20-05-2010, 09:20
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joakin
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il popolo ueee....confonde sempre L'italia con L'italioti
Dalla loro roccaforte di New York gli Ebrei americani controllano il mondo?
 di Francesco Lamendola
Vi sono due maniere per esercitare un potere politico: conquistarlo ed esercitarlo in prima persona, oppure raggiungere nell’ombra, avanzando pazientemente e sistematicamente, delle posizioni importanti al fianco dei potenti, onde esercitare su di loro un influsso più o meno discreto, più o meno velato, ma pur sempre determinante.
Si prenda, come classico esempio di questa seconda strategia, il libro veterotestamentario di Ester; e si vedrà come anche una donna, nel contesto di una monarchia assoluta come quelle del Medio Oriente antico, possa svolgere la funzione decisiva di promotrice degli interessi di una minoranza religiosa, spazzando ogni ostacolo davanti ad essa, meglio di come avrebbe potuto fare un politico sperimentato o un esercito in assetto di guerra.
Ester è la sposa del re Serse e suo zio Mardocheo la spinge a chiedergli grazia, mettendo a nudo le perfide macchinazioni del ministro Aman. Ester prende l’iniziativa e la situazione si capovolge: Aman viene messo a morte sullo stesso patibolo che aveva fatto preparare per Mardocheo, dopo essersi dovuto umiliare davanti a quest’ultimo; Mardocheo viene esaltato e, addirittura, nominato primo ministro al posto di Aman. Per finire, gli Ebrei operano un vero e proprio massacro preventivo: insorgono in tutte le province dell’Impero persiano e, con l’aiuto dei satrapi e dei funzionari regi - tutti timorosi di Mardocheo - uccidono, in un gigantesco bagno di sangue, tutti coloro che avevano preparato la loro rovina.
È un immenso “pogrom” ante litteram, nel quale la furia degli Ebrei non risparmia uno solo dei loro potenziali nemici; “pogrom” del quale il sovrano, Serse, si compiace in modo straordinario, arrivando a domandare ed Ester quali altri desideri abbia da esprimergli, poiché egli non desidera altro che soddisfarli («Ester», 9, 5-16):
«Così i Giudei colpirono di spada tutti i loro nemici: fu un vero massacro, un autentico sterminio: fecero dei loro nemici quello che vollero. Nella sola cittadella di Susa i Giudei uccisero 500 uomini, oltre i dieci seguenti: Parsanata, Dalfon, Aspata, Porata, Adalia, Aridata, Parmasta, Arisai, Aridai e Jezata, tutti figli di Aman, figlio di Amadata, nemico dei Giudei; ma non saccheggiarono le loro sostanze.
Il giorno stesso, essendo stato riferito al re il numero degli uccisi in Susa, Serse disse ad Ester: “Nella sola cittadella di Susa i Giudei hanno messo a morte 500 uomini oltre ai dieci figli di Aman. Che cosa avranno fatto nelle altre province del regno! Ed ora, dimmi, che cosa domandi? Tu sarai esaudita. Qual è ancora il tuo desiderio? Sarà appagato”. Ester rispose: “Se così piace a te, sia concesso ai Giudei di eseguire ancora domani in Susa il decreto, come hanno fatto oggi, e di appendere al patibolo i cadaveri dei dieci figli di Aman”. Il re ordinò che così fosse fatto: il nuovo editto fu subito proclamato in Susa, e i cadaveri dei dieci figli di Aman vennero appesi al patibolo. I Giudei si radunarono dunque anche il quattordici del mese di Adar e uccisero in Susa altri trecento uomini, senza però saccheggiare i loro beni. Gli altri Giudei che dimoravano nelle province del regno, radunatisi per difendere la loro volta e mettersi al sicuro dai loro nemici, uccisero 75.000 dei loro persecutori, ma non ne saccheggiarono i beni.»
Certo che, per essere stata un’azione puramente difensiva, si direbbe che essa abbia rivelato, a dir poco, una straordinaria prontezza e capacità offensiva da parte delle vittime designate; per cui sorge spontanea la domanda su chi si tenesse pronto a sgozzare chi: tanto più che la storia, come tutti sanno, la scrivono i vincitori, mentre i vinti non hanno voce in capitolo.
Né giova obiettare che il Libro di Ester non può essere considerato come una vera fonte storica, prevalendo in esso - e di gran lunga - l’intento didascalico e religioso: perché resta comunque come una insigne testimonianza della mentalità di una minoranza attiva, intelligente e ambiziosa, capace di impadronirsi della politica di un vasto impero grazie alla sua capacità di insinuarsi presso il trono dei potenti.
Per cui, passando dall’Antico Testamento ai giorni nostri, sorge spontanea la domanda: qual è, oggi, il cuore dell’Impero, e come si potrebbe fare per insinuarsi accanto ai suoi governanti, onde volgere le loro menti e le loro decisioni in favore di una minoranza attiva, intelligente ed ambiziosa - che, guarda caso, è proprio la stessa di cui parla il Libro di Ester?
Non vi è dubbio che il cuore dell’Impero è la metropoli americana per eccellenza, New York; nella quale la presenza ebraica è forte, compatta e spregiudicata, non meno di quanto lo fosse quella dei correligionari di Ester al tempo del re persiano.
