Aiuto, la Germania sta in silenzio da troppo tempo: cosa sta studiando?

La Germania è in silenzio da mesi su tutti i temi principali europei e non solo. Cosa segnala questa fase di apparente abbandono della scena internazionale?

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La Germania è in silenzio da mesi su tutti i temi principali europei e non solo. Cosa segnala questa fase di apparente abbandono della scena internazionale?

Avete sentito parlare in TV o sulla stampa della Germania o della sua cancelliera Angela Merkel nelle ultime settimane? No? Tranquilli, perché non è stata una vostra svista. I tedeschi sembrano essersi inabissati da almeno un paio di mesi, fuori da ogni tipo di dibattito politico e finanziario sul futuro dell’Europa, quando teoricamente ne sarebbero i leaders. E sappiamo quanta influenza esercitino, specie negli ultimi anni. Eppure, sono accadute diverse cose di recente, senza che da Berlino qualcuno abbia battuto ciglio, che abbia anche solo rilasciato una dichiarazione. Procediamo con ordine.

Il giorno dell’Immacolata era l’ultimo a disposizione per la BCE, al fine di fare il punto sul cosiddetto addendum, il complesso delle nuove regole sul conteggio dei crediti deteriorati o Npl delle banche dall’anno prossimo. La responsabile della Vigilanza sui rischi, Danielle Nouy, ha annunciato che la stretta sui nuovi crediti dubbi partirà sì dal 2018, ma non da gennaio, essendo stata rinviata “di qualche mese”, pur avvertendo che non ciò implica un debutto dal 2019. (Leggi anche: Perché la stretta sui crediti sarebbe un baratto tra BCE e Germania)

Nessuna intesa sarebbe stata ancora trovata, invece, su un altro capitolo riguardante le banche e anch’esso scottante: i titoli di stato. La BCE, su sollecitazione della Bundesbank e del governo tedesco, da tempo spinge per porre fine al trattamento privilegiato dei bond sovrani nei bilanci bancari. La loro detenzione non richiede ad oggi alcun accantonamento di capitale, essendo valutati “risk free”, ovvero a rischio zero. Da mesi si parla di porre un tetto alla quantità di titoli pubblici che ciascuna banca potrebbe detenere e/o di applicare loro gli stessi criteri previsti per le erogazioni di prestiti ai privati, in modo da rescindere il legame potenzialmente fatale tra banche e stati.

Il caso Steinhoff mette in crisi la BCE

E sempre Francoforte ha annunciato un mese e mezzo fa l’avvio del “tapering”, ovvero il taglio degli stimoli monetari, ma secondo una svolta che il mercato ha recepito come molto soft. Il “quantitative easing” è stato sostanzialmente esteso di altri 9 mesi al settembre dell’anno prossimo, pur al ritmo dimezzato di 30 miliardi mensili. Di questo passo, i tassi resteranno invariati fino almeno ai primi mesi del 2019, se non dopo. Eppure, di ragioni per bombardare di critiche il QE di Mario Draghi ve ne sarebbero proprio in questi giorni. In Italia, sta passando sottotraccia il dramma di Steinhoff International, la holding a capo di colossi della distribuzione come Poundland e Conforama. (Leggi anche: Svolta lenta della BCE favorisce l’Italia)

E’ successo che all’inizio della scorsa settimana, il gigante sudamericano ha licenziato il suo ceo per avere falsificato i conti. Le azioni della società sono crollate dell’80% e il suo bond 2025 in euro si è dimezzato di prezzo da 85 a 41, pur risalendo di poco nelle sedute successive. Cosa c’entra Steinhoff con la BCE? L’istituto aveva acquistato a luglio parte dell’emissione obbligazionaria da 900 milioni, che dopo lo scandalo è stata declassata da Moody’s di quattro notch a “B1”, ovvero in pieno territorio “non investment grade”. In parole povere, Francoforte ha in pancia titoli spazzatura e se Steinhoff decidesse di convertire almeno parte del suo debito in azioni per ristrutturarlo, si ritroverebbe ad essere azionista di una società privata, contravvenendo alle proprie regole.

