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Vecchio 29-01-2012, 17:33   #61 (permalink)
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ma non era un governo tecnico?

AFGHANISTAN, IL GOVERNO MONTI DÀ IL VIA LIBERA AI BOMBARDAMENTI: I NOSTRI 4 CACCIA SARANNO DOTATI ANCHE DI BOMBE

Grazie al professor Mario Monti i caccia italiani potranno bombardare in Afghanistan | www.ecplanet.com

ma c'è ancora un'altra bastardata
Capital gain: la procedura di affrancamento.

Scritto il 23 gennaio 2012 alle 15:15 da lampo


La recente revisione della disciplina della tassazione delle rendite finanziarie ([1]), avvenuta con la manovra estiva, ha aumentato l’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle rendite finanziarie dal 12,5 al 20% a decorrere dal 1 gennaio 2012.
La stessa norma ha previsto la reintroduzione dell’affrancamento ([2]).
Si tratta di una particolare procedura permessa, di solito, solo in occasione di un cambiamento di regime fiscale.
La finalità consiste nell’evitare al contribuente la penalizzazione derivante dall’introduzione di nuove norme fiscali meno favorevoli, in particolare nella fase di transizione fra due regimi (come in questo caso).


In pratica viene permessa al contribuente una parziale possibilità di risparmio dell’imposta.
Ricordo che il cambiamento di tassazione dal 12,5 al 20% si applica agli utili derivanti dal possesso di partecipazioni non qualificate, titoli assimilati e contratti di associazione in partecipazione con apporto diverso dalle opere e servizi.
Rammento brevemente cosa si intende per partecipazione non qualificata ([3]).
Tutte le partecipazioni che non superano le seguenti soglie:
- per le società per azioni quotate: fino al 5% del capitale/patrimonio o fino al 2% per l’esercizio dei diritti di voto;
- per le società per azioni quotate: fino al 25% del capitale/patrimonio o sino al 20% per l’esercizio dei diritti di voto;
- per le società di persone: fino al 25% di capitale sociale.
Sono sicuro che pochi di voi hanno la fortuna di rientrare in questa casistica: quindi possedete una partecipazione non qualificata (o titoli assimilati).
Cioè siete soggetti al cambiamento dell’aliquota di tassazione dal 12,5 al 20%.



Come risparmiare?
In pratica, dopo aver fatto un po’ di conti, chiedo al mio intermediario di avvalermi della procedura di affrancamento per le posizioni in essere fino al 31.12.2011 e che non ho ancora liquidato.
In tale modo quando, a decorrere dal 1 gennaio 2012, realizzo una posizione aperta precedentemente di tale data, evito che l’eventuale capital gain maturato fino al 31.12.2011 subisca una tassazione del 20%.
In pratica è come se la posizione in essere venisse ceduta/venduta in maniera figurativa al 31.12.2011. Viene valorizzata al valore di mercato di quella data, che diverrà il nuovo prezzo di carico, da cui decorrerà l’applicazione della nuova tassazione del 20%.
All’eventuale capital gain (guadagno) maturato fino al 31.12 2011 viene applicata una aliquota del 12,5% da corrispondere al fisco (in maniera diversa a seconda della differente tipologia di regime: amministrato o dichiarativo).
Preciso, a scanso di equivoci, che, una volta che ho deciso di avvalersi dell’affrancamento, la procedura verrà applicata obbligatoriamente a tutti i titoli in portafoglio!
Pertanto produrrà plusvalenze su alcuni titoli e minusvalenze su altri, che si compenseranno fra loro fino ad ottenere un saldo finale positivo o negativo.
Il saldo positivo, detratte le eventuali minusvalenze relative ai precedenti periodi di imposta, paga l’aliquota del 12,5% (trattenuta direttamente dall’intermediario, in caso di regime sostitutivo, oppure da inserire in sede di dichiarazione dei redditi, qualora abbiate preferito il regime dichiarativo).




Il saldo negativo, costituendo una minusvalenza, viene riportato al successivo periodo di imposta solo per il 62,5% del suo ammontare.
Infatti rispetto al passato la nuova normativa penalizza ulteriormente chi ha “la fortuna” di conseguire delle perdite nei suoi investimenti… cioè la stragrande maggioranza!

