disavanzi prossimi alla doppia cifra. E il pil era sì crollato di oltre 6 punti percentuali in tutto tra il 2008 e il 2009, ma aveva iniziato a risalire, pur lentamente, l’anno prima.

La nascita del governo Monti suscitò speranze trasversali tra gli elettori italiani, che credettero di essersi messi alle spalle decenni di lotte politiche traumatiche e al contempo inconcludenti. Servirono loro poche settimane per capire che in arrivo vi fosse una manovra “lacrime e sangue”, che si tradusse essenzialmente in una stangata sulle case, in una riforma delle pensioni alquanto dura e in maggiori controlli del Fisco, particolarmente concentrati sulle partite IVA. L’Italia ricadde in recessione per altri 3 anni e il pil crollò di un ulteriore 5%. Da allora, la crescita è ripartita ai ritmi più lenti di tutta l’Eurozona e la carenza di lavoro è rimasta emergenza nazionale.

Ma le conseguenze del 2011 non furono solo economiche e finanziarie, bensì pure politiche. I partiti che sostennero il governo Monti – ex PDL e PD – furono puniti già alle elezioni del 2013, quando ottennero complessivamente il 49% dei consensi contro il 70% di 5 anni prima. Prima formazione fu allora il Movimento 5 Stelle, già euro-scettico e, soprattutto, anti-establishment. Anziché migliorare, il quadro politico per le formazioni tradizionali è solo peggiorato, se è vero che il 4 marzo scorso, i due azionisti dell’esperienza dei tecnici al governo hanno riscosso insieme appena meno di un terzo dei consensi, mentre gli euro-scettici dell’M5S e della Lega hanno preso oltre la metà dei voti validi su piattaforme programmatiche assai differenti tra loro, ma accomunate dall’avversione alla UE e ai “poteri forti” italiani.

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La crisi italiana sarebbe la fine dell’euro

Cosa accadrebbe se oggi l’Italia vivesse settimane drammatiche come nel 2011? Qualcuno si illude a Bruxelles che si possa dar vita a un nuovo governo Monti, magari guidato da un Carlo Cottarelli o un altro tecnico sconosciuto ai più e gradito alla gente che piace, ma si sbaglia. Non esistono le condizioni politiche minime per un simile scenario. Nemmeno quel che resta delle opposizioni verterebbe probabilmente su una soluzione di questo tipo, che aprirebbe loro la strada per la definitiva scomparsa. Piaccia o meno, M5S e Lega sono maggioranza non solo in Parlamento, bensì pure come umori nel Paese. Questo non significa che bisogna accondiscendere a ogni loro eventuale stravaganza, ma l’establishment nazionale ed europeo dovrebbe iniziare a farsene una ragione, perché scommettere sul “tanto peggio, tanto meglio” non porterà alcuna fortuna agli europeisti. Anni di retorica sui compiti a casa assegnatici dall’Europa, sulla necessità di rispettare le regole europee, su riforme sempre evocate e mai del tutto attuate e spiegate hanno indisposto la larga maggioranza dei cittadini, che chiede adesso di contare nei consessi internazionali e di ottenere più crescita e più occasioni di lavoro.

L’Italia non è la Grecia. Il nostro pil vale oltre il 15% dell’intera Eurozona, il nostro debito pubblico pesa per quasi un quarto del totale. Nessuno si illuda che le tensioni restino confinate alla sola Italia; rischiano di travolgere, invece, l’impalcatura su cui regge l’euro. E cosa ancora più preoccupante, le condizioni per drizzare la barra sono diventate assai meno favorevoli rispetto al 2011. Allora, si partiva da rendimenti sovrani e deficit più alti in tutta l’area, per cui esistevano spazi di manovra sia per la politica monetaria che per quella fiscale, effettivamente utilizzati per rispettivamente allentare le condizioni finanziarie da un lato e tagliare i disavanzi dei conti pubblici dall’altro. Tutto ciò ha portato scarso sollievo alle economie più in crisi come l’Italia e per questo l’elettorato non sembra più disposto a seguire l’Europa sulla strada dei diktat. Se oggi la UE erigesse un muro contro Roma, il governo italiano si giocherebbe la carta delle elezioni anticipate, con la conseguenza che dopo qualche mese a Palazzo Chigi vi sarebbe un premier ugualmente euro-scettico e con una maggioranza parlamentare più larga e ben più ostile a Bruxelles, nonché con un mandato più o meno esplicito di uscire dall’euro.

Una volta che i mercati finanziari dovessero convincersi che saremmo sulla via per tornare alla lira, prenderebbero di mira nell’ordine: la solita Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia. Come il gioco dei 10 piccoli indiani, a ogni turno toccherebbe a uno stato diverso e alla fine con l’euro (ehm, il cerino!) in mano resterebbe la sola Germania, che non se ne farebbe nulla. Le prossime elezioni europee di maggio saranno dirimenti per capire se a Bruxelles si registrerà un cambio di prospettiva, che spinga le istituzioni comunitarie ad affrontare alla radice i temi posti dai populisti, ossia la necessità di salvaguardare le economie nazionali dalle intemperie finanziarie e di ri-trasferire in capo agli stati nazionali alcuni dei poteri delegati alla UE e che stanno alienando un numero crescente di cittadini. No, in vista non ci sarà un euro più solidale, quanto più conciliabile con le istanze “sovraniste”: responsabilità fiscale, ma in cambio di condizioni “esterne” positive e rassicuranti. E tutto questo si tiene insieme con una BCE che inizi a segnalare che i debiti nazionali non siano a rischio default. Serve un compromesso tra BCE e Commissione UE, ossia tra Germania e gli altri stati, come vi abbiamo già scritto. Senza, la fine dell’euro sarebbe solo questione di tempo, forse nemmeno tanto.

P.S.: Nel 2011, alla Casa Bianca vi era un sostenitore della UE, oggi un suo detrattore. E se ne avesse l’occasione, chissà che il presidente Donald Trump non soffi sul fuoco delle tensioni per fare esplodere l’euro?

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, rendimenti bond, Spread