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Vecchio 21-09-2005, 11:47   #1 (permalink)
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Tfr e fondi pensione. Chi difende i lavoratori?

Un interessante commento di Alessandro Penati, apparso su "La Repubblica" dello scorso due settembre.

Tfr e fondi pensione. Chi difende i lavoratori?
Il rischio di costi eccessivi e rendimenti insufficienti.

La previdenza complementare esiste dal 1993, ma stiamo ancora aspettando che decolli. L'esigenza di fondi pensione privati nasce dal dissesto del sistema previdenziale pubblico: un numero sempre più esiguo di lavoratori deve sostenere una massa crescente di pensionati sempre più longevi. Impossibile aspettarsi che i lavoratori aumentino il risparmio per investire nei fondi pensione. L'unica soluzione è utilizzare il Tfr: l'obiettivo dei decreti che il Governo deve emanare.

I fondi pensione rappresenteranno un vantaggio per i lavoratori se garantiranno un rendimento superiore al Tfr e, quindi, un tenore di vita migliore in età avanzata. In caso contrario, si avrà solo una costosa redistribuzione del reddito, a scapito dei pensionati. Dovrebbe essere ovvio, ma non lo è affatto, almeno a giudicare dall'indecorosa partita in cui sindacati e industria finanziaria si giocano il futuro di milioni di famiglie per difendere interessi corporativi. Per quanto utilizzate per bassi scopi di bottega, c'è del vero nelle argomentazioni di entrambe le parti. Banche e assicurazioni spingono per la parità di trattamento tra i fondi aperti (strumenti finanziari offerti da loro) e quelli chiusi (promossi con contrattazione collettiva). Concretamente: libertà di scelta per il lavoratore tra i vari fondi; libertà per l'azienda di promuovere un fondo o aderire a uno chiuso esistente, e di versare la propria parte di contributi al fondo scelto dal lavoratore; piena trasferibilità delle quote accantonate da un fondo all'altro. La concorrenza è la prima vera tutela dei lavoratori: solo la competizione può spingere i promotori dei fondi a ricercare la gestione più efficiente, abbattere i costi, migliorare l'offerta di servizi e consulenza e, soprattutto, ad assumersi la responsabilità di scegliere il profilo di rischio finanziario che meglio risponde agli interessi del lavoratore, evitando la comoda soluzione di replicare, di fatto, il rendimento del Tfr. Se il lavoratore e l'azienda non sono liberi di cambiare, gli amministratori dei fondi chiusi, per quanto bene intenzionati, hanno ben pochi incentivi a prendere iniziative.

Sarebbe sbagliato fare affidamento solo sulla regolamentazione: questa non può sostituire la concorrenza e, in Italia, è eccessivamente cervellotica per essere efficace (la tutela dei fondi spetta alla Covip; quella delle banche, alla Banca d'Italia; delle assicurazioni, all'Isvap; degli attivi in gestione, alla Consob; della concorrenza, all'Antitrust; e in più c'è il Ministero del Lavoro).

A loro volta, i sindacati hanno ragione a sospettare che l'industria finanziaria tenda a collocare prodotti con costi eccessivi e rendimenti insufficienti. Facciamo il caso di un giovane con uno stipendio lordo di 25.000 euro, che cresce al 3,5% l'anno, e 35 anni di lavoro davanti a sé. Al momento della pensione può ottenere un Tfr di 173.000 euro, dopo averne pagati 9.000 al fisco sui rendimenti cumulati (3%, con un'inflazione al 2%). Se trasferisse il Tfr a un fondo chiuso con il profilo di rischio tipicamente suggerito per la sua età (circa il 35% in azioni), potrebbe ragionevolmente contare su 219.000 euro, ipotizzando un rendimento medio del 4,6% (in linea con quello secolare di azioni e obbligazioni, rispettivamente l'8% e il 3,2%). Il fisco incasserebbe 11.000 euro più che dal Tfr; e il fondo 13.000 euro di commissioni (intorno allo 0,35% per un fondo chiuso di quel tipo). Il maggior beneficio per il lavoratore e per il fisco, e le commissioni del fondo, derivano esclusivamente dal maggior rendimento del portafoglio rispetto al Tfr. Benefici che sparirebbero se il fondo proponesse un profilo di rischio troppo basso.

Se lo stesso giovane investisse in un fondo pensione aperto con le stesse caratteristiche di rischio (su cui le banche applicano commissioni totali di circa l'1,3%) si troverebbe in tasca gli stessi soldi del Tfr. Tutto il beneficio del fondo andrebbe al fisco (20.000 euro) e alla banca (44.000 euro). Se poi investisse in una polizza assicurativa, che tipicamente ha caricamenti medi del 5% (prelevati a ogni versamento), commissioni di gestione dello 0,7%, e spesso commissioni pagate ai fondi in cui la polizza investe (1,1%), arriverebbe alla fine con solo 154.000 euro: 19.000 in meno del Tfr.

Un'offerta così smaccatamente fuori mercato può prosperare solo sfruttando la provata ingenuità del risparmiatore italiano, l'opacità e complessità degli strumenti finanziari offerti, e l'ineludibile conflitto di interessi delle reti di vendita (chi offre a un imprenditore il fondo pensione per i dipendenti, gli offre anche prestiti, leasing e gestione del suo portafoglio).

I fondi pensione dovrebbero rappresentare un'opportunità per banche e assicurazioni perché anche gestione e amministrazione delle attività dei fondi chiusi sono comunque appannaggio loro. Ma qui i margini sono bassi. Ben più ampi (specie per il profilo di rischio dei portafogli in gestione) quelli che derivano dalla mera attività di collocamento. Da qui la volontà di replicare nella previdenza complementare il modello collaudato con tanto successo (per i loro bilanci) nella gestione del risparmio delle famiglie.

Purtroppo, per il lavoratore, non è finita. Oltre al potenziale danno, il rischio della beffa: temendo che in un attimo possa sperperare i risparmi di una vita di lavoro, in un eccesso di dirigismo paternalista, sindacati e Governo dell'Ulivo hanno stabilito l'obbligo di pagare almeno il 50% del Tfr, trasformato in fondo pensione, sotto forma di rendita vitalizia. Mettendo così fondi pensione e lavoratori alla mercé delle compagnie di assicurazione, senza specificare i criteri per la determinazione della speranza di vita, e con l'unico vincolo di un rendimento minimo di appena il 2% (quanto l'inflazione attesa). Sembra che neanche l'attuale Governo si sia posto il problema. Ma tanto, alla peggio, ci rimetterà qualche milione di italiani.
giuseppe.d'orta non è connesso   Rispondi citando
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Vecchio 21-09-2005, 13:14   #2 (permalink)
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no no no e no
macchè 50%...... ma neanche l' 1 % !!!
questo è argomento da guerra dura senza paura
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Fernando'S
Confucio : "Imparare senza riflettere o riflettere senza imparare non vi porta alla buona comprensione".
Isaia : "Hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non odono........
Io : http://www.investireoggi.it/forum/co...o-vt57599.html
Fernando'S non è connesso   Rispondi citando
Vecchio 21-09-2005, 14:02   #3 (permalink)
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Re: Tfr e fondi pensione. Chi difende i lavoratori?

Citazione:
Originalmente inviato da giuseppe.d'orta
Un interessante commento di Alessandro Penati, apparso su "La Repubblica" dello scorso due settembre.

Tfr e fondi pensione. Chi difende i lavoratori?
Il rischio di costi eccessivi e rendimenti insufficienti.

La previdenza complementare esiste dal 1993, ma stiamo ancora aspettando che decolli. L'esigenza di fondi pensione privati nasce dal dissesto del sistema previdenziale pubblico: un numero sempre più esiguo di lavoratori deve sostenere una massa crescente di pensionati sempre più longevi. Impossibile aspettarsi che i lavoratori aumentino il risparmio per investire nei fondi pensione. L'unica soluzione è utilizzare il Tfr: l'obiettivo dei decreti che il Governo deve emanare.

I fondi pensione rappresenteranno un vantaggio per i lavoratori se garantiranno un rendimento superiore al Tfr e, quindi, un tenore di vita migliore in età avanzata. In caso contrario, si avrà solo una costosa redistribuzione del reddito, a scapito dei pensionati. Dovrebbe essere ovvio, ma non lo è affatto, almeno a giudicare dall'indecorosa partita in cui sindacati e industria finanziaria si giocano il futuro di milioni di famiglie per difendere interessi corporativi. Per quanto utilizzate per bassi scopi di bottega, c'è del vero nelle argomentazioni di entrambe le parti. Banche e assicurazioni spingono per la parità di trattamento tra i fondi aperti (strumenti finanziari offerti da loro) e quelli chiusi (promossi con contrattazione collettiva). Concretamente: libertà di scelta per il lavoratore tra i vari fondi; libertà per l'azienda di promuovere un fondo o aderire a uno chiuso esistente, e di versare la propria parte di contributi al fondo scelto dal lavoratore; piena trasferibilità delle quote accantonate da un fondo all'altro. La concorrenza è la prima vera tutela dei lavoratori: solo la competizione può spingere i promotori dei fondi a ricercare la gestione più efficiente, abbattere i costi, migliorare l'offerta di servizi e consulenza e, soprattutto, ad assumersi la responsabilità di scegliere il profilo di rischio finanziario che meglio risponde agli interessi del lavoratore, evitando la comoda soluzione di replicare, di fatto, il rendimento del Tfr. Se il lavoratore e l'azienda non sono liberi di cambiare, gli amministratori dei fondi chiusi, per quanto bene intenzionati, hanno ben pochi incentivi a prendere iniziative.

Sarebbe sbagliato fare affidamento solo sulla regolamentazione: questa non può sostituire la concorrenza e, in Italia, è eccessivamente cervellotica per essere efficace (la tutela dei fondi spetta alla Covip; quella delle banche, alla Banca d'Italia; delle assicurazioni, all'Isvap; degli attivi in gestione, alla Consob; della concorrenza, all'Antitrust; e in più c'è il Ministero del Lavoro).

A loro volta, i sindacati hanno ragione a sospettare che l'industria finanziaria tenda a collocare prodotti con costi eccessivi e rendimenti insufficienti. Facciamo il caso di un giovane con uno stipendio lordo di 25.000 euro, che cresce al 3,5% l'anno, e 35 anni di lavoro davanti a sé. Al momento della pensione può ottenere un Tfr di 173.000 euro, dopo averne pagati 9.000 al fisco sui rendimenti cumulati (3%, con un'inflazione al 2%). Se trasferisse il Tfr a un fondo chiuso con il profilo di rischio tipicamente suggerito per la sua età (circa il 35% in azioni), potrebbe ragionevolmente contare su 219.000 euro, ipotizzando un rendimento medio del 4,6% (in linea con quello secolare di azioni e obbligazioni, rispettivamente l'8% e il 3,2%). Il fisco incasserebbe 11.000 euro più che dal Tfr; e il fondo 13.000 euro di commissioni (intorno allo 0,35% per un fondo chiuso di quel tipo). Il maggior beneficio per il lavoratore e per il fisco, e le commissioni del fondo, derivano esclusivamente dal maggior rendimento del portafoglio rispetto al Tfr. Benefici che sparirebbero se il fondo proponesse un profilo di rischio troppo basso.

Se lo stesso giovane investisse in un fondo pensione aperto con le stesse caratteristiche di rischio (su cui le banche applicano commissioni totali di circa l'1,3%) si troverebbe in tasca gli stessi soldi del Tfr. Tutto il beneficio del fondo andrebbe al fisco (20.000 euro) e alla banca (44.000 euro). Se poi investisse in una polizza assicurativa, che tipicamente ha caricamenti medi del 5% (prelevati a ogni versamento), commissioni di gestione dello 0,7%, e spesso commissioni pagate ai fondi in cui la polizza investe (1,1%), arriverebbe alla fine con solo 154.000 euro: 19.000 in meno del Tfr.

Un'offerta così smaccatamente fuori mercato può prosperare solo sfruttando la provata ingenuità del risparmiatore italiano, l'opacità e complessità degli strumenti finanziari offerti, e l'ineludibile conflitto di interessi delle reti di vendita (chi offre a un imprenditore il fondo pensione per i dipendenti, gli offre anche prestiti, leasing e gestione del suo portafoglio).

I fondi pensione dovrebbero rappresentare un'opportunità per banche e assicurazioni perché anche gestione e amministrazione delle attività dei fondi chiusi sono comunque appannaggio loro. Ma qui i margini sono bassi. Ben più ampi (specie per il profilo di rischio dei portafogli in gestione) quelli che derivano dalla mera attività di collocamento. Da qui la volontà di replicare nella previdenza complementare il modello collaudato con tanto successo (per i loro bilanci) nella gestione del risparmio delle famiglie.

Purtroppo, per il lavoratore, non è finita. Oltre al potenziale danno, il rischio della beffa: temendo che in un attimo possa sperperare i risparmi di una vita di lavoro, in un eccesso di dirigismo paternalista, sindacati e Governo dell'Ulivo hanno stabilito l'obbligo di pagare almeno il 50% del Tfr, trasformato in fondo pensione, sotto forma di rendita vitalizia. Mettendo così fondi pensione e lavoratori alla mercé delle compagnie di assicurazione, senza specificare i criteri per la determinazione della speranza di vita, e con l'unico vincolo di un rendimento minimo di appena il 2% (quanto l'inflazione attesa). Sembra che neanche l'attuale Governo si sia posto il problema. Ma tanto, alla peggio, ci rimetterà qualche milione di italiani.
caro giuseppe d'orta sei meraviglioso

la legge sui fondi pensione è stata fatta pe ri ricchi professionisti che si possono dedurre(non detrarre) quindi scalare con l'aliquota ultima quello che versano e per le banche e le assicurazioni con la truffa dei pip.
IO,libero professinista verso poco così alla fine dei 30 anni di versamento non avendo raggiunto un monte capitale che possa farmi scaturire una pensione decente ,quanto l'assegno sociale;
dicevo alla fine mi daranno tutta la somma accumulata e non il 50% ecco l'unico guadagno.....
etna
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produci,consuma,crepa
etna22 non è connesso   Rispondi citando
Vecchio 22-09-2005, 08:56   #4 (permalink)
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Il ritardo nell'emanazione del decreto fa capire come stiano ancora litigando su come magnare tutti nel migliore dei modi.
giuseppe.d'orta non è connesso   Rispondi citando
Vecchio 22-09-2005, 09:40   #5 (permalink)
f4f
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Citazione:
Originalmente inviato da giuseppe.d'orta
Il ritardo nell'emanazione del decreto fa capire come stiano ancora litigando su come magnare tutti nel migliore dei modi.
attendono la costituzione della banca del nord (il minuscolo è voluto)
certo che qualche impacciato e incauto ha rallentato la questione, sollevando lo scandalo Fiorani -Fazio
una soluzione, ce-la va sans dire, la troveranno entro fine anno
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per aspera ad astra,
ma che fatica però
f4f non è connesso   Rispondi citando
Vecchio 11-10-2005, 20:28   #6 (permalink)
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Re: Tfr e fondi pensione. Chi difende i lavoratori?

Citazione:
Originalmente inviato da etna22

la legge sui fondi pensione è stata fatta pe ri ricchi professionisti che si possono dedurre(non detrarre) quindi scalare con l'aliquota ultima quello che versano e per le banche e le assicurazioni con la truffa dei pip.
IO,libero professinista verso poco così alla fine dei 30 anni di versamento non avendo raggiunto un monte capitale che possa farmi scaturire una pensione decente ,quanto l'assegno sociale;
dicevo alla fine mi daranno tutta la somma accumulata e non il 50% ecco l'unico guadagno.....
etna
Trovo giusto che possano usufruire degi stessi vantaggi fiscali dei contributi previdenziali(deduzione fiscale).
Anche che l'intera somma non possa essere liquidata in forma di capitale; qui l'intento potrebbe essere benefico: fare in modo che il contribuente integri veramente la pensione statale evitando costi sociali molto più alti.
Non capisco quale sarebbe il vantaggio di prendere tutto in forma di liquidazione se la rendita fosse inferiore all'assegno sociale: tanto verrebbe tassato ugualmente.
Il vantaggio della tassazione separata sarebbe veramente esiguo.

La vera beffa è quella dei PIP(esistono ottimi fondi pensione aperti con costi ridottissimi): ma tanto le lobbies delle assicurazioni riusciranno a fare in modo che il cittadino sia l'ultimo a trarre vantaggio da questa riforma. E Mediolanum e co. a guadagnarci
Catullo non è connesso   Rispondi citando
Vecchio 13-10-2005, 10:19   #7 (permalink)
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L'avatar di tontolina
 
Data registrazione: Mar 2002
Messaggi: 21,313
con una legge sul risparmio che abbiamo
ben difficilmente avremo la possibilità di difendere i nostri risparmi e neppure il TFR
la pensa così pure profumo che rimarca il comportamento del Berluskino
ROMA (MF-DJ)--Repubblica anticipa un dialogo tra il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, e l'amministratore delegato di Unicredito, Alessandro Profumo. Un faccia a faccia sul capitalismo italiano e sui temi legati alla guida politica del Paese. Il confronto e' contenuto nel numero bimestrale della rivista della Fondazione Italianieuropei. "Berlusconi - ha spiegato Profumo - non ha mantenuto gli impegni anche se in passato la sua vittoria e' stata dovuta proprio alla capacita' di dare un messaggio, di dare promesse che non sono state mantenute". Il banchiere manifesta comunque scetticismo sulle ricette che l'Unione intende proporre al Paese, spiegando che "chi si candida alla guida del paese" deve dare "il senso della direzione, un messaggio chiaro sull'Italia che verra'". In merito al programma che potrebbe presentare l'Unione alle prossime elezioni, Profumo spiega: "a me anche in Italia, non dispiacerebbe vedere le rendite finanziarie tassate progressivamente". E sulla vicenda legata alla Banca d'Italia, il numero uno di Unicredito ha sottolineato come "la legge sul risparmio sia stata una delle storie piu' vergognose di questi anni". red/cat (END) Dow Jones Newswires Copyright (c) 2005 MF-Dow Jones News Srl. October 13, 2005 04:07 ET (08:07 GMT)
tontolina non è connesso   Rispondi citando
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