Secondo il censimento del 2009, New York possiede 8.391.000 abitanti; di essi, un buon venticinque per cento è costituito da Ebrei, vale a dire circa due milioni e mezzo, distribuiti nei cinque quartieri di Manhattan, Brooklyn, Harlem, Staten Island e Queens : più di quanti ve ne siano a Tel Aviv e Gerusalemme messe insieme.
Benché vecchio di quasi cinquant’anni, resta sostanzialmente valido anche per i nostri giorni (tranne, secondo noi, che nelle conclusioni) il ritratto della presenza ebraica a New York delineato dal famoso giornalista francese Raymond Cartier - che non è affatto sospettabile, si badi, di nutrire sentimenti antisemiti - nel suo libro «Le cinquanta Americhe» (titolo originale: «Les cinquante Amériques», Paris, Librairie Plons, 1961; traduzione italiana di Roberto Ortolani, Milano, Garzanti, 1962, 1966, pp.387-390):
«Il posto di New York nel mondo ebraico è molto più importate che nel mondo nero. Vi si trovano oltre 2 milioni di israeliti, il che significa che più di un newyorkese su 4 è un ebreo e che uno su 6 degli ebrei del mondo intero è un newyorkese. “New York - dicevano talvolta gli ebrei prima della fondazione di Israele - è la nostra Sion”. E gli anti-ebrei, sarcasticamente, correggevano e correggono ancora il nome della città: Jew York.
L’associazione fra New York e il ghetto ha lontane origini. I primi ebrei giunsero a Nuova Amsterdam con gli olandesi e la loro prima comunità americana, Shartith Israel, gli Avanzi d’Israele, vi fu fondata nel 1656. Passarono tuttavia oltre tre secoli prima della grande emigrazione che doveva fare di New York l’arco trionfale di una razza perseguitata su un magnifico terreno di conquista. Dal 1882 al 1914, quasi 2.500.000 ebrei sbarcarono alla Battery. Provenivano in grandissima maggioranza dai paesi dell’Impero russo e dell’Impero austro-ungarico. Erano certamente poveri almeno come gli emigranti non ebrei che giungevano con loro. Partendo da un piede di eguaglianza con questi ultimi, hanno conquistato una parte della ricchezza americana senza dubbio superiore alla loro percentuale numerica. Vivono attualmente negli Stati Uniti 5 milioni e mezzo di ebrei su una popolazione di un po’ meno di 180 milioni, e - per quanto non esistano statistiche precise - nessuno penserebbe a sostenere che si accontentino di meno del trentesimo della ricchezza nazionale.
L’assurdità inversa consisterebbe nell’affermare che gli ebrei posseggono l’America, come disse la propaganda hitleriana. Posseggono in esclusiva quasi completa due grandi industrie - quella dell’abbigliamento e il cinema - e hanno parti preponderanti e molto importanti nella radio, nei giornali, in tutti gli spettacoli, nella banca, nelle assicurazioni e nel commercio al dettaglio. Ma la metallurgia, l’automobile, il petrolio, i trasporti, l’industria chimica, ecc. non sono ebraici o lo sono soltanto in debole proporzione. Il suolo non lo è assolutamente. Si registrò, nel secolo scorso, qualche entusiastico tentativo per spingere verso l’agricoltura una parte del fiume ebraico che si rovesciava sugli Stati Uniti: qualche ortolano e pochi allevatori di pollame del New Jersey rimangono come ultime tracce di un tentativo fallito per allontanare una razza dalle sue vie secolari. […]
È generalmente ammesso che i newyorkesi che non siano ebrei sono antisemiti. Una collettività così numerosa, così ricca, così intelligente e così intraprendente non può non sviluppare intorno a sé un forte sentimento di ostilità. L’antisemitismo ha del resto in America radici forti e vive, per quanto non assuma un’espressione politica che raramente, timidamente e per così dire vergognosamente. È spesso associato all’anticattolicesimo nei movimenti estremi del protestantesimo e dell’americanismo. Il Ku-Klux-Klan si assegnò tre nemici: il negro, il cattolico e l’ebreo. Alcuni grandi capitalisti, il più ardito dei quali fu Henry Ford, manifestarono sentimenti antiebraici e, ancor oggi, un ricco petroliere del Texas, George W. Armstrong, è considerato il mecenate dell’antisemitismo. Il più noto tra i militanti di questo è il polemista Gerald L. K. Smith, editore del mensile “The Cross and the Flag” e promotore della Christian Nationalist Crusade. Smith e i suoi discepoli attaccarono Eisenhower durante la campagna elettorale del 1952, mentre Truman, con una ispirazione del resto infelice, tentava di sollevare diffidenze religiose e razziali contro il candidato repubblicano. Ma nulla di simile si è rivisto nelle ulteriori campagne elettorali.
