Acqua minerale o del rubinetto? Business miliardario sotto tiro, Italia in testa

Acqua minerale un business forse senza rivali. E l'Italia è tra i principali mercati di consumo al mondo. Dubbi sulla necessità di trovare alternative all'acqua di rubinetto.

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Acqua minerale un business forse senza rivali. E l'Italia è tra i principali mercati di consumo al mondo. Dubbi sulla necessità di trovare alternative all'acqua di rubinetto.

Lo direste mai che uno dei business a più alto potenziale nel mondo e anche tra i più remunerativi consiste nel vendere acqua in bottiglia? Se vi sembra un paradosso che decine di milioni di persone ogni giorno siano disposte a spendere per avere un bene che posseggono già gratis – l’acqua del rubinetto – tant’è. E cosa apparentemente ancora meno comprensibile è che l’Italia figuri nelle classifiche internazionali come il primo mercato di consumo in Europa e secondo al mondo al solo Messico, con 13,8 miliardi di litri acquistati, pari a 208 litri per abitante nel 2016. La media dei primi 10 mercati mondiali è stata nel 2015 di 132 litri a testa, con il Messico a 244 litri, seguito dai 203,6 litri della Thailandia, superata l’anno scorso dal nostro paese, appunto, che ha fatto un balzo del 17% in appena 12 mesi. (Leggi anche: Acqua minerale, Italia il paese che ne consuma di più)

Proprio l’Asia sembra uno dei mercati più promettenti, a causa degli elevati tassi di inquinamento conseguenti alla sua urbanizzazione e al suo rapido sviluppo, che stanno mettendo a rischio le falde acquifere, costringendo centinaia di milioni di persone in questo continente a rivolgersi all’acqua in bottiglia per bere.

Acqua in bottiglia, ma conviene?

Tuttavia, diversi studi metterebbero in dubbio la necessità di trovare alternative all’acqua del rubinetto. L’organizzazione dei consumatori Choice in Australia ha trovato, ad esempio, che l’acqua filtrata nel paese costerebbe appena 2 dollari ogni 1.000 litri all’industria che la imbottiglia, mentre Sidney Water la venderebbe alla bellezza di 3,50 dollari ogni 600 ml, praticamente maturando ricavi per quasi 3.000 volte più alti il costo sostenuto. E ci sarebbe la beffa: mentre le leggi locali impongono ai comuni di testare l’acqua tutti i giorni, le imprese che la imbottigliano sono tenute a farlo solo una volta all’anno.

Conseguenza? I consumatori australiani comprerebbero acqua in bottiglia per quasi 770 milioni all’anno, pensando che sia più salutare, mentre risulterebbe meno ossigenata di quella del rubinetto a Sidney, così come conterrebbe meno sali minerali.

Polemiche anche negli USA, dove l’anno scorso gli americani hanno acquistato acqua in bottiglia per il valore di 16 miliardi di dollari, superando per la prima volta i consumi di bevande gassate, frutto maggiore consapevolezza e della ricerca di soluzioni più salubri. Ma mentre le municipalità con almeno 2,5 milioni d abitanti sono costrette per legge a testare le acque diverse decine di volte al giorno e quelle con almeno 50.000 abitanti devono farlo per 60 volte al mese, gli stessi requisiti non vengono imposte alle società private di imbottigliamento, anche se la svizzera Nestlé sostiene di effettuare test ogni ora. (Leggi anche: Acqua minerale ritirata, batterio killer)

E proprio il colosso elvetico è uno dei giganti dell’acqua in bottiglia nel mondo, fatturando da questo business 7,7 miliardi di dollari all’anno, di cui ben 343 milioni dal solo stato del Michigan, dove paga la miseria di 200 dollari all’anno simbolici per la concessione. Come mai tanti americani ricorrono all’acqua imbottigliata? Paura, anche in questo caso. Si stima che 77 milioni di loro, ovvero oltre un quinto del totale, sarebbe servito da acqua del rubinetto non conforme alle regole federali.

Business miliardario in Italia

Tornando all’Italia, i nostri consumi pro-capite di acqua in bottiglia risultano secondi solo a quelli messicani. Nel nostro paese esistono 140 stabilimenti che distribuiscono 260 marche. Il 71% dei litri bevuti riguarda acqua naturale. Il mercato si è sviluppato da noi dagli anni Ottanta, a seguito di scandali sulla scarsa salubrità delle acque di rubinetto in alcune aree del paese. Eppure, siamo dinnanzi a un paradosso, perché mentre i comuni sono tenuti a non superare i 10 microgrammi al litro di arsenico, l’acqua in bottiglia può arrivare a contenerne fino a 40-50 microgrammi al litro, in quanto inizialmente questa era stata pensata per essere un’offerta a fini curativi, sfuggente, quindi, alle normative in materia.

Altro aspetto non secondario riguarda l’ecosostenibilità. Imbottigliare acqua, anziché berla dal rubinetto, comporta un dispendio di energia tra 1.000 e 2.000 volte in più. Da una quarantina di anni, il PET consente con molta più facilità il trasporto di acqua, cosa che con le bottiglie di vetro era più rischiosa e costosa. Tuttavia, il materiale contribuisce anche all’inquinamento, anzi ne è una fonte principale, tanto che la sua produzione necessiterebbe di una foresta delle dimensioni del Regno Unito, si stima, per bilanciare le emissioni di Co2. E nel nostro paese, mediamente una bottiglia di acqua compie un tragitto di 700 km dal luogo di produzione a quello di consumo, perché le società del sud vendono al nord e quelle del nord vendono al sud, senza un’apparente logica. Altro che chilometro zero; il trasporto avviene per oltre l’80% su gomma, contribuendo a inquinare.

E anche da noi, il costo medio di imbottigliamento si aggira sui 2 millesimi di euro al litro, perché i canoni applicati dalle regioni alle società risalgono spesso a qualche centinaio di anni or sono e sono legati non ai volumi estratti, bensì alle superfici concesse. Ecco, quindi, che a fronte di un giro d’affari stimato in 2 miliardi all’anno (spesa pro-capite sui 33 euro all’anno), le società del settore possono permettersi di fare pubblicità per ben 370 milioni, quasi un quinto del loro fatturato, una percentuale insolitamente elevata. (Leggi anche: Acqua minerale, Ministero impone ritiro per contaminazione)

 

 

 

 

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