Abolizione del reddito di cittadinanza per tagliare le aliquote Irpef

L'abolizione del reddito di cittadinanza sarebbe il punto di partenza per ottenere il taglio delle aliquote Irpef, anche se allo stato attuale sembra una via politicamente non percorribile. E il governo Conte rischia di aumentare l'IVA.

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L'abolizione del reddito di cittadinanza sarebbe il punto di partenza per ottenere il taglio delle aliquote Irpef, anche se allo stato attuale sembra una via politicamente non percorribile. E il governo Conte rischia di aumentare l'IVA.

Mentre il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, non esclude una “rimodulazione dell’IVA”, espressione gentile per nascondere al grande pubblico un aumento selettivo delle aliquote, tutto il governo Conte resta a caccia di miliardi per sventare le clausole di salvaguardia e per finanziare il taglio del cuneo fiscale, quest’ultimo consistente nella carota elargita, a fronte del bastone con cui la maggioranza colpirebbe la generalità dei consumatori.

Una delle ipotesi di cui si discute, per quanto di difficile implementazione per ragioni di consenso, sarebbe di pensionare con un anticipo di due anni “quota 100”, la misura fortemente voluta dalla Lega di Matteo Salvini e che consente fino alla fine del 2021 ai lavoratori di andare in pensione con la maturazione di 100 anni tra età e contributi, con la prima non inferiore a 62 anni.

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Quota 100 costerebbe sui 5 miliardi di euro all’anno, all’incirca quanto il reddito di cittadinanza. Entrambe le misure sono entrate in vigore nell’aprile scorso, per cui sul 2019 peseranno solamente per 9 mesi. Perché eliminare l’una e non, invece, l’altra? Da quando il PD si è alleato al governo con il Movimento 5 Stelle, le invettive della grande stampa contro il sussidio sbandierato dai “grillini” come un toccasana per l’abolizione della povertà sono semplicemente scomparse. Nei report ufficiali, persino internazionali, sembra che sia quota 100 l’unica minaccia alle casse dello stato. Considerazioni opinabili, non fosse che per il fatto che essa benefici chi, comunque, abbia lavorato un numero sufficiente di anni, anziché chi non lavori, come nel caso del reddito di cittadinanza.

Tagliare l’Irpef sarebbe la via maestra per stimolare l’occupazione, la produzione e la crescita economica. Il gettito fiscale di questa imposta vale quasi il 10% del pil, circa 170 miliardi. Scartando l’ipotesi della “flat tax”, di cui il governo Conte-bis, a differenza del precedente retto dallo stesso premier (vabbè!), non vuole nemmeno sentir parlare, diverse sarebbero le soluzioni possibili. La principale scelta consisterebbe nel decidere quale fascia di reddito premiare.

In questi giorni, si parla di tagliare il cuneo fiscale alla stessa platea degli 80 euro, cioè quella che va dai circa 8.000 ai 26.000 euro di redditi lordi annui. Opinabile anche questa scelta, perché se è vero che bisogna favorire le fasce di reddito meno abbienti per alleviarne le criticità, del resto a pagare il grosso delle tasse sono le fasce più alte, quelle maggiormente disincentivate a lavorare e produrre, a causa dell’alto peso fiscale sostenuto.

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E così, se i circa 5 miliardi del reddito di cittadinanza abbattessero l’Irpef per i contribuenti tra 7.500 e 20.000 euro,  l’aliquota scenderebbe per loro al 19% dal 23% attuale. Viceversa, se si puntasse a premiare i contribuenti più benestanti, si potrebbe anche eliminare le aliquote del 41% e del 43%, praticamente introducendosi un’aliquota del 40% sin dai 55.000 euro. E ancora, si potrebbe ridurre ad almeno il 26% l’aliquota del 28% sui redditi che vanno dai 28.000 ai 55.000 euro all’anno, in questo caso premiando i contribuenti intermedi. Infine, dilatazione della “no tax area” fino ai 12.000 euro, cioè i primi 1.000 euro di redditi al mese verrebbero esentati dalle tasse.

Quali che siano le scelte individuate dalla politica, si andrebbe a garantire un maggiore reddito netto in favore di chi lavora e finanziato da una misura assistenziale, che in questi mesi è finita per premiare coloro che non lavorano, non contribuiscono all’economia nazionale o, in molti casi, i più furbi, cioè quanti sotto-dichiarino e lavorino in nero. Non tutti i percettori del reddito di cittadinanza sono stansafatiche, anzi. Molti sono realmente bisognosi di assistenza e meritano di ottenerla. Semplicemente, non è questo il modo. E, soprattutto, il messaggio lanciato a quei 20 milioni di occupati del settore privato appare disarmante: “meglio starsene con le mani in mano, anziché sbattersi per portare la pagnotta a casa”.

Aumentare l’assistenza prima ancora di tagliare le tasse è doppiamente sbagliato: crea gli incentivi errati, favorendo lo stato di inoccupazione; priva lo stato delle risorse adeguate per abbattere la pressione fiscale e far ripartire l’economia, l’unica via per ottenere maggiori risorse con cui eventualmente potenziare proprio l’assistenza in favore di chi sia rimasto ai margini della società per ragioni che esulano dalla propria volontà.

Certo, l’azzeramento del reddito di cittadinanza, politicamente non sostenibile in questa fase, sarebbe solo il punto di partenza per ridurre l’Irpef. Non saranno 4-5 miliardi a cambiare il volto del fisco italiano, bensì un abbattimento complessivo delle entrate per non meno di 100-120 miliardi, così da allinearci ai livelli OCSE. Ma per quello servirebbe un orizzonte temporale lungo, di cui nessun governo in Italia dispone dalla nascita della Repubblica.

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