Politicamente debole, l’antisemitismo americano riveste soprattutto la forma di una esclusiva sociale. In alcuni Stati, sulla porta di certi ristoranti, dinanzi all’ingresso di certe spiagge, un avviso brutale, “Christians Only”, significa agli ebrei che non sono i benvenuti. Altrove, in particolare nello Stato di New York dove la legge non consente tale sincerità, sotterfugi di linguaggio, “selected”, “restricted clientele”, “Christian surroundings”, “convenient Church goers”, ecc., dicono la stessa cosa con abilità. Ma, come i negri, più fermamente dei negri e con meno ragione dei negri, gli ebrei rispondono alla segregazione parziale con una contro-segregazione. Esistono alberghi, “country-clubs” (alcuni lussuosissimi), e perfino interi località di villeggiatura esclusivamente ebraiche. “Dietary laws” è la contropartita di “Christians surroundings”, l’avvertimento ai non ebrei di tenersi lontani.
Il sionismo ha dato alla questione ebraica nuovi aspetti e all’antisemitismo un0parma nuova. Gli ebrei sono così numerosi a Brooklyn e nel Bronx che gli interessi di Israele hanno maggior peso di qualunque altro problema esterno o interno. Ogni tiepidezza nei riguardi del sionismo è audacemente trasposta in antisemitismo. Il defunto ministro della Difesa, James Forrestal, preoccupato per le basi americane in Oriente e per il rifornimento di nafta alla flotta, consigliò prudenza nei confronti dei paesi arabi e sollevò contro di sé una campagna personale che ne accelerò la nevrastenia e il suicidio. Inversamente, gli antisemiti sostengono che gli ebrei antepongono il lealismo nei riguardi di Israele a quello nei riguardi degli Stati Uniti. Ogni anno, l’United Jewish Appeal fa per il nuovo Stato colossali collette che assumono talvolta la forma di una costrizione morale e quasi di una tassa. Le masse popolari ebree di New York sono sempre pronte a mobilitarsi per Israele.»
Dicevamo che l’analisi di Cartier è sostanzialmente obiettiva, ma non ci convincono le conclusioni che egli trae dagli stessi dati di cui si serve.
Che cosa vuol dire, ad esempio, affermare che è assurdo pensare che gli Ebrei posseggano gli Stati Uniti, e subito dopo ammettere che essi controllano in maniera capillare il cinema ed esercitano una preponderanza nella radio, nei giornali e nello spettacolo?
E come si può paragonare l’assenza del capitale ebraico dall’industria chimica, con la sua schiacciante superiorità nei settori dell’informazione e del cinema?
Stiamo parlando degli Stati Uniti, vale a dire della società moderna per eccellenza: in cui, come insegnano schiere di illustri semiologi e sociologi, chi controlla radio, televisione, cinema e carta stampata, controlla tutto il resto.
E che cosa vuol dire che il capitale ebreo non è presente nella proprietà del suolo? Nella prospettiva dell’egemonia politico-sociale, la proprietà del suolo è un elemento secondario, perché decisamente arcaico: quel che conta non è controllare il suolo e le abitazioni, ma i mass media che entrano ovunque con le loro immagini e le loro voci. In breve, quel che conta è controllare non lo spazio fisico, ma lo spazio virtuale.
Se poi si aggiunge, come Cartier fa di buon grado, che anche le banche, le società di assicurazioni e il commercio al dettaglio sono dominate dal capitale ebraico, o registrano una fortissima presenza di capitale ebraico, il quadro si fa ancora più chiaro. Gli Stati Uniti sono una potenza finanziaria: e chi controlla Wall Street, ha in mano le chiavi dell’intera economia e della politica americana. Questo è un fatto.
C’è poi un altro elemento, di cui Cartier non tiene il debito conto e che, del resto, ai suoi tempi non era ancora così evidente, come lo è oggi: vale a dire la decisiva presenza ebraica nella politica interna estera e nell’amministrazione centrale dello Stato. Uomini come Henry Kissinger e Paul Wolfowitz - tanto per citarne due - vengono dalla minoranza ebreo-americana ed il loro peso nella strategia politica statunitense è stato immenso.
Se il governo di Israele può contare, sempre e incondizionatamente, sul sostegno della Casa Bianca, in qualsiasi circostanza, magari per opporre un “veto” a qualche risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ciò si deve al fatto che la comunità ebreo-americana di New York e le potentissime lobbies finanziarie, giornalistiche e televisive ebree sono in grado di esercitare una pressione inesorabile e costante sui Presidenti americani e sui loro governi.
E che cosa vuol dire Cartier quando afferma che i non ebrei di New York sono “antisemiti”, se subito dopo spiega che a loro ostilità non nasce da razzismo o da odio religioso, ma dalla invadenza della comunità ebrea in tutti i campi della vita economica e culturale e, più ancora, dal fatto che essa si sente prima di tutto solidale con Israele e poi, eventualmente, con la patria di adozione, ossia gli Stati Uniti?
Non solo. Cartier riconosce onestamente che, per l’America, è divenuto quasi impossibile svolgere una politica anche solo parzialmente filo-araba, pena il linciaggio mediatico: quel linciaggio mediatico che spinse un ministro della Difesa alla depressione e al suicidio. Ciò significa che appoggiare una politica di buone relazioni con il mondo arabo è considerato dagli Ebrei americani come una forma di antisemitismo: se ne dovrebbe dedurre che sono gli Ebrei a bollare di antisemitismo qualunque cosa non sia, al cento per cento, filo-israeliana e filo-ebrea. Sono essi a spaccare l’opinione pubblica in sionista e antisemita: e si noti lo squilibrio concettuale che tale divisione implica. Essere sionisti, cioè favorevoli alla politica antiaraba di Israele, è, per loro, cosa assolutamente lecita e giusta; mentre prendere le distanze, anche solo in modo parziale e indiretto, dalla politica di Israele, equivale per essi a un atto di antisemitismo, ossia un atto di odio razziale e religioso contro il popolo ebreo.
E, ovviamente, su tutto pesa lo sfruttamento politico di quanto gli Ebrei d’Europa soffrirono sotto il regime nazista, fino alla tragedia della Shoah.
Occorre aggiungere che generazioni di registi cinematografici ebrei-americani, da Charlie Chaplin ne «Il grande dittatore» a Steven Spielberg in «The Schindler’s List», continuano instancabilmente a gettare legna sul fuoco di quello stato d’animo, per cui l’opinione pubblica mondiale viene tenuta sotto un ricatto morale permanente, affinché non si lasci cogliere dal dubbio circa la giustezza del destino riservato al popolo palestinese e, più in generale, circa la giustezza dell’idea sionista ed i suoi inevitabili effetti pratici?
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20-05-2010, 09:21
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#2 (permalink)
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joakin
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Caduti di guerra in missione di pace
 Marco Cedolin
Due nuove vittime entrano nel novero dei soldati italiani che hanno trovato la morte in Afghanistan, dove l'esercito ormai da molti anni è impegnato nel portare avanti la guerra coloniale statunitense voluta da Bush e "coccolata" dal Nobel per la pace Barack Obama.
Due vittime e altri due feriti che, come sempre accade, campeggiano sulle prime pagine e nei titoli d'apertura dei TG, dimostrando in maniera inequivocabile come ormai gli unici morti sul lavoro degni di menzione ed in grado di suscitare la "commozione popolare" siano i soldati in missione di guerra all'estero.
Gli altri, quelli che lavorano nelle fabbriche, muoiono sulle strade, in agricoltura o nell'edilizia contano invero molto poco e possono meritare al più qualche trafiletto nelle cronache locali. In fondo che razza di eroi sarebbero, non portano certo in guerra il tricolore (o se preferite bandiera stelle e strisce) loro.
A margine delle false "lacrime" trasudanti ipocrisia e dell'ormai stantio teatrino imbastito dal mondo politico e giornalistico, si riaffacciano sulla scena anche le solite considerazioni sull'opportunità delle "nostre" missioni militari all'estero, dove siamo impegnati a combattere le guerre degli Stati Uniti e d'Israele.
Considerazioni, questa volta portate timidamente dalla Lega e dal Pd, che non hanno altro scopo se non quello di dirottare la reazione emotiva del momento verso riflessioni cariche di razionalità, in virtù delle quali la guerra è una cosa brutta, il sacrificio che stiamo pagando in termini di vite umane pesante, ma lo scopo della carneficina (spesso avente per oggetto donne e bambini) in fondo troppo nobile perché si possa pensare di defezionare dagli impegni presi.
Le missioni militari all'estero rappresentano qualcosa di aberrante, a prescindere da quale sia il prezzo che paghiamo in termini di vite umane. Lo sono perché comportano l'occupazione in armi di stati sovrani, lo sterminio giornaliero di civili, la prevaricazione nei confronti di culture spesso millenarie.
Ma rappresentano anche un cortocircuito logico di portata enorme, alla luce della situazione economica che stiamo vivendo.
Gli italiani che, secondo le fonti giornalistiche più autorevoli, già nel 2006 faticavano oltremisura per "arrivare a fine mese" e nel frattempo si sono ulteriormente impoveriti, sono in attesa (almeno quei pochi che l'hanno subodorata) della maxi stangata lacrime e sangue imposta dalla UE e supinamente accettata con acquiescenza dal governo. Tremonti, uomo di belle parole e bruttissimi fatti, sussurra e bofonchia frasi sconnesse, come un bimbo che abbia paura di dire alla mamma tutta la verità. Una verità che si esprime in una sola parola: tagli.
Tagli delle spese per il sociale, dei salari, delle pensioni, delle prospettive occupazionali, perché i tagli sono l'unica vera direttiva imposta dalla UE per dirottare verso le banche ed i mercati finanziari sempre più ingenti quantità di denaro.
La logica vorrebbe si tagliassero come prima cosa i finanziamenti miliardari per le missioni militari, anziché l'occupazione, la scuola e gli ospedali. Ma la logica spesso non è che un miraggio inarrivabile. Qualche considerazione fine a sé stessa, utile per imbonire una parte dell'elettorato. Qualche lacrima d'ipocrita contrizione per far leva sull'amor patrio degli altri elettori.
Qualche dotto proclama che parli il linguaggio del pragmatismo, l'importante è in fondo che la commedia continui come e meglio di prima.
IL CORROSIVO di marco cedolin: Caduti di guerra in missione di pace
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20-05-2010, 09:24
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#3 (permalink)
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joakin
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AnnoZero. Attacco ai servizi segreti
Con una breve lettera aperta all’onorevole Veltroni.
Nella puntata di Annozero vengono dette molte delle cose che diciamo in questo blog. Veltroni, in pratica, conferma ciò che diciamo da tempo. Questi i passi salienti del discorso ad Annozero:
1) Esiste un’entità, che ha guidato i principali eventi stragisti italiani, dal delitto Moro ad Ustica.
2) Prendendo ad esempio la sola vicenda di Ustica, colpisce la infinita catena di morti che ha fatto strage di testimoni: suicidi, incidenti, omicidi, ecc…, Veltroni ha anche citato Ramstein (la tragedia aerea in cui si schiantarono due aerei delle Frecce tricolori, i cui piloti guarda caso erano testimoni al processo di Ustica); questa dichiarazione su Ramstein mi ha particolarmente colpito perché anche il giudice Rosario Priore aveva archiviato la questione di Ramstein come un incidente. Quindi Veltroni si è posto in netto contrasto con le fonti ufficiali.
In altre parole il nostro onorevole, in contrasto con la versione ufficiale secondo cui Ramstein sarebbe stato un incidente, ci vede un delitto.
Ora alcune considerazioni sono d’obbligo, perché le parole di Veltroni sono di una gravità senza precedenti.
Punto primo. Veltroni afferma che esiste un’entità unica, dietro ai delitti da Moro, ad Ustica, a Capaci.
Questa affermazione è assolutamente identica alle tesi complottiste sostenute da noi nel blog; e sostenute da personaggi e autori che non trovano spazio, in genere, nei media ufficiali, ma che molti ben conoscono; Pamio, Cosco, Carlizzi, Randazzo, Lissoni…
E’ inoltre assolutamente identica alle dichiarazioni del pentito Calcara, nel famoso memoriale Calcara pubblicato da Salvatore Borsellino nel suo sito 19luglio1992. Secondo questo pentito, c’è un’unica forza che manovra Chiesa, Servizi segreti, Mafia, ‘ndrangheta e istituzioni.
Insomma: Veltroni conferma le dichiarazioni del pentito Calcara. Ed entrambi confermano ciò che i complottisti dicono da una vita.
Punto secondo. La vicenda di Veltroni non è grave perché conferma in realtà una cosa nota a tutti i “complottisti”; è invece grave, anzi gravissima, per un altro fatto che nessuno ha considerato.
La dichiarazione viene infatti da un uomo che è stato – ed è – ai più alti vertici istituzionali dello Stato; ed è tuttora uno dei politici di maggior rilievo. Attenzione allora! Se un politico di questo calibro ammette che queste stragi sono state guidate da un’entità, diversa dallo Stato ovviamente, e anzi, ad esso contrapposta, sta dicendo un’altra cosa. Sta dicendo: signori, lo Stato non conta nulla, perché esiste un potere più forte, in grado di condizionare lo Stato. Noi politici non contiamo nulla, e siamo impotenti di fronte a questa entità. Anzi, siamo ad essa assoggettati.
E’ quindi una dichiarazione di assoluta ed inaudita gravità.
Una dichiarazione che nessun anticomplottista prenderà mai in considerazione.
Una dichiarazione che i politici si guarderanno bene dal criticare, confermare e/o smentire, e sulle quali calerà il silenzio.
Punto terzo. Le dichiarazioni di Veltroni sono gravissime per un altro ordine di motivi. Infatti ci sarebbe da domandare all’onorevole in quale momento della sua vita, esattamente, ha avuto questa intuizione geniale secondo cui i politici non contano un *****, e sono assoggettati a questa “entità”.
Lettera aperta all’onorevole Veltroni.
A questo punto, se potessi scrivere una lettera all’onorevole Veltroni, sapendo che la prenderà in considerazione, ci sarebbero da fare queste altre domande:
1) Caro Veltroni, se se ne era accorto prima dell’esistenza di questa ENTITA’, questo filo rosso che lega il delitto Moro con Ustica e Capaci, ma che lega in realtà tutte le stragi italiane, e insieme a lei se ne saranno accorti altri, come mai non avete mai detto queste cose prima?
2) Come mai avete lasciato che uomini dello Stato e delle istituzioni, politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti, giornalisti, avvocati, funzionari pubblici, semplici cittadini, fossero fatti morire di malori improvvisi, infarti, suicidi, impiccati, in incidenti, ecc., nella vostra indifferenza?
3) Se vi siete accorti da tempo che esiste un’entità al di sopra della politica e delle leggi, perché non ci spiegate cos’è quest’entità? Perché, vede onorevole, noi complottisti lo diciamo da tempo, ma a noi non crede quasi nessuno. Se magari lo spiega lei, la cosa avrebbe un’altra autorevolezza.
