Accordo OPEC, perché i sauditi si sono decisi a tagliare l’offerta di petrolio

Le quotazioni del petrolio dovrebbero salire ad almeno 60 dollari, ma i sauditi puntano a un equilibrio per massimizzare il loro rendimento nel lungo periodo. Vi spieghiamo le ragioni dell'accordo OPEC di ieri.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio dovrebbero salire ad almeno 60 dollari, ma i sauditi puntano a un equilibrio per massimizzare il loro rendimento nel lungo periodo. Vi spieghiamo le ragioni dell'accordo OPEC di ieri.

Ha stupito anche i più ottimisti l’accordo OPEC di ieri, che ha fatto balzare le quotazioni del petrolio del 9%, portando quelle del Brent tra i 52 e i 53 dollari e del Wti americano a ridosso dei 50 dollari al barile. Siamo sui massimi dell’anno, quando le speranze sembravano essere svanite sul raggiungimento di un’intesa tra i 14 membri del cartello, responsabili di oltre un terzo dell’offerta mondiale. Ma cosa ha convinto l’Arabia Saudita a decidersi finalmente ad assecondare le richieste degli alleati per un taglio della produzione, dopo averle respinte per oltre due anni? (Leggi anche: Accordo OPEC raggiunto, produzione petrolio giù)

I bassi prezzi di questi ultimi tempi hanno provocato enormi disagi alle finanze statali dei principali produttori mondiali, specie a economie come Russia, Arabia Saudita, Venezuela, Nigeria, tra le maggiori dipendenti dal petrolio. Se fosse solo questa la spiegazione, sarebbe molto parziale. I sauditi dispongono, infatti, di riserve valutarie prossime a 600 miliardi di dollari, in grado di coprire il disavanzo fiscale di quasi 100 miliardi dello scorso anno per almeno altri sei esercizi. E senza tenere conto di altre opzioni disponibili, come la svalutazione del cambio e l’IPO di Aramco, il colosso energetico statale, stimato in non meno di 2.000 miliardi di dollari.

Bassi prezzi implicano bassa produzione futura

Sarebbe stata convenienza dei sauditi prolungare la crisi attuale, in modo da portare sull’orlo del baratro i principali concorrenti, aumentando le proprie quote di mercato. Tuttavia, i bassi prezzi creano problemi alla produzione nel lungo termine. Secondo Wood Mackenzie, dal 2015 al 2020, gli investimenti nel settore petrolifero diminuirebbero di 740 miliardi, rispetto alle stime effettuate nel 2014, prima del crollo delle quotazioni.

Quando i prezzi del petrolio sono più bassi, viene meno l’incentivo delle compagnie ad investire per la ricerca di nuovi pozzi, dato che sale la quantità di petrolio, che pur disponibile, non sarebbe conveniente estrarre, in quanto il costo tenderebbe a superare i ricavi. Ma un taglio eccessivo degli investimenti implica una produzione futura più bassa e potenzialmente una carenza di offerta, tale da fare impennare le quotazioni. (Leggi anche: Sauditi vogliono il sangue degli altri produttori)

 

 

 

Necessarie quotazioni equilibrate

E lo scenario temuto dai sauditi è proprio questo, ovvero che i bassi prezzi a lungo portino a un’offerta carente e alla conseguente esplosione delle quotazioni entro la fine del decennio. E guardate bene, per chi vende non è positivo nemmeno tale scenario, perché colpisce le finanze dei clienti, ne riduce la domanda, crea i presupposti per un rallentamento della crescita globale o finanche per una recessione, incentivando il ricorso alle energie alternative.

Dunque, i prezzi non possono essere troppo bassi, perché mandano in rovina i paesi produttori, ma nemmeno troppo alti, perché colpiscono la domanda e rendono più allettanti le alternative al greggio. E’ necessario un equilibrio, che implica quotazioni a metà strada tra i livelli attuali e i 100 dollari di metà 2014. (Leggi anche: Accordo OPEC ci sarà su partita a scacchi tra sauditi, russi e americani)

Test per lo shale USA

E, infine, c’è la questione dello “shale” USA, che i sauditi considerano il vero responsabile del crollo dei prezzi. Le compagnie americane hanno estratto fino a un massimo di 9,6 milioni di barili al giorno nell’aprile dello scorso anno, ovvero 4 milioni in più in appena 6 anni. Al momento, risultano essere scese a 8,7 milioni, ma con la risalita dei prezzi, Riad rischia di assistere a un recupero delle estrazioni negli States.

Uno degli obiettivi della mossa di ieri del regno è di verificare la relazione tra prezzi e offerta di “shale”, ovvero l’elasticità della produzione USA rispetto alle quotazioni. Trattandosi di un fenomeno relativamente nuovo quello del “fracking”, non se ne conoscono perfettamente i meccanismi di risposta alle variabili del mercato, per cui è necessario testarli, attraverso i vari scenari. (Leggi anche: Obama autorizza export petrolio USA)

 

 

 

Economia mondiale non sosterrebbe quotazioni eccessive

A quale livello saliranno i prezzi del greggio? La storia ci insegna, sin dagli anni Settanta, che ogni accordo dell’OPEC è intrinsecamente instabile, perché incentiva azioni opportunistiche dei suoi membri. I sauditi si sono impegnati a tagliare la loro offerta di 486.000 barili al giorno, i russi (membri non OPEC) di 300.000, gli iraniani potrebbero dover produrre fino a 3,9 milioni, ma chi ci dice che nessuno di loro non approfitti della crescita dei prezzi per estrarre qualcosa di più, finendo così per intasare nuovamente il mercato di offerta?

E’ probabile, poi, che Riad non consentirà che la risalita dei prezzi sia troppo veloce ed eccessiva, consapevole che l’economia globale non sarebbe in grado di attutire il colpo. I 60 dollari sarebbero alla portata, ma oltre tale livello dovremmo attenderci esternazioni dal tono “bearish” in arrivo dalla capitale saudita. D’altronde, le stesse banche centrali principali del pianeta (Fed, BCE, BoE, BoJ, SNB, etc.) ringraziano l’OPEC per il +20% probabile, che le quotazioni petrolifere metteranno a segno nelle prossime settimane, potendo così più facilmente centrare i target d’inflazione. Ma oltre un certo punto, anche per loro sarebbe rischioso, dovendo altrimenti svoltare repentinamente sui tassi, creando i presupposti per una potenziale recessione economica. (Leggi anche: Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale)

 

 

 

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Argomenti: Altre economie, Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio