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Vecchio 26-04-2012, 19:28   #31 (permalink)
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Schäuble difende l'accordo fiscale

L'intesa fiscale raggiunta tra Berna e Berlino è "una soluzione soddisfacente"
Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble. (foto Keystone)




BERLINO - Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha difeso oggi al Bundestag il riveduto accordo fiscale con la Svizzera. «Si tratta di una soluzione soddisfacente al cento per cento per il futuro», ha detto Schäuble, rispondendo a un'interrogazione dell'SPD nell'ora delle domande.
In parlamento, il partito socialdemocratico ha una volta ancora aspramente criticato l'accordo. Il vice capogruppo SPD al Bundestag Joachim Poss ha in particolare rimproverato al governo federale di aver trattato «in maniera troppo tenera e accondiscendente» con la vicina Confederazione .
Ieri, il governo di Angela Merkel ha approvato l'accordo fiscale con la Svizzera basato su imposte liberatorie alla fonte. Il relativo disegno di legge di ratifica deve però ancora ottenere l'approvazione del Bundestag, il parlamento federale, e del Bundesrat, la camera dei Länder. In quest'ultima, in particolare, la convenzione rischia di arenarsi, perché la coalizione CDU/CSU-FDP non dispone della maggioranza.



26.04.2012 - 15:02
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Vecchio 27-04-2012, 12:51   #32 (permalink)
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Tassare i capitali italiani in Svizzera frutterebbe a Roma 37 miliardi (secondo l'accordo austriaco)





È stato un accordo fiscale "blitz". Venerdí 13 aprile l'Austria del cancelliere Werner Faymann, che guida un governo di Grosse Koalition tra democristiani e socialisti, ha firmato alla velocità della luce un accordo con la Svizzera, sulla falsariga di quanto giá fatto dalla Germania (governo conservatore-liberale), per tassare i capitali austriaci "in nero" trasferiti nella banche di Berna.
Lo storico accordo tra due "paradisi fiscali" prevede una tassazione "una tantum" per il passato con percentuali variabili dal 15 al 38% (con una media del 25 per cento). Il governo austriaco ha già previsto nel budget 2013 incassi per questo prelievo alla fonte pari a un miliardo di euro, incassi che potrebbero diventare, a detta degli esperti, fino a 3 miliardi calcolando circa 12 miliardi di soldi austriaci depositati in Svizzera e un prelievo del 25 per cento. Insomma una boccata d'ossigeno per le casse di Vienna che recentemente ha dovuto subire la perdita della tripla A del rating dei bond sovrani.

È un'idea esportabile in Italia?
Il Governo italiano, guidato dal premier Mario Monti, si è sempre detto contrario a seguire le orme della Germania, e ora dell'Austria, in materia di accordi separati, preferendo un accordo comune a tutti i partner in sede europea. Quindi la questione è chiusa, almeno per ora.
Ma ipotizzando per un momento che anche l'Italia decidesse di fare questo passo ardito, quanto potrebbe raccogliere?
L'ipotesi, ripetiamo è solo di scuola, ma vale la pena verificarla, almeno per sapere a quanto potrebbe ammontare l'incasso sulla tassazione dei capitali italiani esportati illegalmente in Svizzera.
Andiamo con ordine e verifichiamo passo dopo passo. La tassazione austriaca prevede un prelievo una tantum sul capitale pari a 12 miliardi di euro che, a una tassazione media del 25%, fa un incasso di 3 miliardi di euro. A questa cifra vanno aggiunti 50 milioni di euro che verrebbero incassati tramite un prelievo annuale alla fonte del 25% sugli interessi maturati (i 12 miliardi di euro depositati nelle banche svizzere dovrebbero fruttare intorno ai 200 milioni di interessi, ipotizzando un 1,666% di interessi medi, qualcosa meno di un 2% come indicato da fonti austriache).
Tutto questo per quanto attiene le vicende austriache. E nel caso italiano cosa accadrebbe?
Nel caso italiano, l'una tantum sarebbe circa del 25% dei 150 miliardi di euro stimati, secondo indiscrezionidi stampa, quindi pari a 37,5 miliardi di euro di incassi. Un bel colpo. Inoltre quanto alla tassazione sugli interessi, facendo una proporzione analoga a quella prevista dagli accordi austriaci, l'Erario italiano potrebbe contare su 625 milioni di incassi all'anno. Insomma non proprio noccioline. Vale la pena pensarci e verificare se non valga la pena di seguiere le orme tedesche e ora austriache. Aspettare Bruxelles, per ora, non paga.
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Vecchio 27-04-2012, 13:31   #33 (permalink)
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Originalmente inviato da great gatsby Visualizza messaggio
quindi ?
Quindi meglio di no ...
Che altrimenti la tentazione di trasformare la Spending review in pending diventerebbe insostenibile ...

Ci hanno pure un filmO: l' insostenibile leggerezza dell' essere (o del rimandare...)



Ma credo che tu attenda l'interpretazione asseverata ...



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Vecchio 27-04-2012, 14:24   #34 (permalink)
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10 apr 2012 05:00 Perchè Rubik non è stato bloccato

(foto Keystone)




di LINO TERLIZZI - Nonostante gli attacchi subiti all’estero ed ora anche in Svizzera, il piano Rubik non soltanto non è stato sin qui fermato, ma in realtà è vicino ad un traguardo importante, quello dell’applicazione concreta per Regno Unito e Germania . Altri Paesi europei, una volta compiuta questa svolta, potrebbero seguire la stessa strada.
Bisogna distinguere le molte parole, talvolta confuse, dai fatti. Il piano Rubik, che è nato in Ticino e che prevede in sostanza una imposta liberatoria in cambio del mantenimento del segreto bancario , viene criticato da più parti per ragioni diverse ed in qualche caso opposte tra loro, ma nei fatti sta andando avanti e nei prossimi mesi si presenterà alle ratifiche dei Parlamenti svizzero e tedesco. E, nonostante le critiche da sinistra o da destra, alcune anche di carattere elettorale o pre-elettorale, le possibilità che Rubik passi sono ancora molte.
La partita è importante sia per i temi sul tavolo – tassazione del risparmio, segreto bancario – sia per le cifre in campo. Secondo stime di fonti attendibili, a fine 2011 la piazza bancaria e finanziaria svizzera gestiva patrimoni per circa 4 mila miliardi di franchi. Di questi la metà, cioè 2 mila miliardi, era di origine estera. La maggior parte di questi patrimoni di origine estera faceva capo a investitori istituzionali, cioè fondi di investimento, gruppi finanziari e così via. Circa 700 miliardi di franchi facevano invece capo a investitori privati ed è questa parte la più toccata potenzialmente dal piano Rubik.
Le stesse fonti, sia svizzere sia internazionali, hanno anche cercato di individuare le nazionalità dei patrimoni privati gestiti in Svizzera ed hanno indicato che quelli tedeschi potevano realisticamente essere pari a 180 miliardi di franchi, quelli italiani a 120 miliardi di franchi, quelli britannici a 70 miliardi di franchi. Questi numeri confermano quanto rilevante sia la partita. Ci possono essere state alcune variazioni per le cifre in questi primi mesi del 2012, ma non tali da cambiare il senso del discorso. Germania , Regno Unito ed altri Paesi che si aggiungessero in seguito avrebbero la possibilità di incassare parecchi miliardi attraverso l’imposta anonima prevista da Rubik, non solo per quel che riguarda il passato, ma anche per quel che riguarda il futuro. Con Rubik verrebbe sancito il principio che anche i capitali non dichiarati vengono tassati, in modo più ampio rispetto alla attuale euroritenuta che è frutto del vecchio accordo tra Svizzera ed UE. L’opposizione tedesca vorrà davvero bloccare Rubik al Bundesrat, rinunciando a soldi e principio? È lecito dubitarne, al di là dei proclami elettorali. D’altro canto la diplomazia della cancelliera Merkel e del ministro Schäuble è già al lavoro sul fronte interno. La UE, che vorrebbe gestire in proprio questo tipo di accordi, è in grado di porre un veto reale a Berlino e Londra? È lecito dubitarne, visti i molti problemi di Bruxelles e visti i protocolli aggiuntivi Rubik, firmati nelle scorse settimane anche per togliere argomenti alla UE.
Ma anche in Svizzera c’è opposizione. A sinistra vi sono posizioni che vorrebbero andare verso lo scambio automatico di informazioni fiscali, in sintonia con una parte dei socialdemocratici tedeschi. A destra vi sono alcune posizioni critiche nei confronti delle concessioni fatte dalla Svizzera a Germania e Gran Bretagna e nei confronti di una scarsa difesa del segreto bancario elvetico. Su questo fronte l’ASNI considera ora l’ipotesi del referendum . Ognuno può naturalmente esprimere la sua opinione, ma se si vuole rimanere ad un giudizio equilibrato occorre nuovamente tornare ai fatti.
Tra il 2009 ed il 2010 la Svizzera su questi temi era stata messa nell’angolo a livello internazionale. Con la proposta Rubik, che prende il nome dal cubo in cui i vari tasselli vanno riallineati, la Svizzera è uscita dall’angolo. Certo ci sono concessioni da fare. Ma c’è anche una situazione futura di maggiore stabilità che si può ottenere, conservando le norme elvetiche sulla tutela della sfera privata. Le cose andrebbero meglio se non ci fosse Rubik? Anche qui c’è da dubitarne. Sostanzialmente, gli scenari possibili sono tre: passa Rubik in Europa, con gli USA occorre fare un accordo fiscale diverso, con Asia ed altre aree si vedrà in futuro; non passa Rubik in Europa, restano i problemi con le altre aree, la Svizzera continua a difendersi e negli anni a venire bisognerà vedere quali e quanti altri attacchi dovrà subire; non passa Rubik, si va verso lo scambio automatico di informazioni fiscali.
È chiaro che il terzo scenario resta inaccettabile per la Svizzera, non solo per ragioni economiche, lo è anche giuridicamente e culturalmente. Il secondo scenario è accettabile, ma non fa diminuire il grado di incertezza. Il primo scenario ha i suoi costi, ma riduce le incertezze per il futuro e dà un quadro preciso alla piazza elvetica. Forse chi oggi in Svizzera vorrebbe bloccare Rubik dovrebbe anche tener presente che le alternative non sono esattamente affascinanti.



