Accordo OPEC sul taglio produzione petrolio vicino, ma se la Russia tradisce?

Accordo OPEC sul taglio della produzione di petrolio prossimo al rinnovo per tutto il 2018. E la Russia partecipa dall'esterno, ma potrebbe "tradire" nei prossimi mesi.

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Accordo OPEC sul taglio della produzione di petrolio prossimo al rinnovo per tutto il 2018. E la Russia partecipa dall'esterno, ma potrebbe

Quotazioni del petrolio in rialzo stamattina con il Brent a 62,53 dollari e il Wti americano a 56,54 dollari, rispettivamente guadagnando il 9% e il 17,7% su base mensile, salendo ai massimi da quasi due anni e mezzo. La risalita ha a che fare con l’avvicinarsi del vertice OPEC di Vienna del prossimo 30 novembre, quando il cartello incontrerà i rappresentanti di diversi altri paesi produttori non ad esso appartenenti, tra cui la Russia, per rinnovare l’accordo per estendere a tutto il 2018 il taglio alla produzione di complessivi 1,8 milioni di barili al giorno.

Senza il rinnovo, l’accordo cesserebbe alla fine del marzo prossimo, ma da Mosca a Riad, tutti i protagonisti si sono espressi in favore del mantenimento in vita di un’intesa, che ha consentito alle quotazioni di recuperare parte consistente delle perdite accusate negli anni passati, pur rimanendo quasi dimezzate rispetto ai livelli a cui erano arrivate alla metà del 2014.

L’Arabia Saudita intende sostenere le quotazioni almeno da qui all’IPO di Aramco, che si dovrebbe tenere alla fine dell’anno prossimo. In gioco vi sono decine di miliardi di dollari, a tanto ammonterebbe la differenza di valutazione del 5% della compagnia petrolifera, che sarà ceduto sul mercato. I sauditi vorrebbero incassare 100 miliardi, diversi analisti spiegano che si potrebbe arrivare a non oltre una cinquantina. La distanza tra i due estremi della forchetta sarebbe colmata man mano che le quotazioni del greggio dovessero risalire. (Leggi anche: L’IPO di Aramco segnerà la fine dell’OPEC)

Come la Russia ha superato la crisi

Siamo sicuri, però, che la Russia, primo produttore mondiale di petrolio e non aderente all’OPEC, abbia interesse a partecipare all’estensione dell’accordo? Mosca estrae quotidianamente 10,5 milioni di barili, secondo gli ultimi dati ufficiali, che sommati ai quasi 10 dell’Arabia Saudita, fanno il 20% dell’offerta globale. E’ evidente come i due paesi abbiano un potere elevato di incidere sulle quotazioni. Tuttavia, Riad è ancora dipendente dal greggio in misura molto più rilevante, nonostante stia varando alcune riforme per ridurre tale dipendenza.

Una ragione essenziale per cui il Cremlino ha potuto superare con relativamente pochi sacrifici la crisi del comparto risiede nel tasso di cambio.

A differenza dei sauditi, i russi hanno fatto fluttuare il rublo liberamente dalla fine del 2014, in modo da aumentare in valuta locale i ricavi derivanti dalla vendita di petrolio in dollari sui mercati esteri. Grazie a questa operazione, l’impatto sul deficit statale del crollo delle quotazioni è stato abbastanza contenuto, nonostante il greggio alimentasse quasi la metà delle entrate statali. Per capire perché, bastino questi dati: tre anni e mezzo fa, un barile di greggio valeva sui 3.750 rubli, poco più dei 3.715-20 di oggi. Questo, perché il petrolio è sceso di prezzo nel frattempo di quasi il 50%, ma il cambio tra rublo e dollaro si è deprezzato di oltre il 40%. (Leggi anche: Rublo, rally già finito?)

A Mosca interessa proprio l’andamento dei prezzi in rubli, che risultano di circa il 7% più alti di quelli di inizio anno e praticamente ormai in zona di sicurezza. Se il rublo non si rafforzasse più, dopo il +7% messo a segno contro il dollaro nell’ultimo anno (+27,5% da gennaio 2016), ai russi basterebbe che le quotazioni si fermassero ai livelli attuali. E potrebbero scendere fino a circa 55 dollari senza che i loro pozzi incorrano in perdite. Oltre tutto, dopo il boom dell’inflazione nel biennio 2015-’16, conseguenza proprio del deprezzamento del cambio, la crescita tendenziale dei prezzi attualmente è la più bassa in era post-sovietica, al 2,7% a ottobre, per cui il Cremlino potrebbe permettersi anche un ulteriore indebolimento del rublo, nel caso in cui le quotazioni del greggio scemassero sotto i 60 dollari.

Russia ha interesse a rompere l’accordo?

Verrebbe da chiedersi per quale ragione Vladimir Putin dovrebbe tirarsi indietro da un accordo, che in teoria gli frutterebbe solo benefici. La risposta si chiama America. Con il boom dello “shale”, le compagnie petrolifere USA si mostrano in grado sia di produrre anche con costi ormai a soli 45 dollari al barile, sia di approfittare dell’eventuale balzo delle quotazioni per offrire al mercato quei barili in meno che vengono estratti dai paesi che aderiscono all’accordo.

Il rischio sarebbe, quindi, per russi e sauditi di perdere quote di mercato, specie nella vorace Asia, dove la crescita economica rampante spinge alla fame di energia imprese e famiglie. Ma i sauditi devono confidare solo nelle quotazioni alte per evitare contraccolpi ulteriori alle loro finanze statali, avendo agganciato da oltre 30 anni il loro rial al dollaro a un cambio fisso di 3,75. I russi, invece, possono permettersi una maggiore fluttuazione dei prezzi senza impatto significativo sui loro conti pubblici. (Leggi anche: Petrolio, prezzi giù su boom shale USA)

E così, Chris Weafer di Macro-Advisory spiega di ritenere che con quotazioni tra 60 e 65 anni, sarebbe “molto improbabile” che i russi continuino ad aderire all’accordo. Dovremmo attenderci un colpo di scena al vertice OPEC di fine novembre? No, perché Mosca è consapevole di non potersi nemmeno permettere di scatenare vendite sul greggio, che farebbero crollare le quotazioni a ridosso delle elezioni presidenziali russe. Il Cremlino darà l’ok all’estensione dell’accordo, salvo iniziare nel corso dell’anno prossimo a estrarre sempre più barili, man mano che l’eccesso di offerta globale si sarà ridotto, magari puntando a tornare ai massimi dalla fine dell’Urss, ovvero in area 11 milioni di barili al giorno.

 

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