fonte :
http://blog.vita.it/cassandra/tag/fasb/
E’ bastato il solo primo trimestre 2009 per veder di nuovo saltare tappi di champagne nelle sale dei consigli di amministrazione dei colossi americani del credito.
E noi che credevamo che le banche USA di questi tempi fossero quasi degli zombie, tenuti su solo da robuste iniezioni di danaro pubblico provenienti dal Governo Federale…
Un miracolo? No. Le ragioni sono molto più terrene, per non dire “terra-terra”.
Si tratta semplicemente del risultato di un’azione lobbistica dell’American Bankers Association (l’equivalente americano della nostra ABI) – spalleggiata dal Congresso – nei confronti del FASB (Financial Accounting Standard Board), l’autorità che definisce i criteri con cui vanno redatti i bilanci delle imprese d’oltreoceano.
Il FASB ha deciso in aprile che le imprese americane potevano contabilizzare in bilancio i loro titoli tossici ancora in portafoglio non all’attuale prezzo di mercato (in gergo “mark to market”), bensì ad un valore discrezionale, riferito per lo più al prezzo che tali titoli avevano al momento dell’acquisto (costo storico).
Cosa comporta questa decisione?
Supponiamo che le banche abbiano in pancia dei titoli che avevano acquistato prima della crisi ad un prezzo pari a 100.
Mettiamo che dopo l’esplosione della bolla dei mutui subprime, il valore di mercato di quei titoli sia crollato a 10. Ma è molto più realistico ipotizzare un valore tendente allo zero.
In realtà, dicono alcuni economisti – sulla base delle cui affermazioni la lobby bancaria ha potuto scatenare il proprio pressing sul FASB – quei titoli non valgono solo 10, perché il mercato finanziario è sotto shock e li sta probabilmente sottostimando. Quindi non sarebbe giusto rappresentare in bilancio il valore “mark to market”, perché prima o poi tornerà il sereno, il prezzo di quei titoli risalirà e deprezzarli oggi sarebbe un modo per amplificare la portata della crisi.
“Da una crisi di liquidità - hanno detto economisti liberisti di grido come Luigi Zingales – si passerebbe ad una crisi di insolvenza, con conseguenze pesanti per tutto il sistema”.
Assumiamo che questa spiegazione stia in piedi.
Qual è allora il valore ragionevole a cui vanno stimati gli asset tossici: 20, 30, forse 50?
Di certo non 100, perché le insolvenze sui mutui (a cui quei titoli sono collegati) ci sono state realmente e non si tratta solo di un effetto puramente psicologico che falsa i razionali del mercato.
Invece il FASB ha dato via libera al passaggio dal “mark to market” a quello che alcuni analisti, commentatori ed economisti hanno ironicamente definito “mark to fantasy”.
Oltretutto è stato consentito non solo di sopravvalutare, fin quasi al valore originario, poste dell’attivo dal valore reale quasi azzerato, ma anche di iscrivere a bilancio a valori inferiori i debiti obbligazionari, visto che in periodo di crisi il prezzo delle obbligazioni scende.
Più attivo, meno passivo: fantasia (contabile) al potere, insomma.
E vai col liscio…
JP Morgan ha chiuso la prima trimestrale 2009 con profitti pari a 2,14 miliardi di dollari e un andamento “molto al di sopra delle attese” è stato registrato anche per Citigroup e Bank of America.
Fuochi d’artificio inoltre per il risultato dei primi tre mesi dell’anno di Wells Fargo: 3,05 miliardi di dollari di utile, tutti dovuti al passaggio dal “mark to market” (in presenza del quale la banca Usa avrebbe chiuso il trimestre a -2 miliardi) al “mark to fantasy” (che ha consentito di rivalutare gli asset tossici di ben 5 miliardi!).
Ma non è tutto. Incoraggiati dal clima permissivista in materia contabile, alcune di queste banche hanno dato vita ad acrobazie rendicontative al limite del ridicolo.
Goldman Sachs, approfittando di un cambio di orizzonte temporale della propria reportistica, ha omesso di inserire negli ultimi due rendiconti trimestrali il risultato dell’intero mese di dicembre 2008, che si era chiuso con una perdita di 780 milioni.
