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O.S. «Non so quali furono le sue motivazioni. Schindler non diede mai spiegazioni per le sue azioni. Ma ciò che importa è che lui salvò le nostre vite » (Ludwik Feigenbaum)
Oscar Schindler not only saved their lives: he saved our faith in Humanity...
per quanto mi riguarda, e che non siate d'accordo me ne può fregà de meno, Schindler's List è il film più bello che io abbia mai visto. e forse che mai avrò visto.
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Se tiri tante righe, su qualcuna rimbalza di sicuro.
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In Danimarca ho appreso dell'esistenza di un Grande Uomo, con tre ammirevoli passioni:
1) La redenzione degli emarginati
2) La fotografia
3) La patonza danese (in senso stilnovistico).
Allego immagine della casa di Jacob Riis a Ribe, e della sua storia (fonte: guida Lonely Planet).
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"Faccio sesso con mia moglie molto più spesso, da quando ho scoperto che ha il sonno profondo" (Ignatius, primavera 2013)
Massimiliano Maria Kolbe (Zduska Wola, 8 gennaio1894 – Auschwitz, 14 agosto1941), il 28 maggio1941 giunse nel campo di concentramento di Auschwitz, dove venne immatricolato con il numero 16670 e addetto a lavori umilianti come il trasporto dei cadaveri. Venne più volte bastonato, ma non rinunciò a dimostrarsi solidale nei confronti dei compagni di prigionia.
Nonostante fosse vietato, Kolbe in segreto celebrò due volte una messa e continuò il suo impegno come sacerdote.
Alla fine del mese di luglio dello stesso anno venne trasferito al Blocco 14 e impiegato nei lavori di mietitura. La fuga di uno dei prigionieri causò una rappresaglia da parte dei nazisti, che selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel bunker della fame.
Quando uno dei dieci condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto.
In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso: i campi di concentramento erano infatti concepiti per spezzare ogni legame affettivo e i gesti di solidarietà non erano accolti con favore.
Kolbe venne quindi rinchiuso nel bunker del Blocco 13.
Dopo due settimane di agonia senza acqua né cibo la maggioranza dei condannati era morta di stenti, ma quattro di loro, tra cui Kolbe, erano ancora vivi e continuavano a pregare e cantare inni a Maria. La calma professata dal sacerdote impressionò le SS addette alla guardia, per le quali assistere a questa agonia si rivelò scioccante.
Kolbe e i suoi compagni vennero quindi uccisi il 14 agosto, vigilia della Festa dell'Assunzione di Maria, con una iniezione di acido fenico. Il loro corpo venne cremato il giorno seguente, e le ceneri disperse.
All'ufficiale medico nazista che gli fece l'iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita...» e mentre l'ufficiale lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea!».
Le sue ultime parole, porgendo il braccio, furono: «Ave Maria».
[ame=http://www.youtube.com/watch?v=ZXPRbOvWOGo]Father Kolbe's Preaching- Wojciech Kilar "The Truman Show" - YouTube[/ame]
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"Faccio sesso con mia moglie molto più spesso, da quando ho scoperto che ha il sonno profondo" (Ignatius, primavera 2013)
Alex Zanardi, oro conquistato nell'handbike alle Paralimpiadi
Scrivere, parlare, discutere di Alex Zanardi senza cadere nella retorica, specialmente in questi giorni, non è affatto semplice. Parlare dell’ennesima impresa vincente di Alex Zanardi, nello sport, lui che vincente lo è ogni giorno nella vita, appare quasi imbarazzante. Eppure è l’unico metodo - celebrazioni e badilate di complimenti - per raccontare la storia di un uomo che a 45 anni, dopo aver conquistato un oro olimpico, rilascia questo tipo di dichiarazione: “Mi considero uno che ha avuto tantissimo nella vita e continuo ad aggiungere. Di questo non posso che ringraziare la Dea bendata".
Ringraziare lo sport e la dea bendata, dopo che questa, all’età di 35 anni, ti ha levato entrambi gli arti inferiori non è cosa da tutti. Come non lo è vincere e stabilire il record del mondo alla maratona di New York (handbike) nel 2011, o esordire alle Olimpiadi, quasi undici anni dopo il fatale incidente, e portarsi via la medaglia del metallo più pregiato. Insomma Alex Zanardi è l’interprete più straordinario della definizione “atleta”, l’essenza più pura dell’Uomo completo, quello che non si arrende, non si lamenta, ma ringrazia ogni giorno per quello che ha e lavora ogni minuto per ottenere sempre di più da se stesso. Sembra retorica, e rileggendo il tutto probabilmente vi lascerà quella sensazione, ma che cos’è “la retorica” davanti alla figura di Zanardi? Il “banale” elenco dei traguardi raggiunti non è forse il modo migliore per raccontare la storia di un uomo?
