Tra USA e Iran sono iniziati martedì scorso i colloqui per evitare uno scontro militare. Il genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner, e l’inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff, hanno incontrato a Ginevra, Svizzera, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghci. Il confronto sarebbe andato bene, stando alle stesse dichiarazioni americane, ma le distanze restano ampie tra le parti. E i mercati iniziano a scontare sul serio l’ipotesi di un attacco nei prossimi giorni. Non lo esclude proprio la Casa Bianca, sebbene non abbia ancora preso una decisione finale e stia ponderando tutti i pro e i contro.
Mercati temono guerra tra USA e Iran
L’arrivo nel Mediterraneo della portaerei Gerald Ford sarebbe indicativa di quanto avverrebbe a giorni. Trump ordinerebbe di attaccare l’Iran già da sabato 21 febbraio. L’operazione verrebbe condotta insieme a Israele e con ogni probabilità durerebbe settimane. Oggetto del contendere resta sempre l’arricchimento dell’uranio. La Repubblica Islamica non vuole rinunciarvi per nessuna ragione e crede di averne diritto sotto il vecchio accordo siglato nel 2015 con l’amministrazione Obama e vigilato dalla comunità internazionale.
Cambio al collasso
Sui mercati i segnali su un possibile attacco USA all’Iran iniziano ad esserci tutti. La tensione sta provocando il collasso valutario a Teheran. Il cambio tra dollaro e rial è tornato a salire verso i massimi storici. Ieri, si attestava a 1,615 milioni contro gli 1,35 milioni di inizio anno. Il trend segnala che gli iraniani starebbero disfacendosi della loro valuta sempre più in fretta per comprare dollari e mettere in salvo i risparmi. L’altissima inflazione stessa provoca il tonfo.
Negli ultimi anni, si è aggirata attorno al 40% e per i generi alimentari ha superato la media del 50%. Negli ultimi mesi, i prezzi al consumo hanno subito una drastica accelerazione. Anche se l’ultimo dato pubblicato risale all’ottobre scorso (48,6%), la crisi del rial indica che la situazione stia notevolmente peggiorando di mese in mese.

Boom del petrolio
Un altro segnale che qualcosa di grosso può accadere presto, arriva dal petrolio. Il Brent è schizzato ieri fino a circa 72 dollari al barile, ai massimi dal luglio scorso e in crescita del 20% dai minimi di inizio anno sotto i 60 dollari. E’ stato più che compensato il calo accusato con la cattura di Nicolas Maduro. L’Iran è tra i principali produttori mondiali con esportazioni medie di 1,5 milioni di barili al giorno. Il principale timore riguarda lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita quotidianamente un quinto della produzione mondiale. In un impeto di disperazione, il regime dell’ayatollah arriverebbe a provocarne la chiusura minacciandone la sicurezza per reagire all’aggressione.
Oro torna a 5.000 dollari
Infine, l’oro. La quotazione in dollari resta ben al di sotto dei massimi storici toccati a fine gennaio a quasi 5.600 dollari l’oncia. Ieri, risaliva a 5.000 dollari e martedì, quando tra USA e Iran iniziavano i colloqui, era scesa fino a 4.860 dollari.
I mercati cercano beni rifugio contro le tensioni internazionali. La stessa ripresa del petrolio incoraggia gli acquisti del metallo in funzione anti-inflazione. Che questi segnali possano essere smentiti dagli eventi, resta possibile. In ogni caso, svelano quello che pensano gli investitori in questi giorni. C’era aria di una nuova guerra in Medio Oriente.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
