Abolire le tasse universitarie è giusto? La proposta di Grasso scuote il dibattito

Abolire le tasse universitarie per aiutare chi ha bisogno o si rischia il risultato esattamente opposto? Il dibattito lanciato da Pietro Grasso scuote la sinistra e si presta a conclusioni paradossali.

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Abolire le tasse universitarie per aiutare chi ha bisogno o si rischia il risultato esattamente opposto? Il dibattito lanciato da Pietro Grasso scuote la sinistra e si presta a conclusioni paradossali.

Pietro Grasso ha lanciato la prima proposta mediatica di rilievo di Liberi e Uguali per questa campagna elettorale all’assemblea nazionale del partito: l’abolizione delle tasse universitarie a carico degli studenti. ” I figli dei ricchi dovranno pagare per i figli dei poveri”, ha dichiarato il presidente del Senato, facendo riferimento al fatto di ambire a un sistema di finanziamento dei corsi universitari, ricorrendo totalmente alla fiscalità generale, anche se ha assicurato che gli 1,6 miliardi di euro che servirebbero per azzerare le tasse universitarie sarebbero “solo un decimo degli incentivi che fanno male all’ambiente”. Eppure, la proposta non ha riscosso il successo pensato nemmeno a sinistra, se è vero che veniva accolta con freddezza tra le file di Pierluigi Bersani, con l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, a notare come il provvedimento non avrebbe impatti significativi, dato che già oggi il livello di tali tasse è basso. (Leggi anche: Come pagare meno tasse universitarie)

Ma cerchiamo di capire meglio il senso della proposta di Grasso, iniziando dai numeri. Nel 2017, gli atenei italiani hanno incassato dallo stato 7 miliardi e hanno riscosso dagli studenti 1,6 miliardi di tasse. In tutto, quindi, il sistema universitario italiano beneficia di risorse per 8,6 miliardi, pari a circa lo 0,5% del pil. La normativa nazionale, valida fino al 2013, limitava al 20% il contributo a carico degli studenti rispetto al Fondo di Finanziamento Ordinario. A rigore, quindi, oggi gli studenti universitari pagherebbero circa il 4-5% di più di tale soglia. Tuttavia, come detto, quella normativa era valida fino al 2013 e non includeva le tasse a carico degli studenti fuori corso.

E’ vero, poi, che le tasse universitarie in Italia risultano al momento le terze più alte in Europa dopo Regno Unito e Olanda, mentre non si pagano del tutto nei paesi scandinavi e in alcune realtà dell’est.

In Austria, il costo medio è di circa 775 euro a semestre, in Germania si paga qualche centinaio di euro, ma comprensivi di servizi, come il trasporto pubblico. Dal 2011 al 2016, paradossalmente proprio negli anni sostanzialmente della sinistra al governo, compresa quella rappresentata da Grasso in queste elezioni, le tasse universitarie pagate dagli studenti in Italia sono aumentate del 9%, pari a un aumento medio per studente del 14,5%, considerando che nel quinquennio gli iscritti siano diminuiti di oltre il 5%.

Abolire le tasse universitarie è equo?

Tuttavia, il carico effettivo è più alto, se si tiene conto che non tutti sono tenuti a pagare le tasse, vuoi per motivo di merito e, soprattutto, di reddito. Le borse di studio erogate sono nell’ordine dell’8-9% rispetto alla popolazione universitaria, quando in Francia copre il 40%, nell’Europa del sud si arriva a una media del 30% e in Germania a un quarto. Nello stesso Regno Unito, dove pure le tasse universitarie in media si attestano nell’ordine di oltre 10.000 euro, più di uno studente su due riceve sostegno. L’Italia figura così in fondo alla classifica del continente.

La proposta di Grasso imita quella di Jeremy Corbyn nel Regno Unito, dove il leader laburista ha risalito la china nei sondaggi alle passate elezioni generali, clamorosamente quasi eguagliando i Tories, grazie al boom di consensi tra i giovani. Se accadesse lo stesso alle elezioni politiche del 4 marzo, LeU infliggerebbe gravi perdite a PD e Movimento 5 Stelle, in particolare. Di certo, sul piano mediatico smuove più dell’abolizione del canone Rai. Ci chiediamo adesso se si tratti effettivamente di un provvedimento giusto.

Grasso parte da un assunto: i figli dei ricchi devono pagare per i figli dei poveri. Una sorta di redistribuzione della ricchezza, che dovrebbe aiutare chi ha più bisogno. C’è un problema in questo ragionamento: potrebbe non essere così. Le tasse universitarie fanno pagare il servizio a chi ne usufruisce.

Ora, all’università tende ad andarci chi possiede un reddito più alto della media, anche se non sempre. Se spostassimo quegli 1,6 miliardi a carico della fiscalità generale, significherebbe che gli studi universitari verrebbero interamente sostenuti come costo anche da disoccupati, redditi bassi e coetanei degli studenti, che hanno deciso di non proseguire gli studi. Paradossalmente, finiremmo per generare un sistema, per cui i figli dei poveri sarebbero tenuti a pagare per i figli dei ricchi, volendo estremizzare il ragionamento. La misura rischia, cioè, di essere regressiva. (Leggi anche: Tasse universitarie illegittime, ecco come chiedere il rimborso dal 2013)

Niente tasse, servizio di qualità?

E scaturirebbe un altro problema. Gli atenei dipenderebbero dalle risorse statali per il 100%. In fondo, le tasse universitarie assicurano loro uno spazio di manovra nei conti. Esse rappresentano una sorta di incontro tra domanda e offerta, un segnale del gradimento che il servizio riscuote tra chi ne usufruisce, che sparirebbe nel caso in cui esso fosse gratis a tutti. Professori, ricercatori, assistenti diverrebbero totalmente asserviti all’unico finanziatore – lo stato – cosa che li allontanerebbe ulteriormente dall’utenza – gli studenti. Per di più, università senza tasse universitarie rischierebbe di deprimere la già bassa qualità dell’offerta formativa, attirando non studenti seriamente intenzionati a portare avanti gli studi, ma anche quanti li ritengano un’alternativa all’assenza di lavoro ben retribuito. Il numero degli iscritti salirebbe e i tassi di coloro che concluderebbero gli studi in tempo probabilmente crollerebbero. Le tasse universitarie, in effetti, incentivano chi le paga a sbrigarsi. Si finirebbe, dunque, per dovere stanziare non già quegli 1,6 miliardi a copertura del loro non pagamento da parte degli studenti, bensì cifre maggiori per l’aumento degli iscritti, senza che ad esso corrisponda un effettivo pari aumento dell’interesse verso lo studio.

Il tema semmai sarebbe un altro: come garantire l’accesso all’università ai meritevoli privi di mezzi. Dicevamo, meno di uno studente su dieci prende una borsa di studio in Italia e, addirittura, nemmeno tutti coloro che sono giudicati idonei dalle graduatorie, rispetto ai criteri imposti dagli stessi atenei.

L’obiettivo dell’aumento del fondo integrativo con l’ultima legge di Stabilità sarebbe proprio di arrivare al 100% di copertura degli idonei dal 90% dello scorso anno esentando del tutto coloro che posseggano un reddito Isee fino a 13.000 euro, già in netto miglioramento dal 75% del 2016. Lasciamo che chi abbia i mezzi paghi le tasse universitarie, così che assegni agli studi un valore. Aumentino, invece, gli aiuti a chi ha bisogno e si dimostra meritevole di riceverli. Fornire un servizio gratis a tutti non sembra il modo migliore per valorizzarlo. (Leggi anche: Novità esenzione tasse universitarie)

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