Allarme spread cessato? No, solo l’Italia rischia l’attacco finale dei mercati

Nonostante uno spread basso e rendimenti dei titoli di stato italiani ai minimi storici, l'Italia rischia un nuovo grave attacco finanziario e sarebbe l'unico paese dell'Eurozona a subirlo nuovamente. I motivi sono diversi.

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La calma regna sovrana sui mercati finanziari. Lo spread BTp-Bund per la scadenza decennale viaggia sotto i 160 punti base, come nei mesi precedenti la crisi finanziaria di metà 2011, mentre i rendimenti a 10 anni si attestano in zona 2,70%, ossia ai minimi storici. Avessimo saputo solamente un anno fa a che punto saremmo arrivati sul fronte titoli di stato, avremmo fatto festa. Invece, c’è da stare in allerta, perché potremmo vivere quella classica fase di quiete prima della tempesta che tutti temono. Una domanda sorge spontanea: perché i rendimenti dei bond pubblici italiani (e non solo) sono crollati a livelli record? Perché la BCE ha varato misure di stimolo monetarie, azzerando i tassi e inondando i mercati di liquidità. A ciò si aggiunge un’aspettativa di inflazione per l’Italia molto bassa o inferiore al passato nei prossimi anni.   APPROFONDISCI – Lo spread crolla a 140 punti e i rendimenti dei BTP al minimo storico Rendimenti bond Francia e Germania ai minimi storici, ma durerà a lungo?  

Italia sempre più debole

I fondamentali della nostra economia non solamente non giustificano il crollo dello spread, ma a dirla tutta, oggi sono peggiori di quelli lasciati 3 anni fa in eredità dal governo Berlusconi, quello costretto alle dimissioni per l’attacco dei mercati finanziari. Il debito è salito al 135,6% del pil, il deficit balla sempre sul limite del 3%, nonostante la raffica di tasse e tagli di questi anni, la disoccupazione è esplosa a livelli prossimi al 13%, il pil è arretrato del 2,5% nel 2012 e dell’1,9% nel 2013, ma non sembra in ripresa, semmai stagnante. Nel frattempo, non sono state varate riforme, al di fuori di quella sulle pensioni. Il mercato del lavoro, quello dei servizi non sono stati liberalizzati, non sono state avviate le privatizzazioni, la burocrazia elefantiaca non è stata minimamente intaccata e la spesa pubblica improduttiva non è stata tagliata nemmeno di striscio, rendendo impossibile l’abbassamento dell’esosa pressione fiscale e, in particolare, il taglio dell’arcinoto cuneo fiscale.

Scontro Draghi-Renzi

Sarà un caso che un paio di settimane fa, il governatore della BCE, Mario Draghi, abbia invocato una sorta di governance europea per le riforme, consapevole che i governi nazionali non avrebbero la forza politica per varare le misure necessarie a superare la crisi? E che il riferimento fosse all’Italia, oltre che alla Francia, lo hanno capito tutti. Quello che in pochi ancora comprendono, però, è che quelle parole non sono state pronunciate da Draghi per puro capriccio, ma perché in cuor suo, egli nutre il timore che presto arriverà una nuova devastante tempesta finanziaria. Non contro l’euro, non contro tutti i Piigs, bensì solo contro l’Italia. Perché? Il nostro paese è l’unico a non essere tornato a crescere, nonostante quattro anni di recessione negli ultimi sei. Persino la moribonda Grecia sta vedendo da lontano quella pallida luce in fondo al tunnel che noi non intravediamo. La Spagna è tornata a crescere, l’Irlanda pure, il Portogallo sta molto meglio di prima.   APPROFONDISCI – Draghi attacca ancora Renzi sul Patto di stabilità e avverte: più riforme con la Troika Draghi ha un messaggio per Renzi: rispetta il Fiscal Compact. E chiede il super-stato UE   E tutti questi paesi hanno fatto le riforme, per quanto incompiute e dolorose, l’Italia quasi nessuna. E in ciò siamo accomunati con la Francia, la quale, però, gode di fondamentali migliori e di attese più positive, per quanto stia vivendo una fase delicatissima. Non gioca in favore dell’immagine dell’Italia il battersi in Europa per rendere più flessibile il Patto di stabilità, come sta facendo in queste settimane il premier Matteo Renzi, nella qualità di presidente di turno della UE. Patto più flessibile significa più debiti e a questo punto, i mercati potrebbero iniziarsi a (ri-) chiedere se valga ancora la pena finanziare un paese che ha già un debito di 2.166 miliardi di euro e la cui economia non cresce. Il resto lo faranno le fibrillazioni politiche sul capitolo delle riforme istituzionali e la crisi di leadership a cui presto potrebbe andare incontro il nostro premier, quando la realtà dei conti pubblici lo metterà davanti alla necessità di una manovra correttiva pesante già a settembre. Messo in sicurezza l’euro, a partire dal famoso “whatever it takes” di Draghi del 26 luglio 2012, resta da salvare l’Italia. I rimbrotti della BCE contro Renzi sono il segnale che gli investitori potrebbero avere iniziato a spazientirsi contro le chiacchiere romane. E ognuno potrà immaginare cosa accadrebbe alla nostra economia se ripartisse la crisi dello spread.   APPROFONDISCI – Il vero test per Juncker? Le sanzioni alla Germania, Renzi ha sbagliato sulla flessibilità Mody: ristrutturate il debito pubblico, inutile che Renzi chieda più flessibilità      

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