8 investitori su 10 influenzati nelle loro scelte dal coronavirus

Come sono cambiati gli investimenti degli italiani con il coronavirus.

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Investimenti coronavirus

Investing.com ha realizzato un sondaggio coinvolgendo oltre 700 investitori retail, a cui ha chiesto se il coronavirus avesse o meno influenzato le loro scelte. I dati finali parlano da sé: l’83,4% ha risposto che la pandemia di Covid-19 li abbia condizionati, facendo cambiare loro le scelte di investimento. Questo non significa però che i timori degli investitori siano rimasti identici nel corso degli ultimi dodici mesi: infatti, le maggiori preoccupazioni si sono concentrate quasi tutte nel corso della prima ondata, in particolare nel mese di marzo, con una percentuale che ha superato il 73 per cento; di contro, la seconda ondata affrontata nel corso dell’autunno ha preoccupato soltanto il 26 per cento di loro.

Nella seconda ondata attitudine più rialzista per un investitore su due

Nell’analisi prodotta da Investing.com tramite il sondaggio somministrato a inizio anno, un investitore su due ha adottato un’attitudine più rialzista rispetto alla prima ondata, con una percentuale che tocca il 52 per cento. Soltanto l’11 per cento, invece, ha dichiarato di aver assunto un atteggiamento più prudente, mentre il restante 37 per cento ha affermato di non aver cambiato strategia rispetto alla prima ondata, con l’approccio dunque rimasto di fatto identico.

Di cosa sono più preoccupati gli investitori

In occasione dell’indagine prodotta a gennaio, Investing.com ha chiesto agli intervistati quale fosse la loro maggiore preoccupazione. Il 55 per cento di loro ha risposto con l’aumento della volatilità di mercato, causata appunto dal Covid, mentre il 17,3 per cento di loro menzionava l’instabilità politica (scenario questo che si è effettivamente concretizzato dopo le recenti dimissioni di Giuseppe Conte da Presidente del Consiglio. Un ulteriore motivo di preoccupazione anche la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina (11,5%).

Sotto il 10 per cento, invece, l’eventuale mancato appoggio delle banche centrali (6 per cento).

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