10.04.2012
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Vecchio 27-04-2012, 14:27   #35 (permalink)
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contesto
La Sovranità non è negoziabile


(foto Keystone)


di MORENO BERNASCONI - Da qualche tempo Bruxelles dà segni di crescente impazienza nei confronti di Berna . A più riprese negli ultimi mesi le autorità dell’UE hanno lasciato intendere che la Svizzera non voleva perfezionare la via bilaterale e che faceva melina per non sbloccare l’impasse. La verità è un’altra. Bruxelles non sembra tanto intenzionata a perfezionare la via bilaterale all’interno di un mercato unico con regole omogenee: vorrebbe semplicemente che le relazioni bilaterali comportassero per la Svizzera la ricezione automatica del diritto comunitario e dei suoi sviluppi. Punto e basta. Ieri il Consiglio federale ha mandato a dire con sufficiente chiarezza alla Commissione europea che questa pretesa è irricevibile. E ha fatto bene. Non essendo la Svizzera membro dell’UE e neppure dello Spazio economico europeo, ed essendo quindi uno stato sovrano, se davvero si vuole perfezionare la via bilaterale e non diventare semplicemente dei burattini di Bruxelles, occorre stabilire nuove regole e creare nuovi strumenti condivisi. Da un certo punto di vista la posizione dell’UE si capisce. Il diritto che regola il mercato unico europeo evolve con una rapidità pari a quella con cui l’Unione stessa si è allargata negli anni scorsi. Appare quindi ragionevole fare in modo che questo mercato integrato (e la Svizzera ne fa parte a tutti gli effetti traendone notevoli vantaggi economici) funzioni in modo omogeneo. Berna – con i suoi magri 8 milioni di cittadini – non può certo pretendere di costringere un colosso di 27 Stati e 500 milioni di cittadini a ricominciare lunghe trattative singole ogni volta che l’evoluzione del diritto europeo cambia i termini degli scambi. Ciò detto, è altrettanto pacifico che la Svizzera non possa accettare supinamente le decisioni di Bruxelles. L’adozione del cosiddetto «acquis comunitario» va vincolata ad una adeguata partecipazione al processo decisionale al fine di salvaguardare il diritto svizzero e le istituzioni democratiche cui uno Stato sovrano non può derogare. Se la Confederazione elvetica decide sovranamente di non adottare parte dell’acquis comunitario (e deve poterlo fare), eventuali misure di compensazione da parte dell’UE dovrebbero comunque tener conto del principio di proporzionalità e non essere indiscriminate. Ieri il Consiglio federale ha quindi risposto alla Commissione europea indicando i paletti entro i quali sarebbe possibile perfezionare la via bilaterale con l’Unione europea salvaguardando la sovranità di uno Stato non membro né dell’UE, né dello Spazio economico europeo. Il Governo ha agito in modo politicamente corretto sul fronte interno e tatticamente intelligente su quello esterno. Infatti, mandando le sue proposte in consultazione alle Commissioni parlamentari di politica estera, ai Cantoni (che vogliono giustamente dire la loro su una politica europea che li tocca da vicino) e ai partner sociali, il Consiglio federale rafforza la propria legittimazione politica nei confronti dell’Unione europea. Se i gremi consultati daranno il proprio beneplacito, a giugno la palla passerà a Bruxelles e toccherà all’UE dire se accetta che a vigilare sull’applicazione e l’interpretazione degli accordi bilaterali con la Svizzera non siano le istanze supranazionali europee bensì un’istanza indipendente svizzera nominata dal Parlamento elvetico. E se è d’accordo, come intende chiedere Berna , di verificare la bontà delle proposte svizzere nel caso concreto di un nuovo accordo bilaterale sul mercato elettrico, che acquisterebbe il valore di modello. La strada che il Consigliof ederale propone di seguire alla Commissione europea è nel contempo giuridico-istituzionale e pragmatica. Bruxelles può ovviamente respingere le proposte al mittente oppure proporre e discutere dei possibili compromessi. Ciò che l’UE non potrà più dire è che Berna fa ostruzionismo. Si diceva che la decisione del Consiglio federale appare tatticamente azzeccata. Oltra alla procedura adottata e oltre ai contenuti delle proposte, i tempi e il contesto in cui la mossa si colloca non sembrano sfavorevoli alla Svizzera. Infatti in questa fase storica di grave crisi finanziaria e sociale dei Paesi dell’Unione europea, riaffiorano da parte dei suoi membri – anche di quelli trainanti – rivendicazioni che fanno appello alla sovranità e all’autonomia nazionale. Si pensi soltanto alle recenti richieste di Berlino e Parigi di derogare parzialmente e temporaneamente agli accordi di Schengen. Mai come in questa difficilissima fase per i Paesi dell’UE si è manifestato in modo tanto flagrante il deficit democratico di un’Unione i cui organi dirigenti appaiono incompiuti e lamentano la mancanza di una forte legittimazione politica. Sarebbe stato ben poco saggio da parte del Consiglio federale indebolire la via bilaterale con l’Unione europea proprio in questo momento storico o addirittura consentire ad una sbrigativa volontà di dichiararla ormai esaurita. Ciò non significa che sarà facile ottenere partita vinta con Bruxelles. Tutt’altro. Prepariamoci ad un duro braccio di ferro. Ma Berna , oggi, non poteva fare altrimenti.



27.04.2012
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Vecchio 27-04-2012, 14:31   #36 (permalink)
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Un altro passaggio importante

(foto Keystone)
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di LINO TERLIZZI - La luce verde data ieri dalla Commissione europea agli accordi fiscali svizzeri con Regno Unito e Germania rappresenta un passaggio non secondario nel percorso di Rubik, il piano elvetico che si basa su una imposta liberatoria in cambio del mantenimento del segreto bancario .
Se si considera che nel frattempo anche l’Austria ha sottoscritto un’intesa analoga con la Svizzera, che la Grecia sta di fatto avviando negoziati sulla base dello stesso schema, che altri Paesi europei si sono detti interessati, ebbene si può vedere un quadro in cui Rubik, nato a suo tempo in Ticino , non soltanto non è stato bloccato, ma sta facendo passi avanti significativi.
Ora i Paesi dell’Unione europea che sin qui si sono opposti a Rubik perché doveva essere Bruxelles a decidere – tra questi anche l’Italia – vedono svanire uno dei loro argomenti principali. Il fatto che il commissario europeo alla Fiscalità Algirdas Sermeta affermi che sarebbe meglio non fare altri accordi bilaterali con la Svizzera suona come una difesa d’ufficio del suo ruolo, teorica visto che i fatti l’hanno ormai superata. Sarà molto difficile per la UE ora dire no all’Austria e ad altri Paesi che aderissero a Rubik.
Come già affermato da queste colonne, Rubik ha la possibilità di affermarsi in Europa perché vi sono ragioni molto concrete a suo favore. In una fase in cui molti Stati hanno grande bisogno di risorse, Rubik permette a questi Stati di incassare cifre non irrilevanti, fissando nel contempo il principio che i capitali non dichiarati depositati in Svizzera sono tassati, seppure nel rispetto della sfera privata. Per la Svizzera Rubik presenta vantaggi e svantaggi, si sa. Sul versante degli svantaggi c’è il fatto che clienti delle banche non residenti dovranno versare ai rispettivi erari soldi che prima non versavano. C’è anche l’aggravio, in termini di costi e di rapporti con i clienti, per le strutture delle banche, dovuto alle nuove regole. D’altro canto, su questo punto c’è anche da considerare che in questa direzione ci si era già mossi con l’accordo siglato con la UE per l’euroritenuta.
Sul versante dei vantaggi, c’è la barriera creata attraverso Rubik contro nuovi e più forti attacchi alla piazza finanziaria elvetica. Per quel che riguarda il pur emendato segreto bancario , c’è da considerare che la formula Rubik consente di mantenere quantomeno il nucleo centrale della tutela della privacy dei clienti. Per come si erano messe le cose a livello internazionale, non si tratta di elementi di poco conto. Certo, sarà difficile far passare Rubik anche negli USA, Washington ora non vuole sentirne parlare e dunque oltre oceano l’accordo fiscale non si potrà fare negli stessi termini.
Ma se Rubik già riuscisse a passare in buona parte dell’Europa lo scenario cambierebbe in modo rilevante. Nei rapporti con l’Asia ed i mercati emergenti Rubik non è all’ordine del giorno. Si vedrà in futuro. Ma se negli anni a venire ci fosse la necessità di accordi anche su quel fronte, una base ci sarebbe già. A questo punto, crescono anche le possibilità che il Parlamento tedesco, nonostante le opposizioni presenti, accetti lo schema Rubik. Quest’ultimo non è la perfezione. Ma non si vedono grandi e valide alternative.



18.04.2012 - il più recente
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Vecchio 27-04-2012, 16:53   #37 (permalink)
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Uniti contro i paradisi fiscali

