Accelerazione pil migliora conti pubblici, ma da inflazione possibili sorprese negative

Ripresa economica in Italia superiore alle attese e con possibili effetti positivi sui conti pubblici, ma prima di gioire facciamo attenzione all'inflazione.

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Ripresa economica in Italia superiore alle attese e con possibili effetti positivi sui conti pubblici, ma prima di gioire facciamo attenzione all'inflazione.

Buone notizie sono arrivate in settimana sul fronte dell’economia italiana, la cui crescita nel secondo trimestre è stata dell’1,5% su base annua, il tasso maggiore registrato da 6 anni. Rispetto al trimestre precedente, l’aumento è stato dello 0,4%. E così, la crescita acquisita per la prima metà dell’anno è dell’1,2%, ovvero l’Italia risulterà crescere nell’intero 2017 dell’1,2%, nel caso in cui registrasse nei restanti due trimestri una variazione congiunturale nulla del pil. Ora, anche scontando un rallentamento della crescita nel periodo estivo o nell’ultima fase dell’anno, difficile che davvero arriveremo a un azzeramento della crescita del pil rispetto ai trimestri precedenti, per cui la ripresa economica dovrebbe essere quest’anno più robusta di quella attesa dal governo, che stima prudenzialmente un +1,1%. (Leggi anche: Pil Italia top dal 2011, ma penultimi nell’Eurozona)

Un pil superiore alle attese farebbe bene ai conti pubblici, considerando che dall’anno prossimo scatterebbero clausole di salvaguardia, che attivandosi farebbero lievitare le aliquote IVA rispettivamente al 23% e al 13%, anche se tale scenario è stato parzialmente allontanato dalla flessibilità promessa dalla Commissione europea sul punto e da alcuni miliardi già reperiti tra le voci di bilancio dal governo. Per l’anno in corso, obiettivo di Palazzo Chigi è tendere a un deficit al 2,1% del pil.

Immaginando che il pil crescesse quest’anno dell’1,5%, ovvero dello 0,4% in più delle stime ufficiali, il miglioramento presumibile dei conti pubblici sarebbe di un paio di punti decimali, ovvero di circa 3 miliardi di euro, denaro prezioso, che renderebbe più alla portata di Viale XX Settembre centrare gli obiettivi sul deficit per quest’anno e anche per il prossimo, senza necessariamente fare scattare gli aumenti dell’IVA.

Il fattore inflazione

Ma la partita non è chiusa. A influire sui conti pubblici è l’andamento del pil nominale, non già solo di quello reale, ovvero bisogna tenere conto anche del tasso d’inflazione. In sede di presentazione del Def, il governo ha tagliato dal +1,2% allo 0,9% il tasso d’inflazione programmato, cioè la crescita tendenziale attesa dei prezzi, mostrandosi ben più prudente dello scorso anno, quando aveva inizialmente previsto e scritto nero su bianco un +1%, salvo ritrovarsi con un’inflazione azzerata. (Leggi anche: Ecco come il governo abbellisce i conti pubblici)

A giugno, i prezzi sono aumentati su base annua dell’1,1% nel nostro paese, meno del mese precedente (+1,2%) e del +1,3% segnato dall’intera Eurozona. Ciò che maggiormente rileva è il rallentamento in atto in tutta l’area dalla primavera scorsa. Si pensi che ad aprile l’inflazione italiana risultava all’1,9%, poi il declino sulla riduzione delle quotazioni del petrolio e il rafforzamento dell’euro.

Occhio al super-euro

E proprio il super-euro potrebbe impattare negativamente più che sulla crescita, anzitutto sull’inflazione e, indirettamente, sui nostri conti pubblici. Se il cambio euro-dollaro, ad esempio, esplorasse la soglia di 1,20, l’apprezzamento della moneta unica compierebbe un salto di qualità e colpirebbe i prezzi nell’Eurozona, rendendo meno cari i prodotti importati.

Ora, una discesa dell’inflazione al di sotto del tasso programmato dal governo italiano appare poco verosimile, ma non del tutto da escludere. Per ogni decimale in meno, essa avrebbe effetti di contenimento di quel miglioramento attendibile per i conti pubblici. In altre parole, tra pil e inflazione ci aspettiamo per quest’anno una crescita economica nominale del 2%, ma con un’accelerazione del pil verso l’1,5%, i prezzi dovrebbero salire meno dello 0,5% per regalarci brutte sorprese. Difficile, molto difficile che avvenga, ma il precedente del 2016 non depone in favore di un rasserenamento totale degli animi. Ergo, sui conti pubblici non si potrà abbassare la guardia fino al 31 dicembre. (Leggi anche: Super-euro danneggia esportazioni dell’Italia?)

 

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