I bond sovrani del Giappone registrano grosse perdite da anni, a causa del rialzo dei rendimenti dopo una lunga fase in cui erano rimasti azzerati lungo la curva delle scadenze. Nel quadriennio 2022-2025, in media Xtrackers II Japan Government Bond UCITS ETF, che replica l’andamento dell’indice FTSE sui titoli di stato nipponici, ha perso il 42% del suo valore. Da inizio 2026 si mostra in leggerissima ripresa, ma solo perché il mercato aveva scontato in anticipo l’effetto del maxi-piano di stimoli fiscali della premier Sanae Takaichi. La crisi è tale da avere spinto l’Istituto Giappone di Contabilità Pubblica Certificata a chiedere una revisione delle regole per la valutazione delle perdite.
Perdite su bond del Giappone a carico dell’industria finanziaria
L’ente propone che, a certe condizioni, i possessori possano trattare i bond di lunga durata posseduti come se fossero “mantenuti fino alla scadenza” (“held to maturity”). In questo modo, sfuggirebbero all’impairment accounting, vale a dire alla valutazione aggiornata ai prezzi di mercato. Una novità, che riguarderebbe particolarmente l’industria assicurativa del Giappone: Nippon Life Insurance, Dai-ichi Life Insurance, Meiji Yasuda Life Insurance e Sumimoto Life Insurance possedevano complessivamente perdite non realizzate per 13.200 miliardi di yen (circa 72,5 miliardi di euro al cambio attuale) su bond sovrani in portafoglio.
Il timore delle istituzioni a Tokyo è che le forti perdite a bilancio costringano i colossi dell’industria finanziaria a vendere i bond per fare pulizia ed evitare ulteriori oneri. Un rischio che sembra aumentare con il trend dei rendimenti, atteso rialzista anche nel prossimo futuro. La proposta consentirebbe ai possessori di tenere in portafoglio i titoli senza doverli vendere.
Una situazione che finirebbe per aggravare la crisi dei bond. Non a caso, la reazione è stata positiva anche in borsa. La novità risparmierebbe ai bilanci societari nuove perdite.
Confronto con crisi dei debiti in Europa
Il cambio delle regole di contabilità pubblica può servire come escamotage per celare la zavorra che pesa sui bilanci di numerose società. Non può cambiare, invece, la realtà dei fatti. Le perdite esistono per quanti in Giappone avessero intenzione di rivendere i bond prima della scadenza, specie se questa è ancora lontana e l’emissione risale al periodo in cui i rendimenti erano bassissimi. Un fenomeno che ha riguardato il sistema finanziario europeo nel decennio passato, durante la crisi dei debiti sovrani. I rendimenti nel Sud Europa esplosero e i prezzi crollarono. A differenza di Tokyo, però, allora Francia e Germania fecero pressione sull’Autorità Bancaria Europea per imporre alle banche l’iscrizione dei bond a bilancio secondo il criterio del “mark-to-market”, cioè ai valori di mercato al 30 settembre del 2011.
Rendimenti lunghi in calo dopo proposta
Quella decisione segnò la crisi irreversibile dello spread in Italia e Spagna, segnalando ai mercati che i rispettivi titoli di stato fossero a rischio default e andassero ufficialmente deprezzati. Il Giappone sta seguendo la strada opposta del camouflage: se i prezzi dei suoi bond scendono, bisogna mascherare le perdite, fingere che non esistano fintantoché la rivendita non sarà stata effettuata.
A rischiare sarebbero soltanto le società con carenza di liquidità, che avessero per questo bisogno di cedere almeno parte del portafoglio. Per il momento, però, la sola proposta tiene a freno i rendimenti. La scadenza a 30 anni offriva ieri il 3,34% contro il 3,49% di inizio settimana. Il decennale chiudeva al 2,14% dal 2,21% di lunedì.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