Come calcolare se conviene?
Dovete dotarvi di pazienza e farvi due conti da soli: dubito molto che l’intermediario vi dica se vi conviene o meno avvalersi della procedura di affrancamento, visto che è a vostra discrezione!
E’ chiaro che diventa vantaggiosa solo per chi ha avuto la fortuna di aumentare il valore del proprio portafoglio rispetto all’investimento di partenza. Cioè abbia ottenuto dei guadagni superiori alle perdite (mi auguro che siate tra questi “privilegiati”).
In caso contrario può essere addirittura controproducente e trasformarsi in un ulteriore danno. La causa risiede nel meccanismo di considerazione di solo il 62,5% della minusvalenza (come spiegato nell’esempio sottostante).
Alcuni esempi di calcolo, per aiutarvi in tale difficile compito.
ESEMPIO con plusvalenza.
Il sig. Mario possiede n. 1.000 azioni della società Sicurezza che ha acquistato a € 10,00, pari ad un valore totale di € 10.000,00 (1.000 azioni X € 10,00).
Nel 2012 le vende ad un prezzo di € 20,00 ovvero ad un valore totale di € 20.000,00 (1.000 azioni X € 20,00).
Le stesse azioni al 31.12.2011 quotavano € 15,00 pari ad un valore totale di € 15.000,00 (1.000 azioni X € 15,00).
Tassazione CON la procedura di affrancamento.
Valore 31.12.2011 = € 15.000,00
Imposta da corrispondere in anticipo = (Valore 31.12.2011 - Valore acquisto) x aliquota d’imposta 2011 (12,5%).
Cioè: (15.000,00 – 10.000,00) x 12,5% = € 625,00
Nel 2012, al momento della cessione/vendita pagherò invece:
(Valore vendita - Valore 31.12.2011) x aliquota d’imposta 2012 (20%).
Ovvero: (20.000,00 – 15.000,00) x 20% = € 1.000,00
Imposta totale = 625,00 + 1.000,00 = € 1.625,00
Tassazione SENZA procedura di affrancamento.
Nel 2012, al momento della cessione/vendita dovrò corrispondere:
(Valore vendita - Valore acquisto) x aliquota d’imposta 2012 (20%).
Ovvero: (20.000,00 – 10.000,00) x 20% = € 2.000,00
Risparmio
Richiedendo la procedura di affrancamento evito di pagare la somma di € 375,00 (2.000,00-1.625,00) di tasse.
ESEMPIO con minusvalenza.
Il sig. Mario possiede sempre le solite n. 1.000 azioni della società Sicurezza che ha acquistato a € 15,00, pari ad un valore totale di € 15.000,00 (1.000 azioni X € 15,00).
Nel 2012 le vende sempre al prezzo di € 20,00 ovvero ad un valore totale di € 20.000,00 (1.000 azioni X € 20,00).
Le stesse azioni al 31.12.2011 quotavano però solo € 10,00 pari ad un valore totale di € 10.000,00 (1.000 azioni X € 10,00).
Tassazione CON la procedura di affrancamento.
Valore 31.12.2011 = € 10.000,00
Imposta da corrispondere in anticipo = (Valore 31.12.2011 - Valore acquisto) x aliquota d’imposta 2011 (12,5%).
Cioè: (10.000,00 - 15.000,00) x 12,5% = € -625,00 (minusvalenza intera)
Ma trattandosi di una minusvalenza, questa viene riportata al successivo periodo d’imposta solo al 62,5% del suo valore.
Quindi il riporto della minusvalenza è pari a € -625,00 x 62,5% = € -390,62 (arrotondato in difetto).
Nel 2012, al momento della cessione/vendita pagherò invece:
(Valore vendita - Valore 31.12.2011) x aliquota d’imposta 2012 (20%).
Ovvero: (20.000,00 – 10.000,00) x 20% = € 2.000,00
Imposta totale = 2.000,00 – 390,62 = € 1.609,38
Tassazione SENZA procedura di affrancamento.
Nel 2012, al momento della cessione/vendita dovrò corrispondere:
(Valore vendita - Valore acquisto) x aliquota d’imposta 2012 (20%).
Ovvero: (20.000,00 – 15.000,00) x 20% = € 1.000,00


Risparmio che si trasforma in aggravio.
Richiedendo la procedura di affrancamento, a causa del differente conteggio della minusvalenza, ottengo un aggravio di tasse pari alla somma di € 609,38 (1.609,38 – 1.000,00)!




