Alitalia: per i 5 Stelle i Benetton fanno bene agli aerei, male alle autostrade

Alitalia sarà "salvata" da una cordata di cui fanno parte i Benetton con Atlantia. Manca il piano industriale e in corso vi sarebbe solo uno scambio politico con il caso del Ponte Morandi.

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Essere Luigi Di Maio di questi tempi non è facile, anche perché la coerenza per il leader del Movimento 5 Stelle sembra diventare ogni giorno una merce sempre più rara. L’ultima vicenda in ordine di tempo che lo conferma riguarda il presunto salvataggio di Alitalia. Sottolineiamo “presunto”, dati i precedenti dell’ultimo decennio (vi ricordate i famosi “capitani coraggiosi” di Silvio Berlusconi e la rinascita promessa da Matteo Renzi al grido di “allacciate le cinture”?) e l’assenza a tutt’oggi di un piano industriale.

Del salvataggio sappiamo solamente quale sarà la composizione azionaria: Ferrovie dello stato al 35%, Ministero dell’Economia al 15%, Delta Airlines intorno al 15% e Atlantia al 35%.

Le Fs hanno scelto come partner (che sorpresa!) la holding della famiglia Benetton, la stessa che gestisce Aeroporti di Roma. Parteciperà alla ricapitalizzazione della compagnia per la terza volta in 10 anni, mettendoci una cifra intorno ai 300 milioni. Per larga parte degli osservatori, sarebbe il dazio che i fratelli Benetton dovranno pagare al governo per evitare il ritiro della concessione ad Autostrade per l’Italia, a seguito del tragico crollo del Ponte Morandi a Genova del 14 agosto 2018.

Di Maio non arretra sulla linea dura contro i Benetton, rassicurando che nessuno s’illuda che i 43 morti verranno dimenticati. Il ritiro della concessione, insomma, ci sarà (chissà, magari solamente nel tratto attorno a Genova). Allo stesso tempo, sempre il ministro dello Sviluppo definisce un “successo” l’esito delle trattative per attirare offerte dagli operatori interessati ad Alitalia. E qui, o siamo stupidi tutti noi o ad essere confuso è il ministro: come si può pensare di affidare la gestione degli aerei allo stesso soggetto industriale che si taccia da 11 mesi di essere senza scrupoli, responsabile del disastro genovese per l’incuria mostrata in fase di manutenzione e beneficiario di una concessione a condizioni di favore da parte dei precedenti governi? Forse, chi è senza scrupoli in autostrada diventa un salvatore nei cieli? E Atlantia non sarebbe “decotta”, per usare il termine proferito pochi giorni fa da Di Maio e per il quale la famiglia Benetton ha minacciato querela?

Salvataggio Alitalia, tanti i pretendenti (tra cui Benetton) e nessun piano industriale

Nessun piano industriale, solo baratto con il caso Ponte Morandi

Aldilà dell’incoerenza sul piano politico, lo scambio evidente in corso tra sanzioni più morbide sul caso Ponte Morandi e accollamento di Alitalia ai Benetton segnala che di progettualità industriale nella vicenda del presunto salvataggio vi sia poco, per non dire nulla.

In penuria di soggetti seriamente interessati a rilevare una compagnia decotta e iper-sindacalizzata, Di Maio ha individuato in Atlantia la mucca da mungere, in cambio di un atteggiamento meno punitivo sul dossier Autostrade. I Benetton hanno finto disinteresse fino a quasi la chiusura dei termini per presentare un’offerta; poi, improvvisamente hanno ricevuto una qualche folgorante visita da parte dell’arcangelo Gabriele e si sono affrettati a convocare il cda della holding, che in quattro e quattr’otto hanno trovato i famosi 300 milioni per ricapitalizzare Alitalia e che mancavano dal computo delle offerte.

Crisi Alitalia, adesso Di Maio alla porta dei Benetton

Tirando le somme, abbiamo che: una famiglia del capitalismo italiano, sotto scacco mediatico da mesi, ha trovato d’interesse accollarsi il terzo salvataggio della compagnia in 10 anni; le Ferrovie integreranno il business dei treni con quelli degli aerei, creando potenziali monopoli di traffico in alcune tratte, come la Roma-Milano; il Tesoro, non contento dei 900 milioni prestati, ha voluto entrare nel capitale con una quota di circa il 15%; nessun piano di rilancio è stato ad oggi varato, perché i dettagli verranno fuori dalle trattative che le Fs intavoleranno con i Benetton, evidenziando come la prima (soggetto statale) abbia scelto il partner ad occhi chiusi, non sulla base di un progetto.

Tutto divertente o di nullo interesse, se non fosse che ancora una volta Alitalia rischia di essere mantenuta con i soldi dei contribuenti, esitando perdite giornaliere per quasi 1,4 milioni di euro. La compagnia avrebbe tutte le potenzialità per uscire dalla sua ormai cronica crisi, per rilanciarsi sui cieli nazionali, europei e intercontinentali e per diventare un vettore concorrente temibile per soggetti come Lufthansa, Air France-Klm e Ryanair.

Ma perché ciò si verifichi, sarebbe imprescindibile che ad occuparsene fossero uomini d’industria e avendo mani libere, dato che ad oggi lo stato ha saputo solamente allargare il “buco” dei conti, anche quando ha finto di cederla ai privati ripulendola dai debiti, salvo individuare anche allora una cordata studiata a tavolino e senza basi industriali. Ahi noi, Alitalia continuerà a restarci sul groppone e tra qualche anno torneremo a discutere del suo quarto “salvataggio”.

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