Allarme deflazione anche per FMI, ma i governi hanno pochi margini

L'FMI lancia l'allarme deflazione e invita i governi a utilizzare la leva fiscale. Il problema nell'Eurozona è che possono permetterselo solo i tedeschi. Basterà?

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L'FMI lancia l'allarme deflazione e invita i governi a utilizzare la leva fiscale. Il problema nell'Eurozona è che possono permetterselo solo i tedeschi. Basterà?

Nel suo World Economic Outlook, il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato ieri l’allarme deflazione, che ha definito quello stato, per cui i tassi d’interesse reali non riescono a scendere a livelli compatibili con la piena occupazione. L’istituto di Washington ha lasciato trasparire lo scetticismo per ulteriori margini di manovra significativi in capo alle banche centrali delle economie avanzate, spostando l’attenzione sui governi, i quali sono adesso chiamati a sostenere i prezzi e la crescita con la leva fiscale, ove disponibile.

L’FMI segnala il rischio di un circolo vizioso tra aspettative d’inflazione disancorate e domanda: le famiglie rinvierebbero i consumi, attendendosi prezzi futuri più bassi. Ciò deprime la crescita dell’economia e gli stessi prezzi, azionando un meccanismo che si auto-alimenta. (Leggi anche: Deflazione Eurozona, Draghi chiamato ad agire)

FMI: ora leva fiscale

L’istituto nota la coincidenza tra calo tendenziale dei prezzi e quello delle quotazioni delle materie prime, petrolio in testa, anche se segnala come i prezzi “core”, ovvero riferiti ai beni meno volatili del paniere (non energetici e diversi anche dagli alimentari freschi) si stiano progressivamente raffreddando, con il rischio di rendere sempre più difficile per le banche centrali centrare i rispettivi target d’inflazione, ma se questa situazione va avanti a lungo, potrebbero perdere credibilità. (Leggi anche: Crisi del petrolio e delle altre materie prime)

Per questo, preso atto che otto anni di accomodamento monetario senza precedenti non abbiano sortito gli effetti sperati, l’FMI suggerisce sia di continuare a mantenere espansiva la politica monetaria, ma di puntare ora sulla leva fiscale in mano ai governi, chiaramente se disponibile.

 

 

 

Anche Roubini: palla passa ai governi

Come fa notare l’economista Nouriel Roubini, di fatto sta già accadendo: negli USA, chiunque vinca le elezioni si è impegnato con misure fiscali espansive, nel Regno Unito, il nuovo governo di Theresa May ha eliminato l’obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine del decennio, in Giappone è stato varato già un piano per sostenere gli investimenti e il potere di acquisto delle famiglie, mentre nell’Eurozona l’attenzione è concentrata sulla Germania, che si accingerebbe a ridurre un po’ le tasse e ad aumentare gli investimenti pubblici.

Secondo Roubini, gli investimenti pubblici in infrastrutture sarebbero uno shock positivo sia sul lato della domanda, incrementando i consumi, sia sul lato dell’offerta, sostenendo la produzione delle imprese e accrescendone l’efficienza.

Solo Germania può spendere nell’Eurozona

Il punto è che nell’Eurozona, fatta eccezione per la Germania e qualche altro paese minore, nessun altro avrebbe a disposizione margini di manovra fiscale. E non si tratta di rispettare le imposizioni del Patto di stabilità, che abbiamo visto essere molto flessibili, quanto di fare i conti con la realtà: Italia, Spagna, Francia, solo per limitarci alle grandi economie dell’area, sono già molto indebitate e se dovessero puntare sul deficit spending, prima o dopo rischierebbero l’esplosione di una crisi del debito sovrano, allorquando i rendimenti sui mercati inizieranno a risalire. Ad oggi, la BCE li tiene ai minimi di sempre, anestetizzando la realtà.

Ecco, quindi, che quando si parla di leva fiscale, si fa riferimento a un’azione possibile solo per una minoranza netta di paesi nell’Eurozona. Basterà? Il governo tedesco non sembra disponibile a mettere a repentaglio l’obiettivo del pareggio di bilancio e quest’anno chiuderebbe in attivo per l’1,2% del pil. In sostanza, la cancelliera Angela Merkel avrebbe a disposizione una trentina di miliardi da utilizzare per tagliare le tasse e/o aumentare la spesa pubblica, ma ciò sposterebbe di qualche decimale di punto al’insù la crescita di economie come l’Italia. (Leggi anche: Flessibilità contro austerità)

 

 

Rischio stagnazione secolare?

Il fallimento parziale della politica monetaria è più grave di quanto si voglia far credere, almeno nell’Eurozona, non essendo disponibile un’alternativa piena. E l’esperienza del Giappone insegna che dalla deflazione si uscirebbe solo con enormi misure fiscali in deficit e, peraltro, dopo un lungo periodo e con estrema difficoltà.

Il rischio di una stagnazione secolare e di una deflazione strisciante per ancora molti anni è reale per i paesi della moneta unica. (Leggi anche: Aria di sindrome giapponese)

 

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