Dossier Mediaset-Tim e Nazareno 2.0 passano per la Sicilia

Il capitolo Tim al vaglio del governo s'intreccia con l'affare Mediaset e mescola il piano politico con quello finanziario. Ecco come starebbe risorgendo un patto del Nazareno, passando dalla Sicilia.

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Il capitolo Tim al vaglio del governo s'intreccia con l'affare Mediaset e mescola il piano politico con quello finanziario. Ecco come starebbe risorgendo un patto del Nazareno, passando dalla Sicilia.

Governo al lavoro sulla “golden power”, i poteri assegnati al Tesoro da una legge del 2012, a salvaguardia di assets strategici nazionali contro eventuali mire straniere. Ad essere sul tavolo del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, vi è il dossier Tim, la compagnia telefonica controllata al 24% dalla francese Vivendi del finanziere bretone Vincent Bollorè. Dopo la nazionalizzazione di Stx da parte del governo di Parigi, la reazione dell’Italia è stata immediata: Vivendi dovrà dimostrare di non possedere il controllo dell’ex monopolista della telefonia, altrimenti il governo potrebbe esercitare i poteri di cui dispone per tutelare l’italianità delle reti.

I francesi hanno già esposto la loro tesi, sostenendo negli incontri con i funzionari del Ministero, che pur detenendo quasi un quarto del capitale di Tim, non ne avrebbero il controllo. E il capitolo diventa ancora più delicato e politicamente sensibile, considerando che la stessa Vivendi sia salita in pochi mesi al 28,9% di Mediaset, la società controllata al 39,5% da Fininvest, la finanziaria della famiglia Berlusconi.

Quando agli inizi dell’anno si era scoperto che Bollorè fosse salito appena sotto la soglia dell’OPA obbligatoria, lo stesso Calenda e l’Agcom si erano mossi per tutelare un asset “strategico” nazionale come Mediaset. Da lì, il congelamento apparente della strategia dei francesi, che punterebbero anche all’integrazione di Cologno Monzese con la compagnia telefonica di cui sono primi azionisti. (Leggi anche: Caso Mediaset-Vivendi, in gioco reputazione del mercato)

Non è un mistero che la stessa famiglia Berlusconi persegua tale obiettivo da anni, ma ad oggi si è sempre scontrata con le regole, che vietano che una società telefonica con una quota di mercato superiore del 40% s’integri con una società con una percentuale superiore al 10% per il Sic (Sistema integrato delle comunicazioni).

Per superare l’impasse, il sottosegretario allo Sviluppo, Antonello Giacomelli, ha auspicato un accordo sui contenuti tra le due realtà industriali, purché resti un punto fermo la conservazione dell’italianità dell’entità che ne nascerebbe. Ora, fondendo Mediaset e Tim, si arriverebbe oggi a un colosso da 21,5 miliardi in borsa, di cui la famiglia Berlusconi deterrebbe appena il 7,4% e Vivendi il 24,8%. Difficile sostenere che si tratterebbe ancora di un player italiano.

Separazione rete Tim per agevolare integrazione con Mediaset

Ecco, quindi, che la soluzione passerebbe per lo scorporo della rete fissa da Tim. Questa verrebbe stimata fino a un massimo di 13 miliardi di euro, anche se sulla sua valutazione esistono profonde divergenze tra gli analisti. Tim non sarebbe contraria allo spin-off, ma pretenderebbe di continuare a detenerne il controllo, cedendo sul mercato una quota di minoranza. In questo modo, resterebbe proprietaria delle infrastrutture e monetizzerebbe dalla cessione, abbattendo il debito finanziario, a beneficio della stessa Vivendi, in qualità di azionista di riferimento. (Leggi anche: Il nuovo patto tra Renzi e Berlusconi sull’affare Mediaset-Telecom)

A Mediaset, l’integrazione gioverebbe per accedere alla banda ultralarga, cercando di risollevare i destini di Premium, la pay tv del Biscione. In effetti, sarebbe più nel suo interesse fondersi con Tim, che non di quest’ultimo, che entrerebbe in un mercato certamente non nel fiore dei suoi anni e infliggendo potenziali perdite, com’è accaduto altrove in Europa.

Partita finanziaria che passa dalla Sicilia?

E’ fin troppo chiaro che il dossier Mediaset-Tim avrebbe ripercussioni politiche di primissimo piano in Italia. Se Calenda perseguisse lo spin-off della rete, agevolando l’integrazione tra le due società, sarebbe percepito come un favore nei confronti del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, uno dei principali oppositori (“morbidi”) del governo Gentiloni.

In questo clima, potrebbero realizzarsi un baratto ben aldilà di semplici interessi industriali legittimi, che passerebbe per un accordo sugli scenari istituzionali attuali e post-elettorali.

A più di un “maligno” è venuto il dubbio che le divisioni del centro-destra in Sicilia per le elezioni regionali di novembre (Berlusconi si rifiuta di sostenere il candidato della destra, Nello Musumeci, pur con le maggiori potenzialità di vittoria contro i grillini) abbiano molto a che vedere con questa partita finanziaria. Difficile, infatti, anche solo sul piano psicologico, che l’ex premier abbia un desiderio ardente di battere alle urne il partito di riferimento dello stesso governo, che potrebbe consentirgli di realizzare un sogno coltivato da circa un quindicennio. La Sicilia è teatro inconsapevole di un disegno politico-industriale superiore. (Leggi anche: Grillo al governo, Berlusconi e l’errore fatale che parte dalla Sicilia)

 

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