4) Lei è un politico, no? Come mai in campagna elettorale non avete mai accennato a queste vicende? Come mai in parlamento non discutete mai di questa Entità? Non le sembra assurdo discutere del crocifisso nelle aule, dell’opportunità di costruire o meno una moschea, e poi lasciare insoluto il problema delle migliaia di morti impiccati, in incidenti, in malori, che i “VOSTRI” servizi segreti si lasciano dietro da una vita? Lo sa onorevole, che una volta ho fatto un rapido conto e sono migliaia le vittime di suicidi in ginocchio, incidenti in auto e aerei, infarto, gente che si spara alla testa oppure al cuore come il carabiniere di Viterbo che è morto a Santa Barbara pochi giorni fa (suicidio ovviamente… e chi ne dubiterebbe)?
Se fossi stato alla trasmissione, onorevole, le avrei fatto una semplice domanda: Onorevole Veltroni… quando pensa che finirà questa scia di sangue che fa, da decenni, più morti di quanti ne fa la mafia? Quanti morti ancora farete?
Conclusioni.
La realtà è comunque diversa da come sembra. L’onorevole Veltroni, probabilmente non ha detto questo per amore della verità, né la trasmissione di Santoro aveva il fine di “informare” e approfondire.
La trasmissione, probabilmente, è un attacco ai servizi segreti. Un attacco frontale che prelude ad una guerra prossima ventura.
E il discorso di Veltroni era probabilmente un messaggio.
Resta da capire a chi è destinato questo messaggio e perché è stato dato. Noi complottisti, infatti, non crediamo più alla buona volontà dei politici di far venire fuori la verità. Anzi, personalmente, considerando Veltroni una delle persone maggiormente implicate con questa Entità di cui egli stesso ha parlato, credo che questa trasmissione di Santoro abbia dei destinatari, e sia un messaggio ben preciso.
Per leggere il messaggio e capirne la provenienza, probabilmente, occorre considerare l’area “politica” a cui appartengono Santoro e Veltroni. Un’area politica il cui manifesto fondamentale (manifesto che ricorda quello Rosacrociano della Fama Fraternitas del 1600) è quel libro di Cesare Salvi dal titolo “La rosa rossa. Il futuro della sinistra”.
Quindi, ipotizzo, un messaggio trasversale diretto ad alcune persone dei servizi, per fargli sapere che hanno mal operato.
Forse una ritorsione della Cia perché a seguito del sequestro Abu Omar, nel processo, sono state condannate solo persone della Cia e nessuno del Sismi?
Forse una ritorsione Cia perchè alcuni settori dei servizi voglio svincolarsi dalla supremazione americana?
Forse altro, chissà…
Una cosa invece è sicura: nei prossimi mesi, assisteremo ad altri incidenti, suicidi, morti di infarto, impiccati in ginocchio. Questa volta però saranno uomini dei servizi, dei carabinieri, della polizia, a cadere, perché sono i servizi segreti stessi ad essere sotto attacco. La particolarità è inoltre che a cadere non saranno solo semplici agenti dei servizi, quelli che sono morti credendo comunque di fare un servizio per uno Stato che pensavano di servire; saranno probabilmente anche personaggi di spicco, vertici dei servizi che in qualcosa devono aver sbagliato per meritarsi un simile attacco frontale dalla trasmissione di Santoro.
In una guerra, che questa volta non è, come in passato, tra massonerie, tra mafie, né dell’ ENTITA’ contro lo Stato, ma dei servizi segreti contro altri settori dei servizi, o forse, della Cia contro i nostri servizi segreti.
Stralci delle dichiarazioni del memoriale Calcara.
“…Una nobile Idea Madre…che racchiude al suo interno le cinque idee corrispondenti alle cinque entità…”. Le cinque entità a cui fa riferimento Calcara, sarebbero la già citata Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, e pezzi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico.
“Queste cinque Entità…”, prosegue il pentito, “… sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele… …Sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni…”
La porzione dei servizi deviati delle Istituzioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano e “…composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate… Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori.
Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni…Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.”
La Massoneria viene definita “…anch’essa strettamente collegata all’Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni… Questa Entità della Massoneria deviata, all’interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria…”
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20-05-2010, 14:39
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#4 (permalink)
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joakin
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Riceviamo questa richiesta di pubblicazione
da Jacopo Castellini
 Se Aristotele avesse saputo come si sarebbe ridotta la relazione tra governanti e governati duemila anni dopo di lui, si sarebbe ben guardato dal definire l’uomo un “animale politico”. Dall’idea del governante come direttore d’orchestra che dirige la molteplicità degli strumenti musicali nella composizione di un’unica armonia polifonica, si è giunti nei secoli (non senza dolore e attraverso colpi di stato passati alla storia come “rivoluzioni”) alla politica come teatrino. Anzi, come soap-opera americana scadente e priva e di stile. Che i politici altro non siano che i camerieri dei banchieri ce lo ricordava il buon Pound già nel secolo scorso -peccato che i suoi scritti siano stati dimenticati volutamente dai vincitori della seconda
Guerra Mondiale. La differenza tra i politici italiani e quelli d’oltralpe, oltremanica e oltreoceano è che i nostri dipendenti italioti non godono della stessa abilità recitativa. L’esempio di Berlusconi, che ha introdotto in Italia l’idea della politica-spettacolo e dell’attività politica come mera performance da reality show, è sotto gli occhi di tutti. Meno evidente, però, è il generale adeguamento dell’intera classe politica a questo modello recitativo. Anzi, è doveroso far notare come proprio tra i banchi dell’opposizione a Berlusconi siedano attori assai migliori del cavaliere azzurro, in grado di assumere ruoli in palese e totale contraddizione con loro stessi. Si prenda ad esempio Antonio Di Pietro, da mesi autoproclamatosi difensore dell’acqua come bene pubblico essenziale.
