Abbattere il debito pubblico con il 730 è assurdo, ma Monti ci ha creduto

Per abbattere il debito pubblico esiste un fondo apposito in Italia e i contribuenti possono alimentarlo con donazioni detassate dal fisco. Si tratta di una misura grottesca, sono altre le vie per ridurne il peso.

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Per abbattere il debito pubblico esiste un fondo apposito in Italia e i contribuenti possono alimentarlo con donazioni detassate dal fisco. Si tratta di una misura grottesca, sono altre le vie per ridurne il peso.

Il Fondo per l’ammortamento dei titoli di stato è senza più un soldo. L’ultimo esborso di 599 milioni di euro esaurisce quasi del tutto le disponibilità liquide. Esso è servito a rimborsare parzialmente il BTp emesso nel novembre 2012 e in scadenza nel novembre 2017. L’ente è stato istituito nel 1993 per rastrellare bond sul mercato secondario o provvedere al rimborso di quelli in scadenza, in modo da abbatterne lo stock complessivo del debito pubblico italiano, arrivato a oltre 2.279,2 miliardi alla fine dell’agosto scorso. Ma sapevate che anche il normale contribuente può contribuire all’abbattimento? Non ci riferiamo al pagamento delle tasse, in sé scontato, bensì a una norma contenuta nella legge di Stabilità 2013, la seconda e ultima del governo Monti, che consente ai contribuenti italiani di effettuare donazioni in favore del suddetto fondo, godendo della detrazione d’imposta del 19% sulle somme versate. (Leggi anche: Debito pubblico, boom di capitali esteri)

Una bizzarria, che non ha ridotto e che non ridurrà nemmeno per il prossimo futuro di un solo millesimo le dimensioni gigantesche del nostro debito. Ma nel 2012 era tutto un correre per salvare l’Italia dalla crisi dello spread e ogni provvedimento, anche il più grottesco, sembrò buono allo scopo. E’ evidente che il debito pubblico non potrà che abbattersi per altre vie. Anzitutto, compiendo quel famoso risanamento fiscale, di cui i governi italiani che si succedono da decenni si sciacquano la bocca in ogni talk show televisivo, salvo chiedere a Bruxelles tutt’altro, in nome di quella flessibilità, che nel linguaggio formale comunitario significa poter fare ulteriori debiti.

Se vogliamo evitare che lo stock di debito in Italia continui a salire in valore assoluto, dovremmo smettere di finanziare spesa pubblica in deficit, chiudendo ogni bilancio d’esercizio in pareggio.

In questo modo, anche in presenza di una bassa crescita del pil e dell’inflazione, avremmo la certezza di una riduzione del rapporto debito/pil, ovvero assisteremmo a un calo del peso del debito sull’economia. L’abbattimento del debito pubblico in valore assoluto, invece, comporta una strategia politicamente più complicata da perseguire. La Germania ci sta riuscendo in questi anni, registrando avanzi fiscali sin dal 2014, ovvero spendendo meno di quanto incassi ogni anno. Risultato? Il rapporto debito/pil tedesco vira decisamente verso il 60% dell’obiettivo europeo del Fiscal Compact, pur in presenza di una crescita nominale del pil non entusiasmante.

Come abbattere lo stock di debito

L’Italia ha ancora un “buco” del 2,5% del pil da colmare per pareggiare i conti pubblici, altro che avanzo. Né sarebbe desiderabile che esso si materializzi, perché indicherebbe una tassazione eccedente i livelli di spesa. Meglio sarebbe tagliare la prima e rilanciare la crescita, abbattendo il rapporto debito/pil per altra via. E, però, l’Italia ha una mezza carta da giocare: l’immenso patrimonio pubblico potenziale da valorizzare. Trattasi di qualcosa come 400 miliardi di euro, secondo le stime degli ultimi anni dei governi, anche se solo una parte di esso, ha ammesso di recente il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sarebbe effettivamente vendibile. La gran parte degli assets, infatti, richiederebbe previ investimenti dello stato, prima di essere venduti sul mercato ai privati. Insomma, dovrebbero, anzitutto, chiedersi quattrini a chi fa l’inverosimile per incassarne.

Eppure, il succitato fondo potrebbe essere alimentato proprio dalle privatizzazioni, capitolo aperto e chiuso dai governi Letta-Renzi-Gentiloni, che non hanno centrato affatto l’obiettivo concordato con la UE di ottenere così lo 0,7% del pil di maggiori entrate. Trattandosi di una voce straordinaria, tali entrate potrebbero automaticamente andare a irrobustire il Fondo per l’abbattimento dei titoli di stato per svariati miliardi all’anno, anziché finire nel polverone del bilancio statale, dove ingrassano quella miriade di voci di spesa corrente, che non ne vogliono proprio sapere di dimagrire.

Affinché il Fondo possa tenere fede alle premesse per le quali era nato quasi un quarto di secolo fa, esso dovrebbe concentrarsi sugli acquisti di BTp che quotano sotto la pari, in questo modo annullando il debito pubblico per un valore nominale superiore alla spesa effettuata. Esempio: rastrellando sul mercato 100 milioni di BTp 2067, attualmente con quotazione poco sopra 90, si andrebbe ad annullare debito pubblico per un valore alla scadenza di circa 110 milioni. Se tali operazioni fossero dell’entità di decine di miliardi, i risparmi sarebbero minimamente percettibili, ma soprattutto si darebbe il segnale di una reale aggressione al mostro del debito, di cui tutti parliamo come si trattasse di una favola, ma che ci impedisce da decenni ormai di chiudere con il triste passato di cattiva gestione fiscale. (Leggi anche: Debito pubblico italiano dopo Draghi rischia di esplodere)

 

 

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