Il Consiglio d'Europa chiede più pressione contro i paesi come la Svizzera




STRASBURGO - Uniti contro i paradisi fiscali, ivi compreso la Svizzera. Il Consiglio di Europa ha approvato oggi a grande maggioranza una risoluzione con cui chiede di aumentare la pressione nei confronti di paesi quali la Svizzera appunto, che nel testo non viene però espressamente citata. Tuttavia c'è un riferimento a un rapporto annesso, in cui la Confederazione - secondo l'indice sul segreto finanziario dell'organizzazione non governativa «tax justice network» - figura sul piano internazionale nettamente al primo posto, davanti alle isole Cayman, al Lussemburgo, a Hong Kong e agli Stati Uniti.Tutti i parlamentari svizzeri hanno espresso voto negativo.
Destinatari della risoluzione, che non ha valore vincolante, sono il Fondo monetario internazionale (FMI), l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e i singoli stati membri.
Il documento porta la firma del parlamentare belga Dirk Van der Maelen, socialdemocratico, secondo cui la frode e l'evasione fiscale hanno effetti catastrofici sulle finanze nazionali. Senza un sistema fiscale trasparente uno stato non può funzionare: niente buon governo, niente benessere e niente giustizia. Sulla base di cifre fornite da varie «ong» Van der Maelen ha calcolato che ogni anno i fondi neri esportati dai paesi poveri sono dieci volte superiori alle somme stanziate a loro favore a titolo di aiuto allo sviluppo.
All'ats il parlamentare belga ha detto che la risoluzione costituisce un'esortazione ai colleghi svizzeri affinché operino in modo attivo quali legislatori a favore della lotta all'evasione. È un elemento in più nell'ambito degli sforzi internazionali volti a ottenere giustizia fiscale, che un giorno sarà realtà: «è solo una questione di tempo».



27.04.201
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Vecchio 28-04-2012, 10:19   #38 (permalink)
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Addio al segreto bancario in Svizzera, Sergio Ermiotti: “Sarà una guerra”

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La negoziazione tra Stati Uniti e Svizzera, e tra il Paese elvetico ed altre nazioni europee, circa l’addio o l’allentamento del segreto bancario, è una “guerra economica“. Un’affermazione forte, resa ancor più significativa se si pensa che a ribadirla pubblicamente al settimanale SonntagsZeitung è stato il top manager Ubs, l’amministratore delegato Sergio Ermiotti.
Secondo quanto ha affermato il banchiere – alla guida dell’istituto di credito svizzero dallo scorso novembre, dopo la scoperta di perdite da 2,23 miliardi di dollari a causa delle azioni di un giovane trader londinese – la Svizzera sarebbe “bloccata nel bel mezzo di una guerra economica”, all’interno della quale spicca il prioritario obiettivo dei propri avvarsi, relativo al tentativo di indebolire le due maggiori banche della nazione, Ubs e Credit Suisse.
Stando alle considerazioni formulate da Ermiotti, i concorrenti delle due banche vorrebbero sottrarre alle strutture societarie una quota degli oltre 2,2 miliardi di franchi svizzeri di capitali stranieri gestiti dagli istituti, costringendo di fatto Ubs a tagliare i costi, con potenziale perdita di 20 mila posti di lavoro.
Al fine di contenere l’evasione fiscale, la Svizzera ha firmato accordi bilaterali con Regno Unito, Germania e Stati Uniti.
Da più parti – anche il governo Monti ne è un fervente sostenitore – si spinge altresì affinchè l’Unione Europea regolamenti i propri rapporti con la Svizzera per poter contrastare al meglio l’evasione al Fisco, focalizzando in particolar modo i propri sforzi sul fronte della doppia imposizione fiscale e della Tobin Tax.
E’ d’altronde attesa da diversi anni una posizione più ferrea da parte di Bruxells sui c.d. “paradisi fiscali”: una posizione che potrebbe facilitare un passo in avanti verso la piena condivisione delle informazioni fiscali con la Svizzera, sulla linea di quanto già effettuato con Germania e Gran Bretagna. L’Italia qualche anno fa era in procinto di concludere un’intesa similare a quanto sopra, ma ha invece ritenuto opportuno aspettare una mossa comunitaria, sicuramente più omogenea rispetto alle singole e specifiche iniziative.
Ricordiamo, in merito, che grazie all’intesa raggiunta con gli Stati Uniti, la Svizzera fornirà indicazioni informative sulle operazioni di deposito di fondi all’interno dei confini elvetici tra il 2002 e il 2010, per controvalori superiori ai 50 mila dollari. Una mole di informazioni molto rilevante, che potrebbe generare circa 2 miliardi di franchi di multa per le banche svizzere, che potrebbero altresì perdere la licenza bancaria negli States.
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Gennaio 2012


Fiscalità finanziaria




Tecnicalità dell’accordo bilaterale fiscale svizzero-tedesco

a cura di: Umberto Fenati, Praticante Dottore commercialista e revisore legale - Studio Cocchi, Bologna
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Settembre 2011
La Svizzera allenta ulteriormente il segreto bancario nei confronti della Comunità internazionale, di Samuele Vorpe










Sommario: Il possibile riesame dell’Accordo sulla fiscalità del risparmio tra Unione europea e Svizzera è fissato al 2013: vista la forte pressione internazionale sul segreto bancario e su una maggiore cooperazione amministrativa in campo fiscale, la Svizzera ha deciso di avanzare una proposta ambiziosa ai singoli Stati membri dell’Unione europea, stipulando con essi accordi bilaterali particolarmente vantaggiosi per entrambi i contraenti. Detti accordi, cosiddetti “Rubik”, frenano bruscamente il processo di revisione della Direttiva “Risparmio” e aprono a nuovi scenari circa la fiscalità del risparmio comunitario e la relazione con l’anonimato fiscale.

