Tutti i rischi dell’operazione F35: – lavoro, + armi

I rischi di questa operazione: meno persone (quindi meno lavoro in Italia), ma più armamenti esteri, più soldi che prendono la via degli USA, maggiore dipendenza dagli USA stessi (la manutenzione sarà americana, quindi in sostanza dipenderemo da loro), incognita sui reali costi finali degli F35

22-02-2012, ore 22:53 - 0 Commenti Commenta

Uno dei punti forti vantati dal Ministro delle Difesa Di Paola a favore dell’investimento nel programma Joint Strike Fighter è la creazione di posti di lavoro: anche durante la presentazione della riforma

Il Ministro della Difesa Giampaolo De Paola sostiene che investire nel programma JSF serva per generare posti di lavoro.

presso   il ministro ha insistito su questo punto. Vengono stimati circa  10 mila posti di lavoro anche se al momento l’unico effetto ricollegabile all’acquisto degli F35 in termini occupazionali è il taglio di 30 mila militari. Un dato quindi non attendibile e che peraltro, se anche fosse confermato, sarebbe una riprova dell’inefficienza delle scelte occupazionali della politica militare visto che ogni posto di lavoro costerebbe allo Stato 1,5 milioni di euro (basti pensare che un docente ne costa 50.000). Dov’è la convenienza?

 

Eppure sull’investimento in termini occupazionali ha insistito anche il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha sottolineato come nell’industria legata al JSF sono coinvolte una settantina di aziende italiane. In realtà gli operai impiegati a montare le ali nello stabilimento di Cameri saranno solo 600, decisamente meno dei mille impegnati oggi nella lavorazione del vecchio Eurofighter (e gli altri 400 che fine faranno?).
E dove mettiamo tutti i militari che saranno tagliati o spinti al part time per sostenere questo programma? La cifra spesa peraltro potrebbe essere impiegata per interventi sociali e anche in questo caso si creerebbero numerosi posti di lavoro. Una mancanza di affidabilità dei dati che non può non spingere a pensare che ci siano altri interessi (senza voler essere tanto maliziosi dall’invocare il conflitto di interessi posto che tra i firmatari del protocollo d’intesa nel 2002 c’è proprio Di Paola, ai tempi segretario generale al ministero e componente Nato).

 

Dopo gli amori berlusconiani con Putin, ed i malumori degli USA rivelati da Wikileaks, l'Italia sembra tornata sotto l'ala degli Stati Uniti

Quanto queste scelte operative del Ministro delle Difesa sono influenzata dal rapporto di dipendenza che l’Europa in genere, e l’Italia nello specifico, subiscono nei confronti degli Stati Uniti. Quello dell’acquisto degli F35, sebbene ridimensionato nel numero, sembra più un obbligo morale che burocratico e legale. I bombardieri servono per fare la guerra ma a chi? E soprattutto PER chi? Un indizio ce lo dà lo stesso Di Paola quando ricorda che, visto il ridimensionamento quantitativo delle forze armate statunitensi, gli eserciti europei, e quello italiano nello specifico, devono fare di più nel rispetto dell’alleanza con gli USA. Stiamo acquistando uno strumento di guerra che ci renderà più succubi? Alla faccia dei fautori delle guerre che ne esaltano la capacità di rendere libero un popolo! E il fatto che il tutto è fatto al servizio e secondo le condizioni degli statunitensi è confermato non solo dall’acquisto delle loro armi ma anche dall’esclusiva che manterranno per quanto riguarda la manutenzione. Gli alleati infatti concedono al nostro paese di usufruire della tecnologia antiradar Stealth, ma non intendono rivelarne i dettagli e quindi consentirne evoluzioni e riparazioni.
Insomma anche negli anni a venire, per mantenere un’arma comprata da loro e per loro, continueremo a dare soldi agli States. Ma quanti gliene invieremo ora con l’acquisto? Sulla questione non c’è molta trasparenza.

 

Una situazione inaccettabile e tutta italiana: perfino negli USA i dati relativi al costo degli F35 e ai difetti di questi cacciabombardieri sono resi noti pubblicamente.

Partiamo da un dato di fatto: stiamo parlando del cacciabombardiere più costoso della storia. Si era parlato inizialmente di 80 milioni, cifra assolutamente non credibile visto che vorrebbe dire pagare meno di quanto fanno gli USA (cosa peraltro espressamente proibita per le aziende statunitensi produttrici di armamenti). Le prime fatture ammonterebbero più verosimilmente a 150 milioni di euro ma è facile pronosticare che il costo effettivo sarà almeno il doppio (considerando le continue modifiche che vengono apportate al progetto di realizzazione). Solo il mese scorso la commissione del Pentagono addetta ai test dei prototipi dell’F-35 ha ordinato 725 correzioni, dal casco per il pilota al meccanismo di aggancio in fase di atterraggio.

Smentito il pagamento della presunta penale che avrebbe reso sconveniente ritirarsi dall’accordo (lo stesso Luigi Bobba, Vice Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei deputati, ha confermato che “L’uscita del nostro Paese dal programma dei cacciabombardieri F-35 JSF (Joint Strike Fighter) non comporterebbe oneri ulteriori rispetto a quelli già stanziati e pagati per la fase di sviluppo e quella di pre-industrializzazione; infatti il Memorandum of Understanding, ovvero l’accordo fra i Paesi compartecipanti, non prevede il pagamento di alcuna penale in caso di rinuncia all’acquisto“) da un confronto con gli altri Stati firmatari emerge in maniera ancora più nitida l’atteggiamento contraddittorio del governo italiano.

La Ark Royal inglese

L’Inghilterra ha reso noto che si priverà della sua unica portaerei, la Ark Royal per far spazio alle due in costruzione. In Francia sono attesi ingenti tagli alla Difesa. In Germania, dove si assiste al passaggio dall’esercito di leva a quello professionale, sono previsti tagli per 9,3 miliardi di euro. Nella stessa direzione si muovono anche Olanda e Norvegia, quest’ultima già dal 2009. Ma il vero paradosso è che perfino il Pentagono ha annunciato un taglio di circa 307 miliardi di euro del programma per i nuovi caccia F-35.

 

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