Di Venezuela e della sua immensa crisi sentiamo parlare da anni, anche se le cause di tale miseria raramente sono note a noi occidentali. Siamo concentrati molto sulla cronaca e poco sullo studio della storia anche recente, con il risultato di perdere spesso di vista il quadro più generale di quanto stia accadendo. La premessa di questo articolo è paradossale, ma solo in apparenza: il Venezuela è ricchissimo. Nel suo sottosuolo abbonda di numerose materie prime, tra cui petrolio e oro. Del primo possiede le maggiori riserve accertate al mondo, superando con quasi 303 miliardi di barili quelle saudite inferiori a 267 miliardi.
Cause della crisi in Venezuela sorte dal petrolio
Com’è possibile che un’economia dalle così forti potenzialità sia ridotta allo stremo? Caracas è rimasta vittima di quella che gli economisti hanno definito “la maledizione del petrolio“.
Anziché essere stata una benedizione, la cattiva governance ha trasformato la materia prima in un asset tossico per la popolazione. I dati parlano chiaro: ad inizio del 2026 i migranti che hanno lasciato lo stato andino a causa dell’instabilità politica e del tracollo economico erano 7,7 milioni. Quasi un quarto dell’intera popolazione di quando Nicolas Maduro iniziava il suo mandato nel 2013.
Le cause della crisi del Venezuela vanno ricondotte al cosiddetto “chavismo”, una sorta di socialismo in salsa caraibica che puntava ad imitare il marxismo castrista a Cuba. Il nome si deve a Hugo Chavez, un ex militare che nel 1998 veniva eletto presidente dopo aver tentato un colpo di stato (fallito) nel 1992. Il “Comandante”, come fu chiamato fino alla sua morte nel 2013, mise in pratica sin da subito le sue posizioni “anti-imperialiste, cioè ostili agli Stati Uniti e al capitalismo in generale.
Varò un piano di nazionalizzazioni con relativi espropri ai danni delle multinazionali straniere. Ridusse le libertà economiche e introdusse un vasto programma di sussidi alla popolazione, finanziato dai proventi petroliferi.
A proposito di petrolio, Chavez usò la compagnia statale PDVSA come un bancomat per le spese altrimenti insostenibili, nonché per consolidare il ruolo del Venezuela nell’America Latina. Diede vita a Petrocaribe, un piano per spedire petrolio a prezzi politici o anche gratis ad una dozzina di stati della regione ideologicamente affini, importando da questi altri prodotti del valore di mercato incommensurabilmente minore. Beneficiaria principale fu Cuba, che per decenni poté garantirsi forniture di energie senza quasi pagare alcunché in cambio, se non inviando a Caracas migliaia di medici.

Fuga dei capitali e cambio fisso
Già nei primissimi anni Duemila il carattere autoritario del “chavismo” emerse nitidamente, tant’è che nell’aprile del 2002 fu tentato un golpe che depose il presidente per 3 giorni. Chavez riprese il potere a Palazzo Miraflores e acuì i tratti dittatoriali del suo governo. La fuga dei capitali che ne seguì lo convinse a imporre un tasso di cambio fisso di 3 bolivares contro 1 dollaro nel 2003.
Una misura che avrebbe contribuito in misura determinante negli anni seguenti a generare la spaventosa crisi economica che sappiamo.
Per quanto la gestione dell’economia sotto Chavez fosse pessima e caratterizzata da clientelismo, ruberie e sperperi di denari pubblici, le cose non andarono così male fino a tutto il primo decennio del nuovo millennio. I prezzi internazionali del petrolio erano alti e ciò consentiva al regime di finanziare l’assistenza statale di cui beneficiava la parte più povera della popolazione. I prodromi della catastrofe, tuttavia, c’erano tutti. Sotto Chavez i dipendenti di PDVSA triplicarono e la gestione fu affidata a funzionari fedeli al regime e non più a manager esperti dell’industria energetica. La produzione ristagnò inizialmente e sarebbe precipitata dei due terzi sotto Maduro.
Da Chavez a Maduro, scoppia l’iperinflazione
Chavez lasciò il potere solo con la sua morte nel 2013, avvenuta a causa di un tumore alla prostata. A succedergli fu il suo ministro degli Esteri, considerato un pragmatico. Si sarebbe rivelato fortemente ideologizzato, corrotto e totalmente incompetente in ogni ambito della vita pubblica, economia in primis. Se l’inflazione era stata un problema nei decenni precedenti, con Maduro diventò il problema dei problemi quasi sin da subito. Tra il 1998 e il 2013 i prezzi erano aumentati a una media annua di circa il 23%, mentre tra il 2013 e il 2016 di quasi il 134%. Come sappiamo, successivamente attecchì l’iperinflazione e la situazione andò fuori controllo. A fine 2017 arrivò il default su oltre 60 miliardi di dollari di bond sovrani e PDVSA in valute straniere.