Tutto inizia con l’approvazione del decreto Ronchi, attuazione di un decreto europeo che prevede un tetto massimo del 30% per la partecipazione degli enti pubblici all’interno delle municipalizzate che erogano tale servizio. Tutti i media hanno però spacciato la legge come semplice “privatizzazione dell’acqua”. La legge però non ne parla esplicitamente e lo stesso Ronchi ha subito smentito che di privatizzazione si tratti. Chi ha ragione? Ovviamente entrambi: la legge non prevede esplicitamente la privatizzazione dell’acqua come bene in sé, ma disponendo la sottrazione agli enti pubblici della maggioranza azionaria delle municipalizzate, la impone implicitamente. Quindi, accade che:
1) l’Unione Europea impone la privatizzazione dell’acqua indirettamente;
2) nello stesso tempo, l’UE può definire il diritto all’acqua come sacrosanto in quanto “bene
pubblico” (termine che giuridicamente non vale niente!);
3) il governo italiano si adegua alla normativa europea in tale materia (sic!);
4) lo stesso governo neghi di voler privatizzare l’acqua, definendo orwellianamente l’operazione
come “liberalizzazione” necessaria “per combattere la contraffazione, l’illegalità, e dare forza ai
prodotti italiani” (Ronchi) 1.
Mi preme evidenziare il modus operandi delle istituzioni europee, che impongono scelte umilianti ai popoli scaricandone la responsabilità ai governi nazionali (ora privati di quasi tutte le competenze dal Trattato di Lisbona), oltre che dei media, che hanno prevalentemente negato che si trattasse di una privatizzazione (media berlusconiani) oppure ne hanno attribuito la colpa interamente al governo attuale (media di sinistra e principali quotidiani).
E Di Pietro che c’entra? Apparentemente è stato l’unico a combattere con forza in parlamento tale
provvedimento (nonostante l’ambiguità del Pd). Integerrima forza morale del nostro amato tribuno popolare, alfiere dei deboli contro il berlusconismo e partigiano del nuovo Cln, sempre dalla parte dei cittadini (come recita lo slogan del suo partito)? Mi sia lecito più di qualche dubbio.
Infatti, si scopre in questi giorni che il Forum Italiano Movimenti per l’Acqua, che si batte contro la privatizzazione del servizio idrico, avrebbe rotto con Di Pietro. Il motivo lo si può evincere testualmente da un noto quotidiano certo non berlusconiano:
“Fra il Forum e il leader dell’Italia dei valori, c’è una polemica di lunga data. Che dura cioè da quando Antonio Di Pietro ha presentato in Cassazione un quesito referendario contro la privatizzazione del servizio idrico in aperta concorrenza con i tre precedentemente depositati dal Forum. Il quesito dell’ex magistrato è infatti volto ad abrogare il solo decreto Ronchi sulla privatizzazione del servizio idrico. Al contrario dei tre caldeggiati dal Forum, quindi, quello firmato Idv non interviene in alcun modo sui provvedimenti presi, prima che venisse approvato il decreto Ronchi, dall’allora premier Romano Prodi.
“Per i comuni come Arezzo sostenere un referendum voluto da Di Pietro non avrebbe senso, spiega Faenzi. Per loro rimarrebbe comunque tutto invariato”2
Si apprende quindi che:
1) provvedimenti analoghi furono presi dal precedente governo (di cui Di Pietro era ministro);
2) tali provvedimenti rimarrebbero in vigore anche se il decreto Ronchi venisse abrogato e
addirittura per molti comuni la situazione non cambierebbe;
3) Di Pietro sostiene l’abrogazione esclusiva del decreto Ronchi, contrariamente alla posizione del Forum.
