Alitalia, vendita dopo elezioni brutto segnale per gli italiani

Si allunga la vicenda Alitalia, che slitta a dopo le elezioni. E i contribuenti sarebbe bene che iniziassero a sentire la puzza di bruciato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Si allunga la vicenda Alitalia, che slitta a dopo le elezioni. E i contribuenti sarebbe bene che iniziassero a sentire la puzza di bruciato.

L’operazione Alitalia si sarebbe dovuta concludere già nell’ottobre scorso, scaduti i sei mesi di commissariamento, come aveva promesso il governo Gentiloni per mezzo del ministro allo Sviluppo, Carlo Calenda, ma quando abbiamo superato la metà di febbraio, scopriamo che dovremo attendere a dopo le elezioni politiche del 4 marzo per verificare anche solo la sussistenza delle condizioni per vendere la compagnia aerea a un qualche pretendente. E dire che fino a pochi giorni fa il segretario del PD, Matteo Renzi, affermava che la vicenda si sarebbe conclusa prima del voto.

Sul piatto c’è formalmente solo l’offerta di Lufthansa. I tedeschi sarebbero disposti a effettuare investimenti per 300 milioni, ma chiedono al contempo sacrifici ai dipendenti, con il taglio di 2.000 posti sui 12.000 totali. Inaccettabili per i commissari Enrico Laghi, Stefano Paleari e Luigi Gubitosi, gli stessi che hanno segnalato al governo che gli investitori chiedono prima di pronunciarsi di capire cosa accadrà alle prossime elezioni.

Alitalia non decolla tra debiti e perdite e i dipendenti non c’entrano

Negli ultimi giorni, però, è stata avanzata un’altra offerta, quella della cordata tra Air France-Klm, Easyjet, Cerberus e Delta. Non se ne conoscono i termini, ma per la prossima settimana hanno chiesto un incontro ai commissari e quasi certamente attenderanno fino al 5 marzo per esprimersi nei dettagli. L’intento dei quattro sarebbe di arrestare l’avanzata altrimenti pericolosa di Lufthansa, già secondo operatore sui cieli d’Europa con 110 milioni di passeggeri trasportati nel 2016, dietro solo ai 117 milioni di Ryanair.

L’ipotesi Cdp

C’è un’altra ipotesi di cui la stampa da atto nelle ultime settimane, ovvero il possibile intervento della Cassa depositi e prestiti. Si tratterebbe di una ri-nazionalizzazione a meno di 10 anni dalla privatizzazione, realizzata tramite la cessione ai famosi “capitani coraggiosi”, che ereditarono la compagnia sdebitata e non sono riusciti a metterla in sesto per un solo anno. Uno scenario-beffa, se fosse confermato, perché dopo miliardi di debiti accollati allo stato, il Tesoro se la riprenderebbe con altri debiti, tra cui i 900 milioni di prestito-ponte nei confronti di sé stesso e in scadenza a settembre, erogato per i primi 600 milioni 10 mesi fa e aumentato di 300 nell’autunno scorso. Soldi, che in teoria sono stati prestati a caro prezzo, ma che con il passare dei mesi sembra più difficile rivedere indietro. Peraltro, la Commissione europea ha acceso i fari, percependoli aiuti di stato.

Alitalia, offerta Lufthansa non fuga dubbi:; ecco come i contribuenti resteranno fregati

Il 2017 dovrebbe essersi chiuso con ricavi in crescita dell’1% e nel primo trimestre di quest’anno Alitalia dovrebbe consolidarli di un altro 3%. Niente illusioni, perché è probabile che l’ultimo esercizio sia stato chiuso con un rosso di 200 milioni. Unica consolazione: secondo FlightStats, a gennaio Alitalia sarebbe stata la compagnia più puntuale al mondo con 92 voli su 100 atterrati entro i 14 minuti dall’orario previsto.

Contribuenti ancora salassati?

L’attesa elettorale avrebbe una duplice valenza, negativa o per i lavoratori o per i contribuenti. Se l’azienda sarà ceduta, è quasi certo che serviranno sacrifici non indifferenti, anche agli stessi dipendenti, perché così com’è, la compagnia va in perdita ogni volta che si alza in volo. Se si vogliono evitare licenziamenti cospicui, come quelli richiesti da Lufthansa, l’unica soluzione sarebbe lo spezzatino, che sinora commissari e governo hanno respinto, anche ritenendo, tra l’altro, che questa ipotesi deprezzerebbe gli assets rispetto alla cessione in blocco. Oppure, non possiamo escludere una “svendita”, in cambio di licenziamenti contenuti, magari con il Tesoro a nemmeno richiedere indietro tutti i 900 milioni.

Se, invece, sarà ri-nazionalizzazione, non si potrà che farlo dal 5 marzo in poi, altrimenti sarebbe complicato spiegare ai cittadini che perderanno un’altra barca di soldi per salvare un’impresa decotta, quando già questa legislatura si è contraddistinta per avere speso denari dei contribuenti in favore di salvataggi di privati, ovvero le banche. Ed elettoralmente parlando, non è che abbia portato fortuna a chi li ha varati. A non capirlo forse resta Matteo Salvini, che di recente ha ribadito la preferenza assoluta per una soluzione italiana, anziché per una “svendita” a una qualche compagnia straniera, sentendosi ribattere da Calenda di essere diventato un sovranista a tutto tondo e di volere scialacquare 8 miliardi di soldi pubblici, facendo “allegri i piccoli imprenditori” che vorrebbe rappresentare. Scopriremo tra poco più di due settimane se si sarà trattata della solita pantomima politica sulla pelle dei contribuenti. Non vorremmo che fosse stato il bue ad avere dato del cornuto all’asino.

Crisi Alitalia infinita, cosa insegna il fallimento dei capitani coraggiosi?

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia