Alitalia resta a terra e ci costa altri 350 milioni

Nuovo prestito da 350 milioni per Alitalia, che continua a perdere soldi. La compagnia aerea è priva di un piano industriale credibile e il suo salvataggio pubblico sembra l'ennesimo intervento senza senso a carico dei contribuenti.

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Nuovo prestito da 350 milioni per Alitalia, che continua a perdere soldi. La compagnia aerea è priva di un piano industriale credibile e il suo salvataggio pubblico sembra l'ennesimo intervento senza senso a carico dei contribuenti.

Se mettessimo in fila tutte le volte che lo stato ha dovuto sborsare di tasca propria per Alitalia sin dalla prima capitalizzazione nel 1975 sotto il governo Moro, il costo supererebbe oggi i 9 miliardi di euro. Ma chi s’illude che il salasso per i contribuenti italiani stia per finire deve fare i conti con una realtà opposta. Il governo ha appena stanziato altri 350 milioni per un terzo prestito-ponte, dopo quello complessivo di 900 milioni e frutto già del rinnovo rafforzato di due anni fa di questi tempi. Il finanziamento avviene a tassi d’interesse annuali pari a 1.000 punti base sopra l’Euribor a 6 mesi, per cui attualmente vale il 9,65%. Sommato al 10% a cui soggiacciono i precedenti 900 milioni, abbiamo che ogni anno la compagnia aerea deve corrispondere allo stato qualcosa come circa 123,8 milioni di euro di soli interessi, circa il 4% dei ricavi.

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E davvero non sembra affatto finita. Già si sa, ad esempio, che di quei 900 milioni versati, Alitalia ne restituirà solo una parte, sempre che ce la faccia. Dal giorno successivo al closing dell’operazione di salvataggio da 1 miliardo e alla conseguente nascita dell’ennesima società in sostituzione della precedente, servirà una ricapitalizzazione di 700 milioni. E il Tesoro, che deterrà una quota del 15%, anziché iniettare ulteriore liquidità, opterà per trasformare parte del suo prestito in capitale, per circa 105 milioni. L’ipotesi allo studio sarebbe di abbuonare l’ultimo pagamento dovuto dalla compagnia.

Ma anche il 35% in mano a Ferrovie dello stato, in fondo, sarà un esborso ai danni dei contribuenti, trattandosi di una società controllata dallo stato. Il conto sarebbe, in questo caso, di 245 milioni.

Il resto dovrebbero suddividerselo il fondo Atlantia della famiglia Benetton e Delta Airlines, con quest’ultima a non volere entrate nel capitale con una quota superiore al 10% contro il 20% preteso dal governo. E il solo fatto che la compagnia americana non voglia impegnarsi più di tanto svela le sue intenzioni reali, tese forse più a contenere la crescita di un vettore concorrente che non a lanciarlo sui mercati esteri.

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Atlantia in Alitalia ci entrerà con ogni probabilità, ma certo non per convinzione, quanto per la necessità di effettuare uno scambio conveniente con lo stato riguardo al tragico incidente sul Ponte Morandi di un anno fa, così da evitare l’annullamento della concessione autostradale, almeno per l’intera rete gestita da Autostrade per l’Italia, limitandolo semmai al solo tratto genovese. E il fondo ha tutta la convenienza a far precipitare la situazione, specie adesso che stiamo per entrare nel periodo morto per l’industria vacanziera e la liquidità in cassa tende ad assottigliarsi per le compagnie aeree. Più la crisi di Alitalia si farà allarmante e più i Benetton potranno trattare con il governo da una condizione negoziale di forza.

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Non esiste un progetto Alitalia, solo l’ennesimo tentativo del governo di turno di calciare il barattolo sul marciapiede per non essere tacciato di mandare a casa oltre 12.000 dipendenti. Un salvataggio che perpetua come se nulla fosse una realtà insostenibile per i contribuenti, visto che ogni volta che un aereo Alitalia si alza in volo “brucia” migliaia di euro e, per l’esattezza, quasi 5,60 euro per ciascun passeggero, nonché 329.000 euro al giorno, stando al bilancio 2018. La ex compagnia di bandiera è diventata una tassa fissa a carico di ciascun italiano, che voli o meno non importa. E cosa ancora più avvilente, a differenza dei precedenti interventi statali, stavolta l’insuccesso sembra profilarsi sin dall’inizio, vuoi perché nessuno crede più alla favola del miracolo, vuoi anche perché gli attori che partecipano a questa messinscena appaiono tutti un po’ costretti a imbarcarsi su una zattera di cui dubitano possa anche solo superare indenne il primo miglio.

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