Accordo possibile sul deficit tra Italia e UE, ecco come Di Maio-Salvini convincerebbero i mercati

Il governo italiano concederebbe qualcosa sul deficit alla UE, ma in cambio incasserebbe l'ok di Bruxelles sulla manovra di bilancio. Manca un approccio più strutturale al problema vero dell'Italia, come negli ultimi decenni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo italiano concederebbe qualcosa sul deficit alla UE, ma in cambio incasserebbe l'ok di Bruxelles sulla manovra di bilancio. Manca un approccio più strutturale al problema vero dell'Italia, come negli ultimi decenni.

E’ stato un giorno ad alta tensione ieri tra Italia e UE. I toni si sono surriscaldati sulla manovra di bilancio che a Roma deve ancora essere redatta ufficialmente. Lo spread BTp-Bund a 10 anni ieri ha chiuso sopra i 300 punti base e i rendimenti decennali sono esplosi in area 3,45%. E’ chiaro a tutti che la situazione sia diventata abbastanza grave e rischi di sfuggire di mano, specie se a fine mese le agenzie di rating dovessero declassare il debito sovrano italiano a “non investment grade” o a un gradino sopra del baratro, stimolando nuove vendite e speculazioni sul futuro dei nostri BTp. Per questo, il governo Conte ha lavorato ieri a una revisione della bozza di legge di Stabilità, cercando un difficile, ma non impossibile, equilibrio tra le ragioni elettorali e del consenso da una parte e il rispetto dei vincoli fiscali europei dall’altro. Sentirsi rimproverare dal ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, di non adempiere alle previsioni comunitarie fa salire il sangue al cervello, ma limitarsi ad adirarsi in queste condizioni non serve, per cui bisogna concedere per incassare.

Allarme spread: perché per l’Italia e l’euro non sarebbe un altro 2011, ma molto peggio

L’ipotesi che sta circolando da ieri sera e che stamattina sta sostenendo il cambio euro-dollaro in Asia sarebbe quella di mantenere il deficit al 2,4% per il prossimo anno, salvo tagliarlo gradualmente fino al 2% nel 2021. Per capirci, nel 2020 scenderebbe in area 2,2% e l’anno successivo al 2% o forse qualcosa meno. In più, il governo giallo-verde s’impegnerebbe ad assicurare a Bruxelles il raggiungimento degli obiettivi di bilancio nel caso di crescita inferiore alle attese, attraverso tagli automatici alla spesa pubblica. Insomma, verrebbero attivate le famose clausole di salvaguardia, ma agendo non sulle entrate, bensì sulla spesa, una novità da accogliere positivamente.

Il capitolo spesa pubblica

Basteranno questi aggiustamenti per convincere i commissari? Come avete modo di vedere, qui si tratta di limare i numeri di qualche decimale, un po’ poco per parlare di reale accelerazione nell’abbassamento del rapporto debito/pil. Tuttavia, la Commissione UE non sarebbe interessata realmente a costringere l’Italia ad azzerare il deficit in tempi brevi, quanto a salvare le forme. Ieri, un alto funzionario europeo dichiarava che mai si era visto prima un governo presentare una manovra senza alcun rispetto delle forme, come a segnalare che il problema di Bruxelles consiste nel non potere accettare che Roma comunichi al mondo di fare di testa sua e di violare gli accordi assunti in sede comunitaria con nonchalance. Dunque, impegnarsi a ridurre il disavanzo già dal 2020 sarebbe un modo per compiere un passo in avanti verso le richieste della UE, anche se evidentemente parliamo di un’offerta in sé insufficiente.

I due vice-premier Matteo Salvini e Luigi Di Maio non possono permettersi di indietreggiare fino al punto di rimangiarsi la parola su reddito di cittadinanza, legge Fornero e taglio delle tasse. Questo non significa, però, che il deficit non possa essere scalfito altrimenti. Fermo restano il 2,4% per il 2019, l’Italia non da oggi dovrebbe concentrarsi a porre un freno alla spesa pubblica, che quest’anno dovrebbe salire a 852 miliardi di euro, oltre il 48% del pil. All’Europa come ai mercati bisogna offrire una prospettiva rassicurante di medio-lungo termine e credibile, ossia non dipendente dai cicli politici, tale per cui il prossimo che arrivi a Palazzo Chigi non sfasci tutto e ci riporti indietro. “Congelare” la spesa pubblica in valore assoluto non è un’operazione sostenibile sul piano politico, perché alcune sue voci presentano la necessità quasi inderogabile di essere aggiornate al rialzo di anno in anno. Si pensi agli stipendi pubblici, che pesano per circa 165 miliardi, oppure alle pensioni, altro capitolo da 220 miliardi all’anno.

Perché troppo debito pubblico in mani italiane frena la crescita economica

Frenare la spesa pubblica per rassicurare i mercati

Per offrire una prospettiva strutturalmente rassicurante sarebbe opportuno ragionare di triennio in triennio e con numeri credibili. Per prima cosa, chiediamoci di quanto potrebbe verosimilmente crescere il pil nominale (pil reale + inflazione) da qui al 2021. Supponiamo per ragioni di prudenza che non si vada oltre il 2,5% all’anno (1% di crescita e 1,5% di inflazione), per cui al 2021 avremmo un prodotto interno lordo di circa il 7,7% più alto di quello che sarà registrato alla fine del prossimo dicembre. Dovremmo mettere nero su bianco che la spesa pubblica aumenterà complessivamente di meno, magari della metà. Ciò significherebbe che quegli 852 miliardi di quest’anno lieviterebbero a un massimo di 885 miliardi. Rispetto a un pil atteso a poco meno di 1.900 miliardi tra 3 anni, il rapporto scenderebbe al 46,7%. A parità di gettito rispetto al pil, avremmo ridotto il deficit di quasi l’1,5% del pil rispetto a quest’anno, cioè ci tenderemmo al pareggio di bilancio.

Chiaramente, stiamo un po’ ragionando in maniera semplicistica, ma quel che più importa è il nocciolo della questione: segnalare agli investitori e ai commissari che l’Italia alzerà la spesa pubblica sempre in percentuale nettamente inferiore alla crescita nominale del pil verrebbe percepito come un impegno credibile e in sé rassicurante, capace di abbattere il rapporto debito/pil più velocemente delle attese attuali. A questo punto, anche tagliare le tasse parzialmente senza coperture finanziarie sarebbe accettabile, se ciò si traducesse in un volano per la crescita economica. Anziché giungere al pareggio di bilancio vero e proprio, ad esempio, potremmo mettere in conto un disavanzo superiore di mezzo punto percentuale, se finalizzato a sostenere provvedimenti espansivi e non puramente redistributivi come il reddito di cittadinanza.

Salvini e Di Maio avrebbero dovuto pensarci in piena estate, anzi avrebbero dovuto comunicare questo approccio alle finanze statali già dal primo giorno di insediamento al governo. Solo frenando la crescita della spesa pubblica in modo strutturale si può riportare la fiducia sui nostri BTp. E i mercati arriverebbero a chiudere un occhio su misure contingenti in deficit, se fosse loro offerta una prospettiva positiva più ampia e duratura. E’ quello che manca a Roma negli ultimi decenni, per cui la navigazione a vista non può essere addebitata certo solo ai “populisti”.

I programmi di Lega e 5 Stelle? Per realizzarli occorre bloccare la spesa pubblica

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia