Il Caso
Capital outflow dall’Italia verso la
Svizzera, tutto legale?
Le banche svizzere e Fede
La vicenda del noto presentatore televisivo italiano che tenta di trasferire dei soldi per contanti in Svizzera forse non risponde, come lui stesso afferma, alla realtà dei fatti.
Certamente è la dimostrazione di come le procedure svizzere siano cambiate.
Il Sig. Merz, all'epoca Presidente della Confederazione, disse "il denaro dell'evasione fiscale non troverà più rifugio in Svizzera". Ma i cliché sono più forti della realtà e ancora oggi leggo di commentatori italiani che descrivono banche svizzere che accettano valigette "di triglie andate a male". Questo cliché è falso e trae in inganno, unico effetto positivo, chi tenta di trasferire in Svizzera fondi illegali.
Nel corso dei mesi seguenti la dichiarazione di Merz le norme e le prassi svizzere si sono fatte sempre più stringenti, confermando la volontà del Governo svizzero di voler traghettare definitivamente il paese dalla
Schwarzgeld (lett. denaro nero) su cui Jean Ziegler ha costruito la sua fortuna letteraria, alla
Weissgeld (lett. denaro bianco).
Scrivo "definitivamente" perché questa strategia iniziata con l'adesione della Svizzera al FAFT-GAFI nel 1990 ha cominciato a produrre i suoi effetti giuridici a partire dal 1996 quando il Governo svizzero, in questo caso antesignano, ha definito il perimetro della normativa contro il riciclaggio del denaro.
È quindi normale che un funzionario di banca svizzero, certamente non desideroso di perdere stipendio in cambio di un’inchiesta penale, segnali a MROS (organo di vigilanza svizzero) apporti in contanti di dubbia provenienza. È quanto richiede la norma, applicata con il consueto rigore svizzero.
Qualcuno potrebbe immaginare che l'emorragia di capitali italiani, documentata nella rassegna trimestrale (Marzo 2012) della Banca dei Regolamenti Internazionali, indicante in ben 120 miliardi di Euro il capital
outflow da Italia e Spagna (vedi diagramma), sia dovuta all'esportazione illegale.
Niente di più falso, i 120 miliardi sono stati esportati da famiglie ed imprese non finanziarie in modo del tutto legale.
2) dati in miliardi di Euro
3) Afflussi cumulati di depositi collocati da famiglie e imprese non finanziarie nei 12 mesi precedenti
Fonte: Rassegna trimestrale BRI, marzo 2012 “Tensioni sulla raccolta bancaria e risposta delle autorità”
Ciò non significa che in Svizzera non siano più depositati soldi che non hanno subito una regolare imposizione fiscale. Il Presidente dell'Associazione Bancaria Ticinese, Claudio Generali, ha recentemente valutato in più di 100 miliardi di Euro i valori italiani not tax compliant depositati in banche svizzere. I proprietari dei patrimoni non dichiarati e depositati in Svizzera sono di fronte ad un dilemma: il segreto bancario si sfalda grazie alle decisioni del Governo svizzero, l'utilizzo di società di comodo è reso sempre più difficile da regole e norme che servono ad identificare il beneficiario economico dei fondi investiti. Il risultato di questa situazione è che i soldi rimangono depositati in Svizzera senza possibilità di utilizzo in Italia.
A leggere notizie di stampa italiane sembra che qualcuno, per far rientrare i fondi, ha pensato di cominciare a dotarsi di carte internazionali prepagate, più o meno anonime, utilizzando i bancomat come sportelli bancari. Ma questa pratica ha generato dei movimenti giudicati anomali dall'Unità di Informazione Finanziaria di Banca d'Italia che ha messo in opera i controlli giudicati opportuni. Ho delle difficoltà a comprendere quali “controlli” l’UIF può mettere in atto, di quei prelievi si conosce solo il numero del conto di riferimento presso il gestore della carta, di conseguenza a meno della ratifica di una nuova Convenzione fiscale con la Svizzera Banca d’Italia non ha i mezzi giuridici per ottenere informazioni sui beneficiari di quei prelievi. Naturalmente rimangono i mezzi domestici a disposizione dell’Amministrazione finanziaria “Serpico”, “redditometro” e “spesometro” che per vie indirette potrebbero permettere l’identificazione di chi ha un tenore di vita più elevato del reddito che dichiara.
Ho recentemente chiesto ad Alfred Gysi, il padre di "Rubik" nonché CEO di BSI, quale sarebbe stato il comportamento dei clienti italiani delle banche svizzere nel caso di ratifica di un trattato “modello Rubik”. In quel caso i clienti avrebbero tre possibilità:
1. pagare le tasse sul patrimonio depositato,
2. autorizzare la banca a trasferire in Italia i loro dati,
3. trasferire i fondi in un altro paese.
La risposta di Gysi è articolata ma certamente razionale e convincente. I contribuenti inglesi, informati dalle banche svizzere come prevedono le clausole del trattato, hanno compreso molto bene il valore del trattato che permette loro di sanare il passato mantenendo la massima privacy sulla proprietà dei patrimoni. Sempre secondo il CEO di Banca della Svizzera Italiana l'applicazione degli accordi FATCA definirà come “criminal offence” i reati fiscali collegabili al riciclaggio aprendo scenari impensabili sino a qualche mese fa. Gysi si chiede dove il cliente della banca svizzera potrebbe trasferire i patrimoni non dichiarati in un mondo che diventa sempre più trasparente e collaborativo.
In realtà Rubik è l'ultimo treno, chi non lo prende rischia di rimanere ad attendere, indifeso, l'ira dello Stato.