A sollevare nuovamente la questione in questi giorni circa un possibile accordo fiscale con la Svizzera da parte dell’Italia è stata la frase del Presidente del Consiglio Prof. Mario Monti sul finire del 2011, dichiarando che è “un’ipotesi che stiamo analizzando. Da parte mia non ho ancora completato l'approfondimento di questo dossier”.
Sebbene un simile accordo risulterebbe particolarmente vantaggioso sia per l’Italia e per la Svizzera, al momento pare di non facile conclusione l’arrivo ad una firma come quella raggiunta con la Germania prima e con il Reno Unito in seguito.
Vediamo quindi in concreto gli aspetti tecnici dell’accordo chiave, quello svizzero-tedesco.
Dopo un anno e mezzo di negoziazioni, iniziate nel corso del 2010, Svizzera e Germania il 10 agosto 2011 hanno siglato il nuovo accordo fiscale bilaterale improntato sul “modello Rubik: grazie alla nuova intesa, si risolvono le questioni fiscali in sospeso per quanto riguarda il passato e, nell’interesse reciproco di entrambi i Paesi e sulla base della strategia messa in campo dall’Associazione svizzera dei banchieri per il 2015, si fissano tali condizioni1:
1) Regolarizzazione delle posizioni pendenti: è lasciata la possibilità ai clienti di optare per:
- un pagamento forfettario una tantum, chiamata “imposta liberatoria retroattiva”2 (con aliquota massima del 34% a seconda di importo e periodo di detenzione, con prelievo medio del 20%-25%) che sani anonimamente la posizione in essere depositata negli istituti bancari elvetici e non dichiarata3 al fisco di residenza;
- una voluntarydisclosure entro il 31 maggio 2013 alle autorità fiscali tedesche senza conseguenze penali di alcun tipo, che comporta il successivo adempimento degli obblighi fiscali direttamente con il fisco tedesco, con effetto retroattivo4;
2) Decriminalizzazione di banche, collaboratori e clienti: la regolarizzazione di cui al punto 1) tutela i clienti quanto la banca e i suoi dipendenti da qualsiasi procedimento penale;
3) Pagamento in acconto da parte delle banche svizzere: a titolo di impegno e di buona volontà, le banche elvetiche versano appena entrato in vigore l’accordo, a titolo di acconto, 2 miliardi di franchi svizzeri all’autorità fiscale tedesca; detti importi, suddivisi in base all’ammontare di depositi stimato pro quota tra le diverse banche detentrici di depositi tedeschi al 31 dicembre 20105, recupereranno tale importo al momento del pagamento una tantum da parte dei clienti che, secondo alcune stime, dovrebbe raggiungere i 4 miliardi di franchi svizzeri6;
4) Due regimi opzionali per il futuro:
- imposta “liberatoria” - sulla falsariga dell’euroritenuta, annualmente le banche prelevano anonimamente una ritenuta alla fonte pari all’imposta tedesca (attualmente ad aliquota unica, pari al 26,375%, ovvero il 25% più 1,375% di contributo di solidarietà) su tutti i redditi di capitale (“interessi, dividendi, altri proventi e utili da vendite”7), con carattere liberatorio da qualsiasi altro adempimento o dovere verso il fisco tedesco; la Svizzera, dal canto suo, rinuncerebbe a qualsiasi pretesa su detto prelievo8, contraccambiando il mancato revenuesharing con l’apertura del mercato bancario tedesco agli operatori elvetici;
- voluntarydisclosure – simile al regime dell’”informazione”, il cliente comunica alla banca di voler comunicare i dati al proprio Paese di residenza. La banca procede con la comunicazione dei dati patrimoniali all’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC), che ne dà regolare notifica all’autorità fiscale tedesca;
5) Procedura di controllo del sistema: le autorità fiscali tedesche hanno il diritto di richiedere a campione alla Svizzera un numero stabilito di domande al fine di verificare la correttezza nell’applicazione dell’Accordo. Qualora richiedessero maggiori informazioni, le autorità tedesche sono vincolate al rispetto delle procedure di assistenza amministrativa stabilite dall’articolo 26 del Modello di Convenzione OCSE;
6) Agevolazioni nell’accesso al mercato tedesco: grazie ad una semplificazione delle procedure operative e ad un’apertura politica, gli istituti finanziari svizzeri possono agevolmente entrare in modo concorrenziale nel mercato bancario tedesco, eliminando le discriminazioni esistenti; oggi, infatti, chi vuole offrire servizi alla clientela privata in Germania deve passare tramite un istituto di credito tedesco. Tale accordo permetterebbe agli istituti elvetici di poter inoltrare una procedura di autorizzazione semplificata e accelerata per l’operatività sul territorio, anche senza l’intermediazione di un istituto di credito tedesco per la clientela retail, e avrebbero la possibilità di distribuire prodotti di investimento che soddisfano i requisiti normativi svizzeri9;
7) Astensione dall’utilizzo di dati rubati in futuro: la Germania si impegna a non utilizzare i supporti10 di cui è entrata in possesso illegalmente grazie alla vendita di dati sensibili di clienti tedeschi con depositi presso le banche svizzere, preservando istituti e dipendenti da qualsiasi procedimento giudiziario, a condizione che prima della sottoscrizione dell’accordo non vi fossero indizi per esperire un’azione penale11.
Nonostante l’intesa raggiunta non sia neutrale dal punto di vista degli oneri amministrativi per il sistema bancario elvetico, che stima un costo di diverse centinaia di milioni di franchi12, la Svizzera è riuscita in un solo accordo a garantirsi un futuro di stabilità per il proprio settore finanziario. L’apertura al mercato tedesco, la regolarizzazione dei patrimoni non dichiarati e la possibilità di non dover cedere ad un sistema di scambio di informazioni automatico ne fanno i punti vincenti di questo accordo, concedendo in contropartita alla Germania un extragettito fiscale ricevuto “senza sforzi particolari”13, “in modo rapido e non burocratico”14, anche su posizioni pregresse e superiore al prelievo effettuato oggi con l’euroritenuta15.Proprio il comunicato dell’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) definisce l’imposta liberatoria concordata come “una soluzione che equivale in modo duraturo allo scambio automatico di informazioni”, auspicando che “a questo punto i fautori dello scambio automatico d’informazioni nell’Unione europea mostrino un ideologismo meno rigido riguardo a questa tematica”16. Con l’assolvimento integrale e definitivo degli obblighi fiscali verso il proprio fisco di residenza cadono infatti anche i presupposti di sottrazione d’imposta o frode fiscale per ammettere uno scambio di informazioni in conformità all’articolo 26 del Modello di Convenzione OCSE17.
L’accordo18 è stato definitivamente firmato a Berna il 21 settembre 2011 dal ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schäuble e il corrispettivo svizzero EvelineWidmer-Schlumpf: ad oggi, si attendono solamente le approvazioni dei rispettivi Parlamenti19, con entrata in vigore dell’accordo a partire dal 1 gennaio 2013. Il trattato approvato dal Parlamento federale elvetico potrebbe essere attaccato da un referendum popolare, richiesto con sole 50.000 firme, che potrebbe pregiudicarne l’attuazione o ritardarne l’entrata in vigore20.