JPMorgan e Wells Fargo hanno fatto la pensata di annunciare i propri utili “prima delle tasse e degli accantonamenti”, un indicatore inusuale, mai divulgato prima e non previsto dai principi contabili. Ma vuoi mettere poter presentare al mercato degli utili polposi, liberi dall’appesantimento di importanti accantonamenti che, in un anno di forti turbolenze sui mercati, rappresentano la più importante “polizza assicurativa” che le banche si sono create in caso di perdite sui propri titoli in portafoglio?
Altro caso poco edificante è quello, già citato in uno dei miei post precedenti, di Deutsche Bank che a fine dicembre 2008 ha fatto emergere una riduzione della leva finanziaria da 69 a 28 semplicemente passando dall’utilizzo dei criteri contabili europei, con cui è redatto il resto del bilancio, ai criteri contabili d’oltreoceano.
Ora, se negli USA sperano di ricreare fiducia nei mercati ricorrendo a trucchi contabili e stravolgendo le più elementari regole della trasparenza, crea un certo motivo di allarme il fatto che il nostro ministro Tremonti stia fremendo per importare anche in Europa questa davvero poco commendevole pratica.
Proprio lui infatti si è messo alla testa dell’Ecofin (il consiglio dei ministri dell’economia e delle finanze dei paesi membri dell’UE) per “raccomandare” allo IASB - (International Accounting Standard Board), l’equivalente del FASB per l’Europa – un equivalente allentamento delle regole contabili, affinchè le imprese del nostro continente possano mettere a frutto la propria “creatività”.
Tremonti sostiene che questo allineamento tra regole contabili americane ed europee è assolutamente imprescindibile per non creare una situazione di svantaggio competitivo ai danni delle imprese finanziarie e creditizie del vecchio continente.
Per metterci alle spalle la crisi, insomma, Tremonti ritiene doveroso fare di tutto per non fiaccare quella decisiva leva di competitività internazionale delle nostre imprese rappresentata dalla prerogativa di poter “ritoccare” i bilanci.
Altro che Global Legal Standard…
Per adesso lo IASB, pur sottoposto a fortissime pressioni politiche, sta tenendo duro e si è limitato a lanciare sul proprio sito una “Request for Information” aperta a tutti gli operatori del settore per raccogliere pareri sull’introduzione di alcune modifiche alle regole di contabilizzazione degli asset finanziari. In autunno, poi, valuterà il da farsi.
Nel frattempo non sarebbe male se anche in Italia si aprisse un dibattito (cosa ha da dire il mondo della CSR, ad esempio, di fronte a questa prospettiva di annacquamento dei bilanci?) e si delineassero chiare prese di posizione.
Sino ad ora le uniche critiche all’intento manifestato da Tremonti sono giunte da alcuni economisti liberisti (sic!), che – con apprezzabile onestà intellettuale - considerano l’affondo Tremonti-Ecofin un insulto alle regole del corretto e trasparente funzionamento dei mercati (cito tra gli altri Alberto Bisin, professore di economia alla New York University, su “La Stampa” del 22 aprile scorso) ed un ostacolo alla ricostruzione della fiducia tra gli operatori.
Risulterebbe apprezzabile, a questo punto, un cenno di vita anche da parte di cultori e practitioner dei bilanci sociali, ambientali, di sostenibilità, che inneggiano alla più completa trasparenza delle rendicontazioni, che non si perdono una “release” degli standard GBS, GRI, AA1000 et similia e ai quali forse qualcuno dovrebbe spiegare che la qualità delle informazioni rese agli stakeholder si costruisce - prima ancora che evidenziando il numero di ore di formazione erogate ai dipendenti o l’indice di customer satisfaction – garantendo ai pubblici dell’impresa la correttezza e la limpidità del bilancio economico-finanziario.
Quando quest’ultima prerogativa viene messa fortemente in discussione, restare inerzialmente a disquisire di rendicontazione etica nel proprio guscio virtuale - senza dar cenno di aver compreso, o di essere interessati ad affrontare, ciò che sta succedendo in quello reale – è a mio avviso un segnale molto chiaro di quanto poco incida (e abbia voglia di incidere) il “movimento della CSR” sulla gestione fattuale del business.