La settimana che si è conclusa ieri sera sui mercati finanziari internazionali è stata particolarmente vivace e a suo modo “storica”. A fare più impressione è che la volatilità dei metalli preziosi e industriali è risultata più elevata di quella delle “criptovalute”, che ancora oggi vengono considerate anche tra i grandi investitori istituzionali come particolarmente rischiose proprio per il sali e scendi repentino dei loro prezzi. Invece, oro e argento hanno fatto molto di peggio; o di meglio, a seconda delle proprie vedute.
Volatilità dell’oro fatto inconsueto
La volatilità è un concetto di cui tenere conto quando s’investe in un asset. Essa segnala l’oscillazione del prezzo attorno alla media in dato lasso di tempo.
Non indica alcuna direzione, bensì la rapidità con cui essa cambia. I traders la amano, perché è attraverso il cambio di direzione dei prezzi che riescono a lucrare. Un mercato eccessivamente uni-direzionale (sempre in ascesa o sempre in caduta) non consente facilmente di realizzare guadagni.
Va detto che la volatilità si addice molto agli asset rischiosi e magari caratterizzati da un mercato poco liquido. Asset sicuri come oro e argento sono di norma molto stabili, proprio per le loro caratteristiche intrinseche. Se così non fossero, non potremmo considerarli “porti sicuri” nei quali ripararci durante le fasi avverse. I grafici dimostrano che negli ultimi mesi e, soprattutto, nelle ultimissime sedute sono saltati gli schemi. L’oro è arrivato a guadagnare più del 10% nella giornata di giovedì 29 gennaio, salendo al record storico di quasi 5.600 dollari. Subito dopo l’annuncio della nomina di Kevin Warsh a governatore della Federal Reserve, crollava a 5.000 dollari, cioè del 10% in meno di un giorno.

Argento batticuore: boom e crash in poche ore
L’argento è stato ancora più schizofrenico: massimi storici a 121,59 dollari per oncia giovedì, salvo crollare sotto i 100 dollari venerdì. In un paio di sedute abbiamo registrato rispettivamente un +18% e un -19%. Una volatilità non esclusiva dei metalli preziosi. Il rame prima segnava un nuovo record a quasi 14.500 dollari per tonnellata e dopo precipitava a circa 13.200 dollari: da +11% a -8/9%. A confronto, Bitcoin è stato molto più stabile: -9% dopo l’annuncio sulla FED, mentre nelle sedute precedenti era salito di circa il 3%.

Per trovare una volatilità maggiore per l’oro dovremmo tornare alla grande crisi finanziaria del 2008, quando il relativo indice s’impennò ad un valore massimo di 65 contro 46 di ieri. Per l’argento non c’è storia: volatilità mai così alta e a 120 in settimana risulta più che quadruplicata rispetto ai livelli di fine estate e raddoppiata rispetto a Natale. Perché questi movimenti bruschi? I metalli preziosi stanno esplodendo di prezzo a causa di dinamiche strutturali, ma anche di eventi inaspettati come guerre commerciali e tensioni geopolitiche in seno allo stesso Occidente. In più, la politica monetaria negli Stati Uniti è finita nel mirino dei mercati per la pretesa del presidente Donald Trump di gestirla per interposta persona, reclamando un taglio drastico dei tassi di interesse.
Domanda di sicurezza resta
Il rischio inflazione si è aggiunto a quello sul debito globale, alimentando una corsa spasmodica ai “safe asset” in alternativa al dollaro. La nomina di Warsh per il momento ha attenuato le preoccupazioni sui tassi, lasciando intravedere una politica monetaria improntata alla prudenza e all’ortodossia. La domanda di beni rifugio è improvvisamente scesa, provocando la caduta dei prezzi. Non vuol dire che la corsa si sia arrestata; molto più pragmaticamente, i mercati cercheranno di capire quali saranno le prossime mosse di Atlanta e Washington. Un “pit stop” a seguito del quale la domanda di sicurezza può tornare più forte di prima o riassestarsi su livelli pre-panico. Certo è che l’oro ha esibito una volatilità tale da sembrare la sua nemesi digitale. E dire che si pensava sarebbe accaduto il contrario!
giuseppe.timpone@investireoggi.it