Alla Siemens pagavano tutti, con tutto, in tutti i modi.
Solo per il filone americano, la società ha accettato due
settimane fa di pagare 800 milioni di dollari, 20 volte la multa
più elevata mai comminata ad una società straniera per aver
violato le leggi Usa.
Il sistema Siemens inizia a mostrare crepe nel 2003.
Quell’anno emergono da un rapporto interno la corruzione di
funzionari governativi in Nigeria per la fornitura di sistemi di
comunicazione al paese africano e scoppia, in Italia,
lo scandalo Enelpower.
In Nigeria, i solerti funzionari di Siemens avevano corrotto
un po’ tutti, fino al presidente e al vicepresidente, ai quali
verranno anche regalati orologi per oltre 170 mila euro.
Briciole, rispetto alle consulenze pagate ad una società
americana della moglie del vicepresidente per lavori mai svolti,
almeno 2,8 milioni di euro. Per Enelpower, la vicenda è nota.
Se n’è occupata a lungo la procura di Milano, che ha trovato i
pagamenti fatti a Montecarlo a due ex manager del gruppo
elettrico italiano per comprare turbine Siemens da montare nelle
centrali progettate all’estero da Enelpower.
Le crepe non bastano però per fermare il sistema.
I manager coinvolti vengono prepensionati, e uno riceve anche
1,8 milioni di euro di benefit quando lascia la società.
Per cambiare rotta è necessario arrivare al novembre 2006, al
raid della polizia tedesca nella sede di Monaco di Baviera del
gruppo, agli arresti dei manager, al cambio dei vertici del
gruppo.
Solo allora partono dei sistemi di controllo interno efficaci e
viene chiuso con il passato del «sistema Siemens».
Quando però un sistema è implementato e a suo modo funziona per
anni, dev’essere difficile da fermare così, da un giorno
all’altro.
Secondo la Sec, almeno 27,5 milioni sono stati pagati in
mazzette, in vari paesi, dopo il novembre del 2006 e fino al 30
settembre 2007.
I metodi erano diversi: dai pagamenti fatti tramite consociate e
stere fino ai metodi della vecchia scuola, le frontiere
attraversate con le valigette cariche di contanti.
Il metodo preferito, pulito e «fatturabile», era però quello del
le consulenze: 982,7 milioni dal 2001 al 2007 sono finiti nelle
tasche di funzionari pubblici di vari paesi tramite consulenti
e procacciatori d’affari, che per il disturbo incassavano a loro
volta laute commissioni.
Un nome che ricorre spesso è quello di Al Nowais, il «consulente»
con base a Dubai coinvolto anche nello scandalo Enelpower.
Malgrado lo scandalo italiano, il suo nome ricompare più volte
fino al 2006, quando nei suoi conti girano le mazzette pagate
per una commessa da 2,5 milioni per un sistema per la tac
destinato all’ospedale pubblico di Ekaterinburg, in Russia.
«Era una rete, un universo parallelo, nascosto, tollerato o
addirittura anche promosso dalla passata gestione»,
ha detto ieri Gerhard Cromme, attuale ad del gruppo.
Finora, lo scandalo è costato alla Siemens almeno 2 miliardi.
Finora.




