5 valute emergenti con cui fare affari quest’anno grazie al carry trade

5 valute emergenti, che quest'anno potrebbero regalare soddisfazioni con il carry-trade.

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5 valute emergenti, che quest'anno potrebbero regalare soddisfazioni con il carry-trade.

Anno nuovo, business nuovo. Se il 2016 ha visto il riscatto di valute emergenti come il rublo russo, quali possibilità offrono nel 2017? Ovvero, grazie a quale “carry trade” potremmo attenderci profitti anche a due cifre? Ricordiamo, anzitutto, che il carry trade è quell’operazione, per cui si prende a prestito denaro in una valuta a bassi tassi e lo s’investe in una valuta a tassi relativamente alti. La scommessa viene vinta, quando la valuta in cui abbiamo investito tende ad apprezzarsi contro quella in cui ci siamo indebitati. (Leggi anche: Investire in valute emergenti: ad agosto è bene pensarci due volte)

Dopo avere segnato nell’anno appena trascorso quasi il 17% di guadagni contro il dollaro USA, il rublo potrebbe riservare ancora sorprese positive per gli investitori. In primis, perché l’economia russa dovrebbe tornare finalmente a crescere nel 2017, seppur di poco, dopo un biennio di recessione, trainata dal recupero delle quotazioni del petrolio, la cui produzione e vendita alimentano i due terzi delle esportazioni di Mosca. Per non parlare del nuovo presidente USA, Donald Trump, che punta a una linea distensiva con il Cremlino, lasciando prevedere la fine delle sanzioni finanziarie contro la Russia, probabilmente anche da parte della UE (dopo la scadenza del 31 luglio per quelle europee). Considerando che il cambio tra rublo e dollaro era a 34-35 a metà 2014 e che oggi si attesta intorno a 61, spazi di ulteriore recupero ne esistono per la valuta russa, anche se molto legati all’evoluzione del greggio. (Leggi anche: Russia, economia in ripresa e rublo a +17% quest’anno)

Brasile e India, opportunità da real e rupia

E anche il real brasiliano, che nel 2016 ha messo a segno un +18,5% contro il dollaro, dovrebbe offrire qualche altra soddisfazione.

L’economia brasiliana potrebbe uscire anch’essa dalla recessione, grazie al recupero della fiducia tra gli investitori, anche le vicissitudini politiche del paese stanno rischiando di intaccarla. La Borsa di San Paolo ha già registrato un rally di oltre il 40% nel 2016, per cui è probabile che i miglioramenti attesi della prima economia sudamericana siano stati, grosso modo, scontati. Si consideri, però, che prima della rielezione nell’ottobre 2014 dell’ex presidente Dilma Rousseff, defenestrata con un estenuante impeachment nei mesi scorsi, il cambio tra real e dollaro era sotto 2,50, per cui anche tornando a quei livelli, potremmo immaginare guadagni tra il 20% e il 25% per la valuta brasiliana. (Leggi anche: Real a -7,5% con Trump, pesano anche rischi politici)

Rupia indiana: l’economia del sub-continente asiatico da 2.300 miliardi di dollari sta subendo uno scossone in questi mesi, dopo il ritiro delle due più alte banconote dal mercato, quelle da 500 e 1.000 rupie, che rappresentavano l’86% del cash. E’ nei fatti un rallentamento del tasso di crescita, anche se presumibilmente temporaneo. Il calo dell’inflazione starebbe creando le condizioni per una politica monetaria più accomodante, ovvero per un taglio dei tassi da parte della Reserve Bank of India, cosa che dovrebbe stimolare l’appetito degli investitori per il mercato azionario e obbligazionario di Nuova Delhi. Solo a inizio 2013, il cambio tra rupia e dollaro era del 22% più forte, ma dopo la quasi stabilizzazione del 2016, un’inversione di tendenza potrebbe esservi quest’anno. (Leggi anche: Lotta al contante, l’India rischia di passare dal boom alla recessione)

 

 

 

 

Messico e Indonesia

Se c’è una valuta emergente, che ha sofferto più di ogni altra per la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA, questa è il peso messicano, che nel corso del 2016 ha perso il 13,5% contro il dollaro, con accelerazione ai ribassi negli ultimi due mesi e mezzo, man mano che ci si avvicinava alla data del voto. Il peso paga le promesse del presidente eletto di erigere un muro al confine tra USA e Messico contro i clandestini, così come di mettere in discussione il NAFTA, l’accordo di libero scambio del Nord America, in modo da frenare la fuga dei posti di lavoro verso il Messico.

Tuttavia, una volta insediatosi alla Casa Bianca è difficile che davvero mandi in fumo gli accordi commerciali, che peserebbero sulle tasche delle imprese americane, così come nessun muro sarà innalzato tra i due paesi. Insomma, si alzeranno forse i toni, ma non è detto che l’economia messicana risenta così negativamente dell’amministrazione Trump. (Leggi anche: Il peso messicano ci parla di Trump)

Infine, la rupia indonesiana, sostanzialmente stabile nel corso del 2016, ma che adesso potrebbe beneficiare della risalita dei prezzi di materie prime come il nickel e il carbone, essendo un’economia esportatrice di queste materie prime e avendo una borsa, quella di Giacarta, dove il grosso delle società quotate gira proprio attorno a queste commodities.

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