Spero di essere stato chiaro.
In pratica la procedura di affrancamento diventa conveniente solo quando si hanno plusvalenze molto superiori alle minusvalenze.
Quando richiederla?
La richiesta di affrancamento deve essere presentata per iscritto all’intermediario entro il 31 marzo 2012 (alcune vetrine di fondi online ve lo chiedono direttamente al momento dell’accesso al vostro dossier titoli).
Ovviamente riguarda solo i titoli detenuti al 31.12.2011 e ancora presenti nel vostro dossier o conto titoli.
Se il rapporto è cointestato, la richiesta deve essere sottoscritta da entrambi gli intestatari.
Buoni calcoli. :mrgreen:
Lampo
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Vecchio 07-02-2012, 18:07   #62 (permalink)
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la colpa e' nella neve noi non centriamo nulla


Maltempo: imprese, pil -1% dopo 3 giorni distacchi gas

Maltempo: imprese, pil -1% dopo 3 giorni distacchi gas - Economia - ANSA.it
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Vecchio 07-02-2012, 18:35   #63 (permalink)
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la colpa e' nella neve noi non centriamo nulla


Maltempo: imprese, pil -1% dopo 3 giorni distacchi gas

Maltempo: imprese, pil -1% dopo 3 giorni distacchi gas - Economia - ANSA.it
eccerto
se i conti fossero così semplici e se 3 giorni valessero UN punto di pil
allora dovremmo fare 360:3=120% di aumento
tontolina non è connesso   Rispondi citando
Vecchio 08-02-2012, 16:51   #64 (permalink)
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GUEST POST: uno sguardo oggettivo sul Bel Paese by Gaolin


I miei post di solito affrontano la realtà economica da un osservatorio diverso, quello di chi opera da sempre nell’economia reale, fatta di gestione di strategie d’impresa, di risorse umane, di investimenti in tecnologie produttive, di ricerca di nuovi mercati, di nuovi prodotti, di finanza aziendale e, lo metto per ultimo, di competitività nel mercato globalizzato.
Da queste esperienze e da qualche fatto di vita vissuta in prima persona, cerco di presentare ai lettori di I&M delle interpretazioni delle vicende riguardanti l’economia reale italiana, emblematiche di ciò che è già successo, succede e purtroppo succederà nei prossimi anni nel nostro paese.


Questa volta lo spunto lo traggo da una visita che ho avuto modo di compiere la settimana scorsa presso un’azienda del settore alimentare. Settore ancora d’eccellenza del Made in Italy. Trattasi di un’impresa artigiana dove 2 soci con altri 12 dipendenti producono e commercializzano una fra le tante specialità che ingolosiscono i frequentatori di ristoranti italiani ed esteri. Il vendere un prodotto veramente “Made in Italy”, nel settore della ristorazione e del food in generale, è ancora oggi nel mondo un plus notevole, sempre più insidiato ma che ancora permette di spuntare sul mercato internazionale prezzi abbastanza remunerativi, grazie al fatto di essere, appunto, Made in Italy.






Ma potrà continuare ad essere sempre così? Vediamo.




Questi 2 signori erano abili cuochi. Un giorno decisero di cedere il loro ristorante, ben avviato in una bella città tedesca, per mettersi in proprio e cominciare a produrre su larga scala in Italia alcune delle specialità, allora vanto del loro locale. Gli affari sono andati bene, grazie alla loro tenace operosità, fatta di giornate di lavoro da 10-12 ore o più ancora oggi, sabati compresi, al loro talento, alla loro onestà. Evito di parlare di sacrifici, perché quando si lavora con passione li si fa volentieri. L’azienda è ora solida, il fatturato è cresciuto e sta crescendo ancora, non in Italia ma all’estero sì.
Si può dire tutto bene dunque.
Non proprio, perché il virus che ha contaminato l’Italia, ovvero la perdita di competitività del suo sistema produttivo nello scacchiere internazionale sta minando il conto economico della loro azienda. Finora hanno cercato di mantenersi competitivi approvvigionandosi per la materia prima dall’estero, o meglio da paesi low-cost, mentre prima era tutto in Italia ma anche questo ormai non basta più e quindi, udite, udite, stanno attrezzandosi per una delocalizzazione della loro impresa, per il momento parziale. Hanno costituito lo scorso anno una società all’estero con un loro fornitore, ubicato in un paese low-cost e hanno iniziato a produrre lì per il mercato locale, oggi ancora molto modesto, gli stessi prodotti, con tecnologie dove la manualità la fa da padrona.
Questi 2 signori hanno preso recentemente 2 decisioni molto importanti per il futuro della loro azienda e direi molto avvedute.

Prima decisione
In Italia hanno deciso di fare quello che tutti dicono di fare, anche chi non sa cosa vuol dire, ovvero di ammodernare gli impianti in Italia, automatizzando ancora di più il processo, per produrre di più con lo stesso personale, o magari con qualcuno in meno, cosa più probabile.

Seconda decisione
Hanno deciso che gli impianti vecchi non saranno dismessi ma saranno delocalizzati. Cioè spediti e installati presso la società nel paese low-cost a cui sarà lasciato il mercato emergente dei paesi dell’est europeo, Russia compresa.
Si vedrà nel prosieguo, come andranno le faccende. Molto probabilmente questi signori si accorgeranno che produrre fuori Italia, nei paesi low-cost, garantisce utili percentuali che in patria da tempo immemorabile abbiamo dimenticato. In un modo o nell’altro questa azienda continuerà prosperare ma per il paese Italia come andrà? Come è andata finora da circa 10 anni, in un crescendo rossiniano . Aziende che chiudono i battenti perché fallite o perché de localizzano. Di questo pernicioso fenomeno, della sua reale dimensione e soprattutto delle cause che lo provocano sembra che i commentatori dei vari talk show, dei maghetti della finanza, dei politici con pochissime esclusioni non vogliano parlare.

In questo periodo si parla tanto di crescita economica, come se fosse una questione di prendere dei provvedimenti di legge in un senso piuttosto che in un altro. Di liberalizzare, di tassare meglio, di far fare sacrifici a tutti, con qualche eccezione ovviamente, che poi saranno ripagati in futuro, quando l’economia si sarà ristrutturata a furia di chiacchiere e ottimismi fuori luogo.
Purtroppo non è, e non sarà così.
Da sempre lo sviluppo di una nazione è possibile quando le condizioni di competitività di in paese consentono alle sue forze più capaci e intraprendenti di sviluppare un business che consenta guadagni in grado di pagare gli investimenti in tecnologie produttive e know-how.



Mi sa dire qualcuno come farà un paese come l’Italia a crescere, o perlomeno a non decrescere
1. se si trova ad avere una pletora enorme di parassiti, alcuni enormemente strapagati, che gravano sull’economia reale, ovvero sui suoi costi?

2. se non esistono indirizzi chiari di politica industriale che ne favoriscano lo sviluppo nei settori, pochi ormai, dove il Made in Italy ha ancora un valore?

3. se, causa l’appartenenza all’EURO, all ‘ltalia non è consentito di azionare la valvola della svalutazione monetaria, per recuperare in un botto solo la competitività perduta?

4. se, piuttosto che prendere immediati e veramente drastici provvedimenti, che in qualche modo ridiano competitività al sistema produttivo italico, si preferisce parlare di un “Cresci Italia” costituito da provvedimenti che, per ben che vada, avranno modestissimi effetti solo nell’arco di 4- 5 anni?

Viene da ridere, anzi da piangere, assistere ai dibattiti televisivi, che poi formano l’opinione comune, dove tutti, a seconda del loro credo ideologico, danno delle ricette che vengono contraddette subito dagli altri. In effetti è proprio così, tutte le ricette che vengono proposte trovano facilmente controindicazioni o vengono smontate per la loro palese inefficacia, almeno nel breve termine.
ITALIA: competitività, economia reale e crescita economica



