Alitalia a fine volo: a Natale rischio paralisi e i Benetton ne approfittano

Il disastro Alitalia sembra completo, tant'è che nemmeno domani potrà essere rispettata la scadenza per la presentazione delle offerte di interessamento. La liquidità aziendale è quasi finita, malgrado gli aiuti pubblici stanziati a piene mani.

di , pubblicato il
Il disastro Alitalia sembra completo, tant'è che nemmeno domani potrà essere rispettata la scadenza per la presentazione delle offerte di interessamento. La liquidità aziendale è quasi finita, malgrado gli aiuti pubblici stanziati a piene mani.

Alitalia non decolla più. Sono passati oltre due anni e mezzo dall’avvio della gestione commissariale, che avrebbe dovuto concludersi sei mesi dopo. Invece, anche la data di domani per la vendita a una cordata privata dovrebbe essere disattesa dopo che il consiglio di amministrazione di Atlantia, la holding della famiglia Benetton, si è tirata ancora una volta fuori, non sciogliendo la riserva sulla sua partecipazione nell’operazione di salvataggio.

Secondo il board, non ci sarebbero ancora le condizioni basilari per prevedere un ingresso nel capitale della compagnia aerea, cioè continuerebbe a mancare il piano industriale.

E senza Atlantia, Ferrovie dello stato, Tesoro e Delta non sarebbero in grado di coprire la quota mancante, anche perché la stessa compagnia americana pretende un partner industriale. Ad oggi, la sua quota sarebbe di solo il 10%, circa 100 milioni su 1 miliardo di euro. Tra Fs e Mef, invece, si raccoglierebbe all’incirca un altro 50%. Il restante 37-38% avrebbe dovuto mettercelo, appunto, il fondo dei Benetton, che ha buon gioco a puntare al rialzo. La famiglia sta cercando di legare il suo ingresso in Alitalia alla garanzia che non perderà le concessioni autostradali per il crollo del Ponte Morandi.

A complicare la vicenda s’inserisce la pubblicazione delle indiscrezioni raccolte sulle indagini a carico di Atlantia, secondo le quali i manager sapevano del rischio di crollo. Il governo resta diviso sul da farsi, con il Movimento 5 Stelle a chiedere la revoca di tutte le tratte gestite da Autostrade per l’Italia, mentre il PD vorrebbe semmai limitarla alla sola tratta genovese o ligure. Piaccia o meno, da imprenditori i Benetton approfittano del fatto di tenere il coltello dalla parte del manico e alzano la posta: salvataggio di Alitalia, ma in cambio di garanzie politiche sulle autostrade.

Alitalia resta a terra e ci costa altri 350 milioni

Alitalia a corto di liquidità

La compagnia aerea versa con l’acqua alla gola. Quasi certamente, arriverà l’ottava imbarazzante proroga per la presentazione delle offerte da parte degli investitori interessanti a rilevarne gli assets.

Lo stato ha appena stanziato altri 400 milioni, che si sommano ai 900 milioni del prestito-ponte, fissando anche stavolta un tasso annuo pari al 10% + l’Euribor a 6 mesi. A parte che la Commissione europea potrebbe decidersi di tacciare tali erogazioni come aiuti di stato (vietati nella UE), non essendo più di natura temporanea, il problema vero è che questi soldi dei contribuenti italiani appaiono la classica goccia nel mare. La liquidità aziendale si tiene a galla in queste settimane solo per la riscossione anticipata della vendita dei biglietti per la stagione natalizia.

Questo significa, però, che già a dicembre Alitalia volerà perlopiù senza più incassare nuove entrate e la liquidità rischia così di azzerarsi da qui a meno di un mese. Inoltre, gli ormai 1,3 miliardi di euro prestati dal Tesoro le costano sui 125 milioni all’anno di soli interessi, pari a oltre il 4% dei ricavi del 2018. Denaro preziosissimo per una compagnia che perde ancora la media di 300.000 euro al giorno. Questa immensa mole di interessi riduce gli stessi margini finanziari e operativi, allontanando il salvataggio, anziché aiutare davvero la compagnia. Del resto, la questione ruota tutta attorno agli esuberi del personale, che Delta vorrebbe intorno ai 2.500 e Lufthansa ad almeno 5-6.000. E i tedeschi hanno smentito le voci di un investimento da 150-200 milioni, facendo sapere di restare interessati ad Alitalia solo se “ristrutturata”, cioè con tagli alla flotta aerea e al numero dei dipendenti.

E i commissari si stanno rendendo complici di una gestione scriteriata e al limite del ridicolo da parte dei tre governi che si sono succeduti dal loro insediamento nell’aprile 2017. Cambia la matrice politica, non la fuga dalla realtà: Alitalia “brucia” ogni centesimo che incassa e mette a repentaglio i soldi dei contribuenti, come ha fatto sin dalla sua nascita negli anni Settanta. Le serve un piano industriale privato per continuare a volare, libero da ogni condizionamento politico, altrimenti si riproporrà la solita fuffa dei “capitani coraggiosi” del 2008, un calcio al barattolo su di un marciapiede sempre più corto.

Inutile intestarsi una battaglia per minimizzare gli esuberi, quando l’alternativa sarebbe la chiusura di tutta la compagnia. Il disastro Alitalia è tale da non lasciare più spazio a dubbi sul (non) da farsi.

Scandalo Alitalia, altri soldi pubblici e “ricatto” dei Benetton sul ponte Morandi

[email protected] 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , ,
>