Adesso il mercato si aspetta un taglio dei tassi Fed negli USA

La Fed taglierà i tassi tra non molto. E' quanto credono i mercati, che iniziano a scontare la clamorosa svolta monetaria in America per la prima volta dal 2008.

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La Fed taglierà i tassi tra non molto. E' quanto credono i mercati, che iniziano a scontare la clamorosa svolta monetaria in America per la prima volta dal 2008.

Sarà il report pomeridiano sulla creazione di posti di lavoro non agricoli a dicembre (“non farm payrolls”) a segnare probabilmente l’intonazione a Wall Street quest’oggi, dopo che ieri l’indice ISM manifatturiero relativo al mese scorso ha sorpreso al ribasso, scendendo da 59,3 a 54,1 punti. Gli analisti si aspettavano un calo minore. Per ADP, invece, il mercato del lavoro avrebbe lanciato alla fine dell’anno segnali molto positivi, con il maggior numero di posti creati dal febbraio del 2017. Vedremo cosa diranno i dati ufficiali, ma per il momento abbiamo la certezza che il mercato starebbe iniziando a scontare per la prima volta dal 2008 un taglio dei tassi. Anzitutto, partiamo dai dati di CME, il principale trader di derivati. Fino a qualche settimana fa, scontava un solo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve per l’intero 2019 ed esattamente a giugno. Adesso, non solo non sconta alcun rialzo da qui al gennaio prossimo, ma si fanno sempre più alte le probabilità di un taglio, atteso al 39% tra un anno.

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E i rendimenti a 2, 3 e 5 anni sono scesi poco fa di poco sotto il 2,4%, che corrisponde al tasso Fed effettivo, quello che si muove nel range fissato dall’istituto a dicembre al 2,25-2,50%. Non accadeva dal 2008, anno in cui l’esplosione della crisi finanziaria costrinse la Fed ad azzerare i tassi. Quale sarebbe il significato di un simile evento? Il mercato starebbe scommettendo che da qui a 2 anni i tassi americani verranno fissati più bassi di quelli attuali.

E ancora, lo spread forward a breve termine, quello che capta la differenza attesa dai titoli a 18 mesi e quelli a 3 mesi, è sceso mercoledì in territorio negativo a -0,0653%. Si tratta di un indicatore sulle attese monetarie a breve termine negli USA e ci segnala un probabile arretramento dei tassi da qui a un anno. Tutto questo, mentre la curva dei rendimenti si è già invertita nel tratto medio-breve, con il Treasury a 1 anno a offrire il 2,50%, più del 2,39% dei biennali, i quali a loro volta offrono più del 2,35% dei triennali e del 2,37% dei quinquennali. E i titoli a 7 anni rendono meno (2,44%) di quelli a 1 anno. Stabile, invece, lo spread 10/2 anni, in area 15-20 punti base.

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“L’essenziale è invisibile agli occhi”, scriveva Antoine de Saint-Exupéry nel “Piccolo Principe”. In effetti, il mercato ci sta gridando con forza che la Fed i tassi non li alzerà più e, anzi, potrebbe persino tagliarli. Eppure, la gran parte dei commentatori economici ha colto l’ultimo rialzo di dicembre come la prova che il governatore Jerome Powell non vorrebbe sentirne di allentare la politica monetaria, di fatto ignorando gli appelli e le minacce esplicite del presidente Donald Trump. In realtà, la Fed non aveva alternative alla stretta, dato che questa era stata già incorporata dal mercato nelle sue valutazioni sui prezzi degli assets. Inoltre, c’era da difendere le parvenze di totale indipendenza dell’istituto dalla sfera politica. Si è trattato solo di prendersi il tempo necessario per preparare gli investitori al cambio di rotta, quasi certamente preceduto da una lunga pausa sui tassi.

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Stando così le cose, Trump dovrebbe gioire. Sì e no. Da un lato, starebbe per ottenere quanto desiderato, visto che difficilmente la Fed ignorerà i segnali provenienti dal mercato, indisponendolo. La stabilità finanziaria, per quanto non entri ufficialmente nelle stanze di Atlanta tra gli obiettivi del doppio mandato, è diventata per stessa ammissione dei predecessori di Powell un parametro importante da tenere in considerazione. A meno che l’inflazione americana non torni a salire, accelerando sopra il target del 2%, non vi sarebbe una ragione imminente per varare la decima stretta dal 2015. Sempre che avessero ragione i mercati, non dovrebbe esservi alcun surriscaldamento dei prezzi a breve, se è vero che l’inflazione attesa per il tramite del “breakeven” tra titoli quinquennali a cedola fissa e omologhi con cedola legata all’inflazione viene stimata ormai all’1,50% medio per il prossimo lustro, ben al di sotto del target. Dall’altro lato, se il mercato inizia a scontare un taglio dei tassi, ciò accade per il timore di una recessione in arrivo o quanto meno di un rallentamento economico abbastanza brusco. Ed è proprio quello che Trump vuole evitare che accada da qui alla fine dell’anno prossimo, quando si terranno le prossime elezioni presidenziali.

Del resto, tra le 10 sorprese in fatto di economia per quest’anno, secondo il numero due di BlackStone, Byron Wien, vi sarebbe proprio la pausa sui tassi della Fed, in grado di evitare la caduta in recessione dell’economia americana e che contribuirebbe al recupero di Wall Street con un +15%. E l’Asia nel frattempo replica con un allentamento della politica monetaria cinese, seppure attraverso il canale non ufficiale del taglio del coefficiente di riserva obbligatoria (RRR) di 100 punti base, formalmente per effetto della lievitazione della domanda di liquidità che si ha in concomitanza con il Capodanno Lunare. La verità è che dopo un 2018 trascorso con le principali banche centrali a parlare di normalizzazione dei tassi e la Fed a tendervi nei fatti, adesso la musica è cambiata. E chi i tassi non li aveva ancora alzati nemmeno una volta dovrà inventarsi qualcosa di serio per reagire ai possibili venti di crisi.

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