Scritto il 8 febbraio 2012 alle 15:23 da gaolin@finanza

GUEST POST: uno sguardo oggettivo sul Bel Paese by Gaolin

Dopo tanto parlare di finanza, focalizziamoci un po’ sull’economia reale che riguarda l’Italia.
Il nostro DT, con il suo ottimo team e con i suoi appassionati collaboratori del blog, ci tiene quotidianamente bene aggiornati sugli accadimenti che si succedono nella nostra finanza nazionale inserita nel contesto globalizzato, con grande competenza, obiettività e realismo.
I miei post di solito affrontano la realtà economica da un osservatorio diverso, quello di chi opera da sempre nell’economia reale, fatta di gestione di strategie d’impresa, di risorse umane, di investimenti in tecnologie produttive, di ricerca di nuovi mercati, di nuovi prodotti, di finanza aziendale e, lo metto per ultimo, di competitività nel mercato globalizzato.
Da queste esperienze e da qualche fatto di vita vissuta in prima persona, cerco di presentare ai lettori di I&M delle interpretazioni delle vicende riguardanti l’economia reale italiana, emblematiche di ciò che è già successo, succede e purtroppo succederà nei prossimi anni nel nostro paese.
Questa volta lo spunto lo traggo da una visita che ho avuto modo di compiere la settimana scorsa presso un’azienda del settore alimentare. Settore ancora d’eccellenza del Made in Italy. Trattasi di un’impresa artigiana dove 2 soci con altri 12 dipendenti producono e commercializzano una fra le tante specialità che ingolosiscono i frequentatori di ristoranti italiani ed esteri. Il vendere un prodotto veramente “Made in Italy”, nel settore della ristorazione e del food in generale, è ancora oggi nel mondo un plus notevole, sempre più insidiato ma che ancora permette di spuntare sul mercato internazionale prezzi abbastanza remunerativi, grazie al fatto di essere, appunto, Made in Italy.
Ma potrà continuare ad essere sempre così? Vediamo.
Questi 2 signori erano abili cuochi. Un giorno decisero di cedere il loro ristorante, ben avviato in una bella città tedesca, per mettersi in proprio e cominciare a produrre su larga scala in Italia alcune delle specialità, allora vanto del loro locale. Gli affari sono andati bene, grazie alla loro tenace operosità, fatta di giornate di lavoro da 10-12 ore o più ancora oggi, sabati compresi, al loro talento, alla loro onestà. Evito di parlare di sacrifici, perché quando si lavora con passione li si fa volentieri. L’azienda è ora solida, il fatturato è cresciuto e sta crescendo ancora, non in Italia ma all’estero sì.
Si può dire tutto bene dunque.
Non proprio, perché il virus che ha contaminato l’Italia, ovvero la perdita di competitività del suo sistema produttivo nello scacchiere internazionale sta minando il conto economico della loro azienda. Finora hanno cercato di mantenersi competitivi approvvigionandosi per la materia prima dall’estero, o meglio da paesi low-cost, mentre prima era tutto in Italia ma anche questo ormai non basta più e quindi, udite, udite, stanno attrezzandosi per una delocalizzazione della loro impresa, per il momento parziale. Hanno costituito lo scorso anno una società all’estero con un loro fornitore, ubicato in un paese low-cost e hanno iniziato a produrre lì per il mercato locale, oggi ancora molto modesto, gli stessi prodotti, con tecnologie dove la manualità la fa da padrona.
Questi 2 signori hanno preso recentemente 2 decisioni molto importanti per il futuro della loro azienda e direi molto avvedute.
Prima decisione
In Italia hanno deciso di fare quello che tutti dicono di fare, anche chi non sa cosa vuol dire, ovvero di ammodernare gli impianti in Italia, automatizzando ancora di più il processo, per produrre di più con lo stesso personale, o magari con qualcuno in meno, cosa più probabile.
Seconda decisione
Hanno deciso che gli impianti vecchi non saranno dismessi ma saranno delocalizzati. Cioè spediti e installati presso la società nel paese low-cost a cui sarà lasciato il mercato emergente dei paesi dell’est europeo, Russia compresa.
Si vedrà nel prosieguo, come andranno le faccende. Molto probabilmente questi signori si accorgeranno che produrre fuori Italia, nei paesi low-cost, garantisce utili percentuali che in patria da tempo immemorabile abbiamo dimenticato. In un modo o nell’altro questa azienda continuerà prosperare ma per il paese Italia come andrà? Come è andata finora da circa 10 anni, in un crescendo rossiniano . Aziende che chiudono i battenti perché fallite o perché de localizzano. Di questo pernicioso fenomeno, della sua reale dimensione e soprattutto delle cause che lo provocano sembra che i commentatori dei vari talk show, dei maghetti della finanza, dei politici con pochissime esclusioni non vogliano parlare.
In questo periodo si parla tanto di crescita economica, come se fosse una questione di prendere dei provvedimenti di legge in un senso piuttosto che in un altro. Di liberalizzare, di tassare meglio, di far fare sacrifici a tutti, con qualche eccezione ovviamente, che poi saranno ripagati in futuro, quando l’economia si sarà ristrutturata a furia di chiacchiere e ottimismi fuori luogo.
Purtroppo non è, e non sarà così.
Da sempre lo sviluppo di una nazione è possibile quando le condizioni di competitività di in paese consentono alle sue forze più capaci e intraprendenti di sviluppare un business che consenta guadagni in grado di pagare gli investimenti in tecnologie produttive e know-how.
Mi sa dire qualcuno come farà un paese come l’Italia a crescere, o perlomeno a non decrescere
1. se si trova ad avere una pletora enorme di parassiti, alcuni enormemente strapagati, che gravano sull’economia reale, ovvero sui suoi costi?

