A Draghi va tutto storto, ma nuovi stimoli dalla BCE sono improbabili

Tra prezzi del petrolio ai minimi dal 2003 e un cambio euro-dollaro stabile e prossimo a 1,10, la BCE di Mario Draghi vede minacciata la risalita dell'inflazione verso il target, ma sembrano improbabili nuovi stimoli, specie domani.

di , pubblicato il
Tra prezzi del petrolio ai minimi dal 2003 e un cambio euro-dollaro stabile e prossimo a 1,10, la BCE di Mario Draghi vede minacciata la risalita dell'inflazione verso il target, ma sembrano improbabili nuovi stimoli, specie domani.

E’ passato appena un mese e mezzo dall’ultima riunione della BCE, quando è stata annunciata la proroga di 6 mesi per la scadenza del “quantitative easing”, innalzando a 1.500 miliardi il valore complessivo degli acquisti di titoli di stato dell’Eurozona, di Abs e “covered bond”. E quando siamo alla vigilia di un nuovo board, che si terrà domani a Francoforte, il governatore Mario Draghi può dirsi tutt’altro che soddisfatto di come stiano andando le cose per l’economia.

L’obiettivo del potenziamento degli stimoli monetari a dicembre era di ravvivare l’inflazione, che continua a sostare in prossimità dello zero, a causa dei bassi prezzi energetici. Una deriva pericolosa per la BCE, che vede il rischio di un ancoraggio delle aspettative d’inflazione a livelli troppo bassi o persino lievemente negativi. E il caso del Giappone insegna che, una volta che il mercato si attende un’inflazione prossima allo zero o negativa, diventa molto difficile stimolare i prezzi.

Inflazione Eurozona non salirà presto

Da allora, il quadro macro-economico non solo non è migliorato, ma offre spunti abbastanza complicati da gestire. Il giorno successivo all’ultimo board della BCE si riuniva l’OPEC, che per la prima volta dopo decenni non inseriva nel comunicato finale del vertice alcun riferimento al tetto massimo di produzione di greggio concordato tra i 13 membri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le quotazioni del petrolio sono scese da 44 dollari ai 27-28 attuali, segnando un calo del 40% in appena 6 settimane. Una pessima notizia per Draghi, che vede svanire le probabilità di una risalita dell’inflazione a breve. Il rischio maggiore è, invece, di un ritorno della deflazione agli inizi del 2016, man mano che i minori prezzi energetici siano incorporati nei costi calanti della produzione di beni e servizi, trasformandosi in prezzi più bassi anche al consumo.        

L’euro non s’indebolisce

A questo punto, l’unica vera variabile, che potrebbe controbilanciare il crollo delle quotazioni del Brent sarebbe l’indebolimento del cambio euro-dollaro. Invece, si scopre che dal 3 dicembre scorso ad oggi, esso è rimasto sostanzialmente inchiodato a 1,09, pur essendo sceso un paio di settimane fa sotto la soglia di 1,08.

Le prospettive di un deprezzamento dell’euro verso la parità si assottigliano, a seguito della crisi dei mercati emergenti, riesplosa dall’inizio dell’anno con i crolli accusati dalle borse asiatiche sui timori per un rallentamento più duro del previsto dell’economia cinese. La paura tra gli investitori li ha spinti ad acquistare assets in dollari, come rivela il rafforzamento del biglietto verde ai massimi degli ultimi 12 anni, segnando un rialzo dell’1,8% su base mensile contro le altre principali 16 valute del pianeta, nonché dell’8,6% rispetto a un anno fa.

Stretta USA sui tassi potrebbe rallentare

Il super-dollaro non è gradito alla Federal Reserve, tanto che i trader stanno incorporando nelle loro scommesse un numero inferiore di rialzi dei tassi, perché è probabile che il governatore Janet Yellen decida di rallentare la stretta monetaria più delle attese, in considerazione dei rischi che un cambio troppo forte comporterebbe sull’economia americana e la sua stabilità anche finanziaria. Se dalla Fed dovesse arrivare già dalla fine di questo mese qualche segnale “dovish”, il cambio euro-dollaro potrebbe sfondare la barriera di 1,10, mandando su tutte le furie Draghi, che vedrebbe allontanare qualsiasi prospettiva di reflazione. Ecco, quindi, che oggi è stato mandato in avanscoperta (non è la prima volta, negli ultimi tempi) l’austriaco Ewald Nowotny, membro del board della BCE, che ha rassicurato sull’efficacia del QE e sulla sua bontà, in quanto avrebbe evitato una riduzione del bilancio dell’istituto, man mano che sarebbero giunte al termine le precedenti misure attuate in questi anni (aste Ltro, in primis).      

Scontro Renzi-Juncker non aiuta

Nowotny ha ammesso che l’inflazione nell’Eurozona resta bassa, ma ha anche mostrato ottimismo, considerando la crescente divergenza tra la politica monetaria della Fed e quella di Francoforte. Lo stesso ha evidenziato, però, che da sola la BCE non può fare tutto, che per vivacizzare l’economia servono riforme strutturali e che i governi starebbero facendo anche la loro parte, grazie a vincoli più flessibili sui conti pubblici per gestire la crisi dei rifugiati siriani.

Ma cosa accadrà domani? E’ improbabile che Draghi annunci nuovi stimoli, né il mercato si fa illusioni. Serve tempo per capire quale effetto abbia avuto il secondo round del QE e un mese e mezzo è troppo poco. Inoltre, il governatore ha bisogno di costruire un consenso politico tutt’altro che scontato attorno alle possibili nuove misure, date le resistenze interne, guidate dalla Bundesbank. Da questo punto di vista, lo scontro tra Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker non giocano in suo favore, perché aizza gli animi dentro al board tra “falchi” e “colombe”.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , ,
>