Era il 2013, Maduro era stato eletto da poco e nel mondo arrivavano le immagini di un Venezuela a corto di carta igienica. Molti di noi sorrisero, mentre per i venezuelani iniziava un incubo che dura fino ad oggi. Cosa stava accadendo di preciso? I prezzi del petrolio erano scesi e le riserve valutarie stavano prosciugandosi. Oltre al petrolio, il Paese non esportava quasi nulla e doveva importare di tutto. Infatti, la produzione interna era bassissima per via della scarsa tutela dei diritti di proprietà e dell’imposizione dei prezzi da parte del governo. E il cambio ufficiale era troppo forte rispetto ai fondamentali, tant’è che sul mercato parallelo era più debole già anche di 6-7 volte.
I capitali stranieri non entravano, anzi defluivano per il timore di espropri e per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti a seguito delle ripetute violazioni in campo economico perpetrate da Caracas ai danni delle imprese americane.

Imprese straniere in fuga e sanzioni USA
A completare il quadro c’era anche la fuga delle imprese straniere per l’impossibilità di convertire i ricavi maturati nel Venezuela in valuta locale. Il risultato fu un disastro di proporzioni bibliche: carenza diffusa di beni e servizi, esplosione dei prezzi al consumo, isolamento internazionale anche fisico per l’abbandono delle rotte da parte delle compagnie aeree e produzione di petrolio insufficiente persino per il fabbisogno energetico domestico. PDVSA era stata considerata solo una gallina dalle uova d’oro per distribuire prebende pubbliche. Gli investimenti per trivellare nuovi pozzi e per mantenere le estrazioni da quelli esistenti erano stati scarsissimi, mentre con l’abbandono delle compagnie straniere sarebbero stati azzerati.
Ecco come il Venezuela, privo di mezzi e tecnologia, si è ridotto a non potere estrarre il petrolio e a lasciare a secco i suoi stessi abitanti. Negli ultimi anni, i tentativi di invertire la rotta ci sono stati. Maduro ha abbracciato le criptovalute per aggirare le sanzioni e reagire all’irrilevanza del bolivar negli scambi interni. Nel 2018 lanciava Petro, un flop annunciato. Successivamente, avrebbe aperto ai pagamenti in dollari per stabilizzare i prezzi, cosa parzialmente riuscita. Tant’è che l’iperinflazione è alle spalle, sebbene i prezzi continuino a crescere a 3 cifre. Dal 2019, a seguito della rielezione non riconosciuta da una cinquantina di stati tra cui gli USA, la prima amministrazione Trump ha acuito l’embargo contro il petrolio e il trading dei bond venezuelani sul mercato secondario.

Accuse a Maduro su narco-stato
La situazione economica degli ultimissimi anni è rimasta tragica, ma a tratti lasciando spazio alla speranza quando nell’autunno del 2023 l’amministrazione Biden allentò le sanzioni in cambio della promessa di rendere libere le successive elezioni presidenziali. Sappiamo com’è finita. Maduro ha continuato ad essere sé stesso e il ripristino delle sanzioni con la nuova amministrazione Trump è stato inevitabile. E arriviamo alla cattura del dittatore della settimana scorsa. L’uomo è accusato di essere stato a capo di un “narco-stato”, mentre ai venezuelani dovrebbe rispondere anche delle centinaia di manifestanti uccisi durante alcune proteste, tra cui numerosi studenti nel 2014.

Cause della crisi in Venezuela nella rivoluzione chavista
Le cause della crisi del Venezuela non sono riassumibili tutte in un articolo. Né vogliamo intendere che le cose fossero messe bene prima del “chavismo”. Nel 1989 c’era stato un massacro con la repressione delle proteste contro il carovita da parte del governo. L’inflazione era stata a tratti altissima anche prima di Chavez e Maduro e i proventi del petrolio non erano stati gestiti sempre a beneficio della popolazione. Tuttavia, la situazione si è persino aggravata dalla fine degli anni Novanta. Se prima il problema si poneva in fase di distribuzione della ricchezza, adesso è proprio questa a non esistere più. Per non parlare dell’arricchimento di funzionari pubblici e militari con l’accesso diretto alle risorse alimentari e ai tassi di cambio favorevoli. La rivoluzione “chavista” si è tradotta nella massima espressione del clientelismo dai connotati mafiosi. E ciò spiega la fedeltà fino all’ultimo di esercito e burocrati al governo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it