2. se non esistono indirizzi chiari di politica industriale che ne favoriscano lo sviluppo nei settori, pochi ormai, dove il Made in Italy ha ancora un valore?

3. se, causa l’appartenenza all’EURO, all ‘ltalia non è consentito di azionare la valvola della svalutazione monetaria, per recuperare in un botto solo la competitività perduta?

4. se, piuttosto che prendere immediati e veramente drastici provvedimenti, che in qualche modo ridiano competitività al sistema produttivo italico, si preferisce parlare di un “Cresci Italia” costituito da provvedimenti che, per ben che vada, avranno modestissimi effetti solo nell’arco di 4- 5 anni?
Viene da ridere, anzi da piangere, assistere ai dibattiti televisivi, che poi formano l’opinione comune, dove tutti, a seconda del loro credo ideologico, danno delle ricette che vengono contraddette subito dagli altri. In effetti è proprio così, tutte le ricette che vengono proposte trovano facilmente controindicazioni o vengono smontate per la loro palese inefficacia, almeno nel breve termine.


Nel frattempo negli altri paesi, quelli emergenti soprattutto, ci si perde molto meno in chiacchiere senza costrutto e invece si procede a spron battuto a migliorare ancora di più la competitività delle rispettive economie, con investimenti enormi da noi impensabili sia nel privato che nel pubblico. Nessuno che ha il coraggio di dire e ammettere con forza che:
L’EURO HA ROVINATO L’ITALIA
Non perché di per sé era un male ma per come l’inadeguatezza dei politici italiani e della sua classe dirigente ha fatto perdere questa enorme opportunità, facendola diventare una calamità, una vera e propria sciagura per l’Italia. Purtroppo per l’Italia, quelli che hanno capito o che stanno capendo verso quale precipizio stiamo cadendo prendono i loro provvedimenti, come i 2 bravi imprenditori del food Made in Italy.
Gli altri a discutere accademicamente di crescita e sviluppo ma più che altro a tentare di tirare la coperta dalla propria parte, senza accorgersi che ogni giorno che passa diventa più corta. La finanza, con i suoi influenti esponenti, pensa che con qualche ulteriore tranche di LTRO low-cost si possa tirare avanti lo stesso ma non sarà così. Aumentare i propri debiti non è mai stata una soluzione, semmai il contrario.
Come sempre auguro lo stesso ai lettori di I&M.
Gaolin

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Vecchio 09-02-2012, 11:11   #65 (permalink)
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Obama 'Italia passi impressionanti con Monti'

ma dopo .....


"L'Italia ha avuto un ruolo cruciale e centrale nella forza di assistenza e sicurezza internazionale della Nato in Afghanistan"

a ecco adesso capisco, basta fare quello che dicono loro

'Italia passi impressionanti con Monti' - Mondo - ANSA.it
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Vecchio 10-02-2012, 17:53   #66 (permalink)
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ehehe e qui dovrebbe salvare l'italia

Mario Monti versione 2006

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