Africa controcorrente verso il mercato unico, ma per ora senza i big

Mercato unico africano, un sogno che per molti sta diventando realtà. Il continente più povero del mondo va controcorrente e firma un accordo per abbattere le barriere doganali e consentire la libera circolazione delle persone.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mercato unico africano, un sogno che per molti sta diventando realtà. Il continente più povero del mondo va controcorrente e firma un accordo per abbattere le barriere doganali e consentire la libera circolazione delle persone.

Mentre soffiano i venti protezionisti dall’America all’Europa, l’Africa ha deciso di andare controcorrente e il mese scorso 44 stati su 55 del continente hanno siglato a Kigali, Ruanda, un accordo di libero scambio, noto come AfCFTA (African Continental Free Trade Agreement), al termine di 8 round negoziali durati complessivamente circa 2 anni e mezzo. Si tratta di un’intesa, che dovrà essere implementata nei prossimi mesi con la ratifica di ulteriori protocolli (concorrenza, proprietà intellettuale, risoluzione delle controversie, etc.) e che punta ad abbattere le barriere doganali sul 90% degli scambi. Questi sono relativamente molto bassi all’interno del continente africano: appena il 20% contro il 70% intra-UE o il 55% tra i membri del NAFTA. E 27 degli stati aderenti hanno anche sottoscritto un accordo per la libera circolazione delle persone, un passo a dir poco rivoluzionario, se si considera che parliamo di un continente, in cui molti stati continuano a guardarsi in cagnesco per svariate guerre in corso o cessate, ma ancora fresche.

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L’intesa entrerà in vigore da qui a 18 mesi e affinché sia valida, dovrà essere ratificata almeno da 22 stati membri entro 120 giorni. I consumi delle famiglie e delle imprese delle economie coperte dall’accordo vengono stimati oggi in 4.000 miliardi di dollari, ma al 2030 salirebbero rispettivamente a 2.500 e 4.200 miliardi. Stando ai calcoli della Commissione Economica per l’Africa dell’ONU, grazie all’abbattimento dei dazi gli scambi saliranno di oltre il 50% e raddoppieranno con l’ulteriore riduzione delle tariffe.

Se davvero l’Africa o gran parte di essa s’integrasse negli anni attraverso un mercato unico dei beni, dei servizi e degli investimenti, sarebbe un enorme passo in avanti anche sul piano della consapevolezza dei suoi popoli, i quali ridurrebbero la dipendenza economica dal resto del mondo, spesso legata alle esportazioni di materie prime, le cui oscillazioni dei prezzi sui mercati internazionali creano turbolenze economiche locali anche destabilizzanti sul piano politico. Si tratta di una grande opportunità di sviluppo per quasi un quinto degli abitanti della Terra, la sola che strutturalmente risolverebbe il problema dei flussi migratori verso le aree più ricche, come l’Europa.

L’assenza della Nigeria, prima economia africana

Tuttavia, i problemi non mancano e già vi sono state grosse sorprese in sede di ratifica. La Nigeria, prima economia africana, ha rinviato la firma. Il presidente Muhammadu Buhari ha spiegato che gli serve più tempo per valutare benefici e costi di una simile decisione. Le pressioni a Lagos sono forti e contrarie all’accordo. Il presidente della Confindustria nigeriana, Frank Jacobs, paventa una disoccupazione di massa per la chiusura di numerose imprese con l’apertura dei mercati. I sindacati sono sulla stessa lunghezza d’onda. E nemmeno il Sudafrica ha aderito, altra grande economia del continente.

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In teoria, a beneficiare del mercato unico africano saranno le grandi economie manifatturiere, in grado di conquistare milioni di nuovi consumatori all’infuori dei confini nazionali. Ma c’è anche il problema di come superare le aree di libero scambio regionali sinora sorte come funghi in Africa e che hanno creato più inefficienze che benefici. Ci sono stati che appartengono contemporaneamente a più trattati di questo tipo. Oltre a generare confusione e complicazioni legali, i mercati di fatto si sono chiusi in una dimensione regionale, cosa che spiegherebbe in parte la ragione dei bassi scambi inter-continentali.

Chiaramente, affinché l’AfCFTA abbia successo, è necessario che gli scambi che dovessero aumentare tra gli stati aderenti siano aggiuntivi a quelli attuali e che creino nuovo pil. Nella classifica mondiale, solo Nigeria, Egitto e Sudafrica nel continente vantano un pil degno di nota e agli ultimi posti delle prime 40 economie. Significativo e negativo che tra questi, solo Il Cairo abbia ad oggi aderito all’accordo, segno che le grandi dell’Africa non stiano svolgendo quel ruolo di fari per i partner minori, come si presupporrebbe. Sarebbe come se la UE nascesse senza Germania e Francia o Italia. L’Unione Africana, però, avrà il compito di fare pressing sulla decina di stati che non hanno firmato, nel tentativo di legare sul piano economico tutto il continente in un mercato unico a 58 anni dalla prima dichiarazione d’indipendenza di uno stato africano dagli occupanti stranieri, proprio quella della dubbiosa Nigeria. Scusate se è poco.

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Argomenti: Altre economie, Crisi paesi emergenti, economie emergenti