Se è pur vero che i bond di Steinhoff sarebbero una percentuale risibile dei 130 miliardi di corporate bond complessivamente detenuti per via degli acquisti con il QE, è altrettanto indubbio che il caso presterebbe il fianco a tutte le critiche che i tedeschi hanno esternato negli ultimi tre anni, quando non sempre a torto avevano messo in guardia Draghi e i suoi funzionari che rastrellando assets sui mercati, avrebbero rischiato di ritrovarsi in pancia titoli spazzatura e possibilmente anche in situazioni scomode, come le ristrutturazioni dei debiti societari.

Ora che la storia starebbe dando loro ragioni, i tedeschi reagiscono con un silenzio che non passa inosservato.

La crisi politica tedesca

Cosa succede? Frau Merkel è intenta a trovare un accordo con i socialdemocratici per varare il suo quarto governo. Sarà Grosse Koalition? Difficile dirlo. A sinistra vi sono molte perplessità, anche perché l’eventuale appoggio dell’SPD alla cancelliera contravverrebbe la promessa post-elettorale del segretario Martin Schulz di andare all’opposizione. I conservatori non escludono l’ipotesi di un governo di minoranza, sostenuto dal buon cuore dei socialdemocratici al Bundestag. Insomma, Berlino è in piena impasse politica e forse ha ben altro a cui pensare, che non alle rogne europee. Tuttavia, sarebbe solo una spiegazione parziale del lungo silenzio tedesco. (Leggi anche: Crisi politica in Germania si aggraverà con larghe intese)

Anche perché nel frattempo, di eventi importanti sulla scena internazionale ne stanno accadendo. Londra ha siglato un accordo con Bruxelles sulla Brexit, mentre il presidente americano Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme la capitale d’Israele e il francese Emmanuel Macron sta esibendo un attivismo sul palcoscenico europeo, che mette in penombra la leadership germanica. Possibile che lo stallo politico interno da solo spieghi tale “scomparsa” dallo scacchiere internazionale?

E allora, viene il dubbio che si tratti di una pausa strategica, di riflessione. Berlino starebbe preparandosi a dare vita una nuova fase politica nella UE? Se sì, in quale direzione? Diverse banche d’affari, tra cui Nomura, ritengono che la BCE alzerà i tassi già a partire dai prossimi mesi. Una previsione controcorrente, che riguarderebbe i tassi overnight, quelli ad oggi sottozero, al -0,4%. La Bundesbank sta limitando le sue esternazioni contro Francoforte, semplicemente perché ambisce alla successione di Draghi. Il suo governatore Jens Weidmann vorrebbe accreditarsi quale figura meno divisiva tra le grandi banche centrali nazionali e per questo dovrà stare più zitto che parlare da qui alla designazione del nuovo numero uno della BCE, verosimilmente nella primavera del 2019.

Silenzio prima della tempesta?

D’altra parte, Berlino ambisce piuttosto apertamente a creare un’Eurozona e persino una UE a più velocità, escludendo le economie meno volenterose o meno preparate dalla testa di serie. In sostanza, i tedeschi vorrebbero maggiormente integrarsi sul piano fiscale e bancario con francesi, olandesi, belgi, austriaci, lussemburghesi, creando un nocciolo duro dell’euro, in attesa che gli altri siano in grado di raggiungerli. Sanno che per scoprire le carte serve loro un altro accadimento, come potrebbero essere le elezioni politiche italiane, i cui risultati, siano essi di impasse o la vittoria di una qualche formazione euro-scettica, verrebbero letti quale necessità di resettare tutto.

Dunque, non si esporrebbero, in attesa che i fatti diano loro il pretesto per intervenire, prendendo anche atto che, oggi come oggi, al Bundestag non vi sarebbe più alcuna maggioranza in grado di sostenere scelte dal tenore europeista, come quelle sinora compiute obtorto collo. L’era Merkel giunge al capolinea nel caos politico, mentre gli elettori tedeschi segnalano stanchezza per questa Europa di rischi condivisi e regole non rispettate. Serve studiare (in silenzio) una exit strategy. La Germania non è scomparsa, semplicemente si sta riposizionando nell’Europa che verrà. E per l’Italia non suona come una bella notizia. (Leggi anche: Doppio euro? Merkel si corregge (per finta))

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