Allarme ONU sull’Afghanistan: economia al collasso, rischio profughi

Il ritorno al potere dei talebani sta provocando il collasso verticale dell'economia in Afghanistan e il rischio di un'ondata di profughi

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Economia al collasso in Afghanistan

Già prima che tornassero al potere i talebani l’economia in Afghanistan stava soffrendo a causa di emergenze come Covid e siccità, ma dalla presa di Kabul a Ferragosto le sue condizioni sono precipitate. E l’ONU lancia l’allarme: il collasso economico rischia di provocare una nuova ondata di profughi dall’Afghanistan. Secondo le stime delle Nazioni Unite, il PIL potrebbe crollare del 20-30%. E dire che già sia tra i più bassi al mondo, stimato in 20 miliardi di dollari per una popolazione di 38 milioni di abitanti.

Il tasso di cambio sta precipitando. L’afghani al mercato nero vale molto meno rispetto al tasso ufficiale contro il dollaro. Ciò accresce i costi dei beni importati, che già di loro stanno aumentando in tutto il mondo dopo la pandemia. Peraltro, le stesse importazioni stanno risultando impossibili, dato che la banca centrale non dispone di riserve valutarie allo scopo. In cassa, avrebbe qualche centinaio di milioni di dollari, insufficienti per qualsiasi acquisto. All’estero, i suoi 9,7 miliardi di asset, di cui almeno 7 depositati presso la Federal Reserve, sono stati “congelati” per il mancato riconoscimento dei talebani da parte della Comunità internazionale.

La carenza di beni è diffusa nel paese, persino di moneta. Le banche hanno limitato i prelievi a 20.000 afghani a settimana, circa 160 euro al mese. E così, secondo le Nazioni Unite il 95% della popolazione rischia adesso la fame e il 97% di cadere sotto la soglia di povertà. Una situazione catastrofica, che si spiega con un solo numero: il 45% del PIL dell’Afghanistan è composto da aiuti internazionali, pari al 75% della spesa pubblica. Di fatto, senza le donazioni dall’estero non esiste alcuna economia domestica.

G20 contro il rischio profughi dall’Afghanistan

I talebani stanno aggravando la crisi vietando alle donne di lavorare. Prima del loro ritorno al potere, un quinto di loro nelle città aveva un impiego. E un quarto dei funzionari pubblici era di sesso femminile. Si calcola che vi erano 57.000 artigiane, a capo di imprese per complessivi 130.000 dipendenti. Non certo numeri esaltanti, ma meglio di qualche decennio fa. Con l’imposizione della Sharia, la legge islamica, molti lavori non sono neppure concepiti per le donne. Ad esempio, non esiste proprio che vi sia una giudice, dato che per i talebani un uomo non possa essere giudicato da una donna. Lo stesso accade nelle scuole e negli ospedali: le donne non possono né insegnare, né visitare i maschi.

La scorsa settimana, nella sua qualità di presidente di turno del G20, l’Italia ha tenuto una videoconferenza sull’Afghanistan. Ma Cina e Russia hanno partecipato all’incontro con una delegazione di second’ordine. E così, l’altro ieri il premier Mario Draghi si è sentito al telefono con il presidente russo Vladimir Putin, al fine di trovare una soluzione comune sul delicatissimo tema. Il segretario dell’ONU, Antonio Guterres, sta sostenendo gli sforzi di Roma per favorire la ripresa degli aiuti internazionali a Kabul, chiarendo come questo non abbia nulla a che vedere con il riconoscimento dei talebani. Il problema non è di così facile soluzione. Comunque sia, miliardi di dollari passerebbero nelle mani di un gruppo di terroristi, tra l’altro accusato da 20 anni di avere aiutato Al Qaeda ad abbattere negli attentati dell’11 settembre 2001.

Nel migliore dei casi, i talebani riuscirebbero a superare le difficoltà finanziarie incuranti delle conseguenze sull’economie e le relazioni con l’estero delle loro politiche. Resta il fatto che tante famiglie si starebbero vedendo costrette a vendere i loro figli per saldare i debiti. Sono diverse le testimonianze agghiaccianti in tal senso raccolte dalla stampa internazionale. E questo, malgrado i talebani abbiano delegato sin da subito la gestione dell’economia ai funzionari finanziari già attivi sotto i precedenti governi.

Ma senza accesso alle riserve, scambi con l’estero e con entrate fiscali praticamente inesistenti, possono ben poco. E la fuga dei cervelli scatenata dalla paura di ritorsioni e oscurantismo non fanno che aggravare la già difficilissima situazione dell’economia.

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