Allarme ‘Frexit’ per Macron: su crescita e deficit, Parigi più vicina a Roma che a Berlino

La presidenza Macron si trova nel guado. Le riforme sono in stallo e l'economia francese rallenta. Le distanze con la Germania crescono su vari fronti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La presidenza Macron si trova nel guado. Le riforme sono in stallo e l'economia francese rallenta. Le distanze con la Germania crescono su vari fronti.

L’ultimo sondaggio Ifop assegna al presidente francese Emmanuel Macron un tasso di popolarità di appena il 19%, inferiore persino a quello che a questo punto del mandato riscuoteva il predecessore François Hollande. E approfittando delle elezioni per l’anno prossimo a Bordeaux, il ministro dell’Interno, Gérad Collomb, ha annunciato che si dimetterà nel 2019 per correre a sindaco della città già guidata per 16 anni fino a quando l’attuale inquilino dell’Eliseo non lo chiamò a ricoprire la carica nell’attuale governo. A pochi è sfuggito che si tratterebbe del terzo addio in poche settimane, dopo che hanno fatto lo stesso i titolari dei dicasteri dell’Ambiente e dello Sport. E una parlamentare di République en Marche!, tale Frédérique Dumas, ha lasciato il gruppo all’Assemblea Nazionale, sostenendo che sarebbe diventato “titanico” e incapace di ascoltare chi vorrebbe semplicemente riportarlo ai contenuti della campagna elettorale. Passerà con un nuovo gruppo di centro-destra. Insomma, tutto scricchiola attorno a Macron, specie dopo l’affare Benalla, che questa estate lo ha visto coinvolto assieme proprio a Collomb.

Macron perde il ministro ecologista, ma i suoi guai sono economici

L’impopolarità del presidente fa il paio con la disillusione verso la sua azione di governo. Nei primi mesi all’Eliseo aveva beneficiato dell’accelerazione della crescita, dovuta per ragioni che esulavano dalla sua vittoria, anche se un ruolo potrebbe averlo giocato un certo ottimismo tra imprese e investitori sui suoi propositi di riforma del sistema economico francese nel senso più liberale, diremmo anglosassone. Tuttavia, si è trattato di un fenomeno passeggero. I numeri lo certificano senza ombra di dubbio. La crescita del pil è passata dal 2,3% dello scorso anno all’1,7% atteso per quest’anno e il prossimo. E il “campione” delle riforme, dei tagli alla spesa pubblica, insomma dell’austerità filo-UE, non solo non sta dimostrando di essere capace di tagliare il deficit pubblico, ma questo sarebbe, addirittura, destinato a risalire poco sotto la soglia del 3%, atteso al 2,8% nel 2019 dal 2,6% di quest’anno e del 2017. E dire che già nel 2018 avrebbe dovuto chiudere al 2,3%. Nel frattempo, la disoccupazione continua a scendere, ma di poco. Macron l’ha trovata al 10,5% e ancora giace sopra il 9%. I salari reali crescono di poco, nell’ordine dello 0,8% su base annua, non certo un tonificante credibile per i consumi interni. A correre resta, invece, la spesa pubblica, la cui incidenza sul pil dovrebbe attestarsi per quest’anno al 54,6%.

Dopo un avvio più che promettente, con la riforma della legislazione sul lavoro varata a 4 mesi dalla vittoria, i provvedimenti clou dell’esecutivo si sono arenati. Mancano la convinzione degli stessi protagonisti attorno a Macron e il sostegno popolare. Eppure, solo un anno fa sembrava che quest’ultimo vi fosse anche con riguardo alla flessibilità del lavoro o sulle pensioni. Il non detto tra i molti collaboratori del presidente è che le sue continue gaffes e, soprattutto, i toni sprezzanti usati verso le persone comuni abbiano finito per far buttare ai francesi il bambino con tutta l’acqua sporca. Un esempio? Pochi giorni fa, a un giardiniere che lamentava l’impossibilità di trovare un lavoro Macron ha risposto che “se solo volessi, potresti trovarlo attraversando la strada”, sostenendo che molti bar e ristoranti nemmeno trovino manodopera sufficiente.

Presidenza Macron tra gaffes e scenario Frexit

Queste frasi, aldilà del contenuto, contribuiscono ad alimentare l’immagine di un presidente “dei ricchi”, com’è percepito Macron, il quale ha dovuto prendere atto di questo pregiudizio di larga parte dell’elettorato, annunciando nei giorni scorsi il “reddito universale”, una versione edulcorata del reddito di cittadinanza dei “nemici grillini in Italia. Una cosa sembra accertata, che il pil rallenta la crescita e i conti pubblici peggiorano, mentre il rapporto tra debito e pil si avvicina alla soglia psicologica del 100%. Difficile continuare a far credere con questi numeri di essere parte delle economie “core” dell’Eurozona, quando i fondamentali appaiono più simili a quelli degli stati periferici, Italia inclusa. Lo spread non segnala ancora un simile scenario, se è vero che i decennali francesi rendono oggi lo 0,78% contro lo 0,45% degli omologhi Bund della Germania. Gli investitori fanno ancora scarsa differenza tra Parigi e Berlino, nonostante il governo tedesco si accinga a chiudere il 2018 in attivo sul piano fiscale per il quinto bilancio di seguito e forse riuscirà già quest’anno a centrare l’obiettivo di un rapporto debito/pil sotto il 60%, praticamente bruciando di quasi due decenni le tappe fissate con il Fiscal Compact.

E se la presidenza Macron portasse i populisti all’Eliseo?

Di questo passo, anche Macron avrà problemi con la fine del “quantitative easing” e il rialzo dei tassi nell’Eurozona, perché rischia di far salire il deficit oltre la soglia del 3%, quella massima consentita dal Patto di stabilità, perdendo ogni credibilità e presa sulle istituzioni europee, quando già oggi forte è lo scetticismo sulla sua capacità di tenere fede alle promesse elettorali. Per sua (e nostra) fortuna, vanta un asso nella manica. La Germania punta a prendersi la guida della Commissione UE dopo le elezioni europee del maggio prossimo, lasciando libera la carica di governatore della BCE. Considerando che Parigi è governata attualmente da una forza centrista esterna ai due principali schieramenti europei, l’Eliseo avrebbe buon gioco a reclamare per la seconda economia UE una carica pesante, che non potendo forse essere politica, sarebbe “tecnica”, ossia il successore di Mario Draghi. Per questo, si scalderebbe il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ma anche Benoit Coeuré, membro esecutivo di Francoforte sarebbe in corsa.

Un banchiere centrale “di fiducia” alla guida della BCE continuerebbe l’operato in scia al mandato di Draghi, senza fughe in avanti con la stretta e con un occhio di riguardo per la crescita, tollerando anche qualche decimale in più con la ben nota scusante che solo un vigoroso miglioramento dei salari consentirebbe all’istituto di centrare stabilmente il target. Per essere espliciti, Macron nutre le stesse speranze dei cosiddetti “populisti”, egli non può permettersi una stretta monetaria decisa e né una austerità alla tedesca, se è vero che al primo cenno di tagli alla spesa si è visto schierarsi contro la grande maggioranza del suo paese. Il peggio che possa accadergli sarebbe l’arrivo di una recessione, magari da Oltreoceano. A quel punto, passerebbe i restanti tre anni di mandato solo per evitare il peggioramento delle condizioni di vita dei francesi, quando aveva promesso di migliorarle visibilmente e in breve tempo, sovvertendo le logiche del sistema economico transalpino. In altre parole, dovrà confidare su tassi bassi in favore di consumi e investimenti e in un cambio debole per le esportazioni. Su queste basi, l’asse franco-tedesco scricchiola e se alla presidenza della Commissione arriverà davvero quel Manfred Weber così compiacente con Matteo Salvini, le distanze tra Berlino (Bruxelles) e Parigi aumenteranno. Qualcuno ha già intuito i rischi a Palazzo Matignon e ha dato l’addio al governo, altri seguiranno nei prossimi mesi. Lo scenario di una “Frexit” è nell’aria. Non si tratta di uscire dall’euro, bensì dalla testa di serie dell’euro.

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Argomenti: Francia, Politica Europa