$19.000 miliardi di debiti a rischio, è allarme bassi tassi

I debiti delle imprese sono diventati troppo alti e nel caso di crisi, quasi la metà sarebbe a rischio. L'allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale riguarda, in particolare, i mercati emergenti e di frontiera, troppo esposti verso l'estero.

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I debiti delle imprese sono diventati troppo alti e nel caso di crisi, quasi la metà sarebbe a rischio. L'allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale riguarda, in particolare, i mercati emergenti e di frontiera, troppo esposti verso l'estero.

Cambia musica il Fondo Monetario Internazionale, che dopo avere lodato e spronato per anni le politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali, adesso ne lamenta gli effetti collaterali. E il “warning” è arrivato a pochi giorni dall’insediamento della bulgara Kristalina Georgieva al posto di Christine Lagarde, la quale lascia l’istituto di Washington dopo 8 anni per succedere a Mario Draghi come governatore della BCE.

L’allarme riguarda, in particolare, i debiti delle imprese, giudicati troppo alti, specie nel caso si concretizzasse uno scenario economico internazionale molto avverso. A rischio sarebbe il 40% del debito corporate, pari a 19.000 miliardi di dollari solamente per le principali economie.

Stando alla definizione dello stesso FMI, un debito è da considerarsi a rischio quando l’impresa matura utili insufficienti a coprire il solo costo degli interessi. Il fenomeno sarebbe divenuto preoccupante anche in conseguenza dei bassi tassi fissati dalle banche centrali, che avrebbero incentivato il ricorso all’indebitamento anche sui mercati più deboli, quelli emergenti e di frontiera. Qui, le esposizioni verso l’estero si sono impennate al 160% delle esportazioni, nettamente sopra il 100% del 2008.

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Lacrime di coccodrillo, diremmo, visto che l’FMI ha incoraggiato proprio l’allentamento monetario di questi anni, sostenendo che avrebbe favorito i tassi di crescita. Il cambio della guardia evidentemente ha portato una ventata di auto-critica, pur ancora celata, se è vero che quelle stesse politiche adesso vengono percepite come pericolose per la stabilità finanziaria. I mercati emergenti hanno beneficiato indirettamente dei tassi ultra-bassi vigenti presso le principali economie mondiali, potendo le loro banche centrali stesse permettersi di ridurre il rispettivo costo del denaro senza impattare negativamente sui tassi di cambio e diventando approdo dei capitali in cerca di rendimento.

Riserve valutarie adeguate?

Le emissioni in valute forti come dollari ed euro si sono moltiplicate per via dei bassissimi costi di raccolta dei capitali, ma al contempo stanno creando le condizioni per possibili tensioni finanziarie future. Il rapporto tra debito estero ed esportazioni serve per capire quali siano i livelli delle riserve valutarie rispetto alle esposizioni in valuta.

Se un’economia risulta molto indebitata con gli investitori esteri ed esporta relativamente poco, essa non ha da dove attingere per ripagare i suoi debiti in valute straniere. Nel tempo, ciò comporta o una crisi valutaria o di credito degli emittenti, costretti a ristrutturare le scadenze o a dichiarare default.

I problemi si materializzano quando i tassi di cambio di questi paesi tornano a indebolirsi rispetto alle divise in cui ci si è indebitati, man mano che le principali banche centrali alzano i tassi d’interesse. A quel punto, il valore dei debiti per imprese e governi emergenti risulta accresciuto, a fronte di ricavi in valute locali. E lo stesso rifinanziamento diventa più costoso per le condizioni più restrittive sui mercati internazionali e la necessità anche per le banche centrali emergenti di alzare i tassi per non far defluire i capitali. Per contro, va detto che il rialzo dei tassi avviene generalmente quando le principali economie crescono e, fungendo da mercati di sbocco per le merci delle imprese emergenti, in fondo consentono l’afflusso di valuta forte laddove serve a ripagare i debiti.

Qualcosa di simile accadde negli anni Ottanta, quando l’FMI dovette intervenire per salvare diversi stati sull’orlo del default, ad iniziare dal Messico sin dal 1982. E dire che allora nulla di simile ad oggi era stato anche solo fantasticato dalle banche centrali, sebbene le riserve valutarie dei paesi emergenti attualmente si mostrino molto più solide rispetto ai tempi della crisi delle tigri asiatiche di fine anni Novanta.

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  • Igor ha detto:

    Ma si capisce che questi debiti è una bolla di sapone. Le imprese lavorano e producono qualcosa e le banche valutano tutto ciò con una cosa inesiste. Quanto vale realmente un prodotto o servizio effettivamente fatto e quanto vale la moneta secondo cui viene valutata? Dai, i scemi oggi sono in minoranza.

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