Zanardi ha sempre vinto. Ha vinto 2 anni dopo l’incidente, quando tornò sul luogo maledetto per ripercorre i restanti 13 giri della gara del 2001 che gli levo le gambe ma non il talento (in quell’occasione fece infatti registrare un tempo che gli avrebbe permesso di partire dalla quinta posizione); ha vinto nel 2005, quando si conquistò il campionato italiano superturismo; ha vinto nel 2007, quando alla sua prima gara di handbike - maratona di New York - arrivò quarto. E ha vinto alle Paralimpiadi di Londra, nella prova a cronometro della medesima disciplina, mettendo dietro atleti giovani tanto quanto veterani. E a chi gli chiede adesso cosa farà lui risponde: “Se continuerò? Innanzitutto c'è la gara in linea, poi non so, vedremo. Io senza sport non so vivere”. Noi siamo pronti a scommettere per un altro esordio vincente. E voi ?
Località: taglialegna da CiubeBBa;at Tokyo as Zenigata;capt Orr;lednàcèk;Orazio;and miles to go before I sleep
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Muore per dare il rene a chi ha famiglia
Protagonista della commuovente vicenda un pastore della Val d'Ossola DOMODOSSOLA - "Lascio il posto a chi ha famiglia". Un intento nobile, che chiunque esterni, non può che mostrare un forte senso dell'altruismo e che, al contempo, non fa altro che evidenziare uno spiccato rispetto umano, figlio di valori autentici e profondi. Walter Bevilacqua non era un uomo conosciuto, o, come si suol dire, di società. Ma un semplice pastore. Con un grande, grandissimo cuore e amore per il prossimo. Viveva tra le montagne dell'Ossola, vallata vicinissima al Locarnese, aveva 68 anni. Era malato da tempo e si trovava in dialisi. Si è spento negli scorsi giorni, per aver rinunciato al trapianto di un rene, cedendolo a chi ne avesse più bisogno di lui, con famiglia.
Sembra lo spezzone di un film sul valore della vita, che con la neve che scende, immaginiamo possa essere anche raccontato come una fiaba senza tempo a qualsiasi bimbo intento a sognare ad occhi aperti prima di addormentarsi. È però, prima ancora, una storia contemporanea, reale e che tocca. Un fatto di cronaca che è accaduto a pochi passi da casa nostra. E quindi, pure per questo, merita di essere raccontato. Forse anche un po', ammettiamolo, per contraccambiare un gesto di generosità d'altri tempi, che sottolineare risponde in un qualche modo, pure a uno scrupolo di coscienza che è giusto assecondare.
La storia di Walter Bevilacqua, che è riportata ieri dai media italiani, incute rispetto e commuove. Al parroco del paese, il pastore aveva recentemente confidato "sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere. È giusto che sia così". Gli alpini del paese di Varzo hanno trasportato la sua bara al cimitero in spalla, per dargli l'addio, attorniati dalle due sorelle, con profondo rispetto verso un loro umile e nobile rappresentante.
scusate l'enfasi, che non mi è abituale
ma non so come segnalarvi meglio quest'uomo: un GRANDE uomo
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per aspera ad astra,
ma che fatica però
Ultima modifica di f4f : 21-01-2013 alle ore 10:07.
Protagonista della commuovente vicenda un pastore della Val d'Ossola DOMODOSSOLA - "Lascio il posto a chi ha famiglia". Un intento nobile, che chiunque esterni, non può che mostrare un forte senso dell'altruismo e che, al contempo, non fa altro che evidenziare uno spiccato rispetto umano, figlio di valori autentici e profondi. Walter Bevilacqua non era un uomo conosciuto, o, come si suol dire, di società. Ma un semplice pastore. Con un grande, grandissimo cuore e amore per il prossimo. Viveva tra le montagne dell'Ossola, vallata vicinissima al Locarnese, aveva 68 anni. Era malato da tempo e si trovava in dialisi. Si è spento negli scorsi giorni, per aver rinunciato al trapianto di un rene, cedendolo a chi ne avesse più bisogno di lui, con famiglia.
Sembra lo spezzone di un film sul valore della vita, che con la neve che scende, immaginiamo possa essere anche raccontato come una fiaba senza tempo a qualsiasi bimbo intento a sognare ad occhi aperti prima di addormentarsi. È però, prima ancora, una storia contemporanea, reale e che tocca. Un fatto di cronaca che è accaduto a pochi passi da casa nostra. E quindi, pure per questo, merita di essere raccontato. Forse anche un po', ammettiamolo, per contraccambiare un gesto di generosità d'altri tempi, che sottolineare risponde in un qualche modo, pure a uno scrupolo di coscienza che è giusto assecondare.
La storia di Walter Bevilacqua, che è riportata ieri dai media italiani, incute rispetto e commuove. Al parroco del paese, il pastore aveva recentemente confidato "sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere. È giusto che sia così". Gli alpini del paese di Varzo hanno trasportato la sua bara al cimitero in spalla, per dargli l'addio, attorniati dalle due sorelle, con profondo rispetto verso un loro umile e nobile rappresentante.
scusate l'enfasi, che non mi è abituale ma non so come segnalarvi meglio quest'uomo: un GRANDE uomo
Ho sentito la notizia stamattina. Il sentimento che provo per quest'uomo e' un infinito e profondissimo rispetto e la gratitudine per avermi dato la rara occasione di essere orgogliosa di un mio connazionale.
Protagonista della commuovente vicenda un pastore della Val d'Ossola DOMODOSSOLA - "Lascio il posto a chi ha famiglia". Un intento nobile, che chiunque esterni, non può che mostrare un forte senso dell'altruismo e che, al contempo, non fa altro che evidenziare uno spiccato rispetto umano, figlio di valori autentici e profondi. Walter Bevilacqua non era un uomo conosciuto, o, come si suol dire, di società. Ma un semplice pastore. Con un grande, grandissimo cuore e amore per il prossimo. Viveva tra le montagne dell'Ossola, vallata vicinissima al Locarnese, aveva 68 anni. Era malato da tempo e si trovava in dialisi. Si è spento negli scorsi giorni, per aver rinunciato al trapianto di un rene, cedendolo a chi ne avesse più bisogno di lui, con famiglia.
Sembra lo spezzone di un film sul valore della vita, che con la neve che scende, immaginiamo possa essere anche raccontato come una fiaba senza tempo a qualsiasi bimbo intento a sognare ad occhi aperti prima di addormentarsi. È però, prima ancora, una storia contemporanea, reale e che tocca. Un fatto di cronaca che è accaduto a pochi passi da casa nostra. E quindi, pure per questo, merita di essere raccontato. Forse anche un po', ammettiamolo, per contraccambiare un gesto di generosità d'altri tempi, che sottolineare risponde in un qualche modo, pure a uno scrupolo di coscienza che è giusto assecondare.
La storia di Walter Bevilacqua, che è riportata ieri dai media italiani, incute rispetto e commuove. Al parroco del paese, il pastore aveva recentemente confidato "sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere. È giusto che sia così". Gli alpini del paese di Varzo hanno trasportato la sua bara al cimitero in spalla, per dargli l'addio, attorniati dalle due sorelle, con profondo rispetto verso un loro umile e nobile rappresentante.
scusate l'enfasi, che non mi è abituale ma non so come segnalarvi meglio quest'uomo: un GRANDE uomo
dinanzi a certi fatti ogni commento mi sembra retorico, ha sicuramente vissuto.
Protagonista della commuovente vicenda un pastore della Val d'Ossola DOMODOSSOLA - "Lascio il posto a chi ha famiglia". Un intento nobile, che chiunque esterni, non può che mostrare un forte senso dell'altruismo e che, al contempo, non fa altro che evidenziare uno spiccato rispetto umano, figlio di valori autentici e profondi. Walter Bevilacqua non era un uomo conosciuto, o, come si suol dire, di società. Ma un semplice pastore. Con un grande, grandissimo cuore e amore per il prossimo. Viveva tra le montagne dell'Ossola, vallata vicinissima al Locarnese, aveva 68 anni. Era malato da tempo e si trovava in dialisi. Si è spento negli scorsi giorni, per aver rinunciato al trapianto di un rene, cedendolo a chi ne avesse più bisogno di lui, con famiglia.
Sembra lo spezzone di un film sul valore della vita, che con la neve che scende, immaginiamo possa essere anche raccontato come una fiaba senza tempo a qualsiasi bimbo intento a sognare ad occhi aperti prima di addormentarsi. È però, prima ancora, una storia contemporanea, reale e che tocca. Un fatto di cronaca che è accaduto a pochi passi da casa nostra. E quindi, pure per questo, merita di essere raccontato. Forse anche un po', ammettiamolo, per contraccambiare un gesto di generosità d'altri tempi, che sottolineare risponde in un qualche modo, pure a uno scrupolo di coscienza che è giusto assecondare.
La storia di Walter Bevilacqua, che è riportata ieri dai media italiani, incute rispetto e commuove. Al parroco del paese, il pastore aveva recentemente confidato "sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere. È giusto che sia così". Gli alpini del paese di Varzo hanno trasportato la sua bara al cimitero in spalla, per dargli l'addio, attorniati dalle due sorelle, con profondo rispetto verso un loro umile e nobile rappresentante.
scusate l'enfasi, che non mi è abituale ma non so come segnalarvi meglio quest'uomo: un GRANDE uomo
Laggiù è seduto un uomo dalla mente aperta. Si sente lo spiffero fin da qui. Groucho Marx
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"The fundamental cause of the trouble is that in the modern world the stupid are cocksure while the intelligent are full of doubt." Bertrand Russell