Aspetti tecnici dell’accordo fiscale bilaterale (agosto 2011)
L’accordo riguarda tutti i valori in conto e in deposito presso istituti finanziari elvetici (banche, commercianti di valori mobiliari, gestori patrimoniali, Postfinance21) detenuti, anche indirettamente tramite persone giuridiche svizzere o estere come fondazioni, società di sede22, trusts, Anstalten ed entità varie23, da persone fisiche domiciliate in Germania. Come è evidente, in tal modo si superano le questioni legate alla ristrettezza del campo d’applicazione della EUSD, ampliando il presupposto oggettivo a “tutti i valori in conto e in deposito” quindi a redditi sottoforma di “interessi, dividendi, altri proventi e utili da vendite”24.
Cinque mesi dopo l’entrata dell’accordo, che presumibilmente dovrebbe avvenire per il 1° gennaio 2013, avverrà il prelievo dell’imposta liberatoria “retroattiva” da parte dell’istituto che custodisce i valori: nel caso in cui un soggetto non voglia regolarizzare la propria posizione nei confronti del fisco tedesco secondo le modalità disposte dall’accordo, egli dovrà obbligatoriamente ritirare il proprio patrimonio dal territorio elvetico entro il 31 maggio 2013, senza alcun supporto legale, tecnico ed amministrativo degli istituti finanziari svizzeri.In caso di inerzia, vigendo la regola del “silenzio assenso”, il depositario effettuerà automaticamente il prelievo dell’imposta, computando il suo valore in euro “per ridurre al minimo le oscillazioni valutarie”25. Al momento del prelievo, il depositante deve accertarsi che vi sia un saldo sufficiente sul proprio conto per poter effettuare il prelievo: qualora, anche dopo una regolare comunicazione da parte dell’istituto,non vi sia sufficiente capienza, la banca si vedrebbe costretta ad attuare le procedure analoghe alla notifica volontaria”26.
Il prelievo dell’imposta liberatoria “retroattiva” è certificato al depositante con un’attestazione di avvenuto pagamento, valido come mezzo di prova innanzi alle autorità fiscali tedesche27.
Sia in caso di “notifica volontaria” che di comunicazione effettuata dalla banca in seguito a saldo insufficiente, la banca trasmette all’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) nome e cognome, data di nascita, domicilio, istituto di credito, codice IBAN e ammontare del patrimonio a fine anno, “per ogni anno non caduto in prescrizione”28.
Per quanto riguarda imposta liberatoria per il futuro, l’istituto preleverà l’importo dovuto e lo verserà all’AFC in modo totalmente anonimo che, allo stesso modo, saranno riversati alle autorità fiscali tedesche29.
In caso di notifica volontaria, il depositante residente in Germania ha diritto, in conformità alla normativa tedesca, di compensare utili e perdite di diversi conti correnti detenuti presso lo stesso agente pagatore elvetico; qualora i conti fossero su più istituti, la compensazione potrà essere richiesta solo in sede di dichiarazione dei redditi tedesca, su presentazione di un certificato rilasciato dalla banca svizzera che attesta l’avvenuta perdita30.
Non è possibile, invece, optare per un “regime della certificazione”31, come previsto dalla Direttiva EUSD, onde evitare problematiche sulla veridicità del certificato, sugli standard dello stesso e su possibili problemi di elusione connessi alla possibilità di non essere imposti nello Stato della fonte. Con l’accordo in questione, non è possibile sfuggire a tassazione: in caso di notifica volontaria, il fisco tedesco sarà a conoscenza dei redditi di capitale percepiti in Svizzera mentre, in caso di assoggettamento ad imposta liberatoria, il prelievo avviene alla fonte in automatico.
L’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC), così come previsto dall’Accordo sulla fiscalità del risparmio, è incaricata di vigilare sul corretto adempimento dell’accordo da parte degli agenti pagatori; è in ogni caso concesso anche alla Germania di verificare la corretta applicazione delle procedure, con circa 500 possibili controlli a campione per anno, in cui devono essere esplicitamente indicati nome e cognome del contribuente-investitore e una giustificata ipotesi di irregolarità fiscali da parte del soggetto, valida solo per importi di nuovo conferimento su depositi svizzeri (escludendo quindi quelli regolarizzati con l’imposta liberatoria “retroattiva”). La banca procederà con la comunicazione limitata alle effettive relazioni bancarie esistenti, senza indicare alcun saldo di conto corrente.Ulteriori richieste rivolte ad agenti pagatori elvetici devono avvenire nel rispetto delle modalità di scambio di informazioni stabilite dall’articolo 26 del Modello di Convenzione OCSE32.
L’accordo può essere revocato in ogni momento come previsto dalle consuetudini di denuncia dei trattati. In questo caso, il preavviso deve essere di due anni, vista la volontà di mantenere nel lungo periodo l’accordo.
La Svizzera auspica un allargamento a numerosi Paesi europei di accordi improntati sul “modello Rubik e proprio qualche giorno dopo la firma con il Governo tedesco, il 24 agosto 2011 è giunta quella con il Regno Unito33.
L’accordo con il Regno Unito ricalca esattamente l’impianto dell’intesa svizzero-tedesca, con modifiche alle sole aliquote e all’importo che gli istituti bancari elvetici devono versare a titolo d’acconto all’erario34.
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La Svizzera allarga l’assistenza fiscale



Di Tancredi Sequi

Hanspeter Thür
Il Consiglio federale svizzero ha deciso di garantire assistenza amministrativa in materia fiscale a tutto tondo, applicando lo standard internazionale Ocse sulla condivisione dei dati dei correntisti anche a quei Paesi con i quali non sussistono convenzioni di doppia imposizione. Una rivoluzione per il sistema di contrasto all’evasione fiscale internazionale con cui Berna sembra ormai decisa a scendere a patti. La ragione di tanta generosità sarebbe legata alla consapevolezza della necessità di contrastare i flussi finanziari illeciti provenienti soprattutto da Paesi in via di sviluppo, garantendo al contempo l’integrità della piazza finanziaria elvetica.

«In questo modo la Svizzera soddisfa la richiesta avanzata dal Forum globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali», si legge in una nota diffusa ieri dalla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SFI) che riporta una decisione del Consiglio federale dello scorso 4 aprile secondo cui «l’assistenza amministrativa deve essere iscritta negli accordi sullo scambio di informazioni in materia fiscale (Tax Information Exchange Agreements, Tiea)» e non solo nelle convenzioni sulla doppia imposizione (Cdi).

Durante la sua seduta, il governo svizzero ha poi approvato un rapporto sulla possibilità di concludere simili accordi per lo scambio di informazioni con Paesi in sviluppo, redatto dal Dipartimento federale delle finanze (Dff) d’intesa con il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae). Il rapporto giunge alla conclusione che per la Svizzera può essere utile concludere accordi fiscali con Paesi in sviluppo poiché permettono di fornire un contributo alla lotta contro flussi finanziari illeciti e di potenziare l’integrità della piazza finanziaria svizzera.

L’apertura di Berna alla trasparenza fiscale stride tuttavia con le dichiarazioni rilasciate ieri dall’incaricato federale della protezione dei dati, Hanspeter Thür. «Il segreto bancario è l’espressione di un principio fondamentale dello Stato di diritto elvetico, la protezione della sfera privata», ha spiegato Thür. «Coloro che hanno fatto ricorso a questo principio l’hanno utilizzato in maniera assurda», ha sottolineato riferendosi alle banche svizzere. L’Incaricato federale ha poi respinto l’idea di uno scambio automatico di informazioni. «Se uno Stato vede potenziali evasori dietro ogni cittadino, significa che non si fida più della propria popolazione!», ha concluso Thür. E alla Svizzera il mantenimento della protezione della sfera privata.
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