Infatti, obiettivo della campagna referendaria del Forum è l’abrogazione di tutte le norme che hanno aperto le porte della gestione dell’acqua ai privati” e dunque “rendere possibile qui ed ora la gestione pubblica di questo bene comune”.5
Gli screzi tra il leader dell’Italia dei Valori e gli ecologisti del forum però non risalgono ad oggi, ma a quando questi rifiutarono all’ex pm il ruolo di leader dell’opposizione alla privatizzazione. Semplici questioni di esibizionismo ed esposizione mediatica pre-elettorale? Un altro quotidiano, questa volta di tendenza politica opposta a Di Pietro, lo spiega così:
“Troppo buoni gli ambientalisti che non gli hanno replicato pubblicamente. Anche perché gli sarebbe bastato tirare fuori un provvedimento gemello rispetto a quello del governo Berlusconi, datato 2006. Si chiamava «Delega al governo per il riordino dei servizi pubblici locali». Prendeva il nome del ministro agli Affari regionali Linda Lanzillotta. Differente il testo, identica l’emergenza rispetto al decreto Ronchi: evitare all’Italia una serie di infrazioni europee. Sovrapponibile anche la ricetta: l’affidamento diretto dei comuni a società esterne nella gestione dell’acqua deve essere un’eccezione motivata. Se la gestione pubblica va bene, le cose vanno lasciate come stanno. Dove c’è bisogno di cambiare, si deve invece fare una regolare gara destinata a privati che siano del mestiere. Se si vuole, il provvedimento del governo di centrodestra è più garantista rispetto a quello Lanzillotta, visto che dice esplicitamente che la
proprietà dell’acqua è e deve rimanere pubblica [ndr, ripeto che tale aggettivo non ha alcun significato giuridico!]3
Poi Antonio Signorini, autore dell’articolo, continua:
“Antonio Di Pietro firmò la «privatizzazione dell’acqua» in quanto ministro delle Infrastrutture. Il
suo nome appare insieme a quello del premier di allora, Romano Prodi, a quello della stessa Lanzillotta, a Giuliano Amato (responsabile del Viminale) e anche a quelli di Pier Luigi Bersani (Sviluppo economico) ed Emma Bonino (Politiche europee). La candidata governatore del Lazio che ha fatto aderire la sua lista alla manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua.
La riforma si arenò. Né il nome di Di Pietro né quello di Bonino appaiono nelle cronache tra quelli dei ministri che andarono a sbattere i pugni sulla scrivania di Prodi. Oggi il leader di Italia dei valori, annuncia una mobilitazione contro la riforma che vuole regalare l’acqua «ai soliti noti». I fan dell’ex pm rispondono entusiasti”.
Non si tratta di un’invenzione dei media di Arcore, dato che il testo integrale del ddl è scaricabile online al seguente indirizzo: http://www.uil.it/serv_pubb_locali/AS-772.pdf.
Inoltre vorrei ricordare come l’adesione al neoliberismo della City e di Wall Street sia da sempre un dogma per i radicali e in particolare per Emma Bonino, in diverse occasioni invitata speciale del gruppo Bilderberg, che ogni anno riunisce segretamente i governatori delle banche centrali nazionali e l’intellighenzia al loro servizio per decidere la spartizione del mondo.4
Ritornando al ddl Lanzillotta, nella precedente legislatura si oppose a tale privatizzazione solo l’On.
Fernando Rossi (allora comunista dissidente, oggi PBC), che lo definì “un provvedimento che danneggerà i consumatori, non tutelandoli dalla possibilità di un notevole aumento dei prezzi per gli utenti e di un abbassamento della qualità dei servizi. E’ un regalo alle imprese private o miste, dal momento che i criteri per gli affidamenti prevedono l’esclusione, tranne casi eccezionali, delle società pubbliche, anche se in grado di fare offerte migliori”.6
Non solo! Apprendiamo dal sito web del movimento politico dell’On. Rossi quanto segue:
“Nel frattempo il Vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera, Giuseppe Ossorio (IDV),
lavorava alacremente a favore del decreto: “Il Ddl Lanzillotta sui servizi pubblici locali deve mantenere lo spirito con cui nasce: introdurre criteri di mercato per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini e rendere produttiva la spesa”. E ancora:”L’intervento della sinistra radicale, che modifica l’articolo 2 del provvedimento lasciando ai comuni la facoltà di scegliere se affidare la gestione dei servizi a società private, oppure miste, tramite affidamento diretto senza gara, oppure ancora alle aziende speciali, ossia pubbliche ex municipalizzate – sottolinea Ossorio – non agevola gli utenti e storicamente ha portato ad inevitabili sprechi e sacche di spesa parassitaria. Invito Lanzillotta – conclude – ad avere una posizione ferma rispetto al ritorno al passato, ed auspico che in Senato il centrosinistra sappia guardare più ad una società aperta e competitiva, che ad una chiusa e corporativa”.7
Le parole apertamente liberiste dell’esponente dell’Italia dei Valori (nonché la contrapposizione orwelliana tra società competitiva e società chiusa!) non lasciano spazio ad equivoci.
Non finisce qui, purtroppo! All’indomani delle elezioni che conferiscono la maggioranza al nuovo
centrodestra, l’attuale ministro Tremonti tenta l’inserimento della privatizzazione delle risorse idriche all’interno del Decreto 112 del 25 Giugno 20008. Cosa fa il centrosinistra, in particolare il partito di Di Pietro? Vediamo qui:
“Domenica 13 luglio 2008, Antonio Borghesi (IdV) in seduta congiunta alla Camera dei Deputati delle Commissioni riunite V (Bilancio, tesoro e programmazione) e VI (Finanze), rispetto all’introduzione dell’emendamento Lanzillotta (PD) sulla privatizzazione anche dei servizi idrici, annuncia il voto favorevole del suo gruppo sull’articolo Lanzillotta (n°23.012), rilevando che lo stesso prospetta una soluzione alternativa rispetto a quella di impronta dirigista e statalista dell’articolo aggiuntivo 23.011 del Governo.”8
Addirittura il governo viene accusato di essere troppo “statalista” rispetto alla questione! Incredibile!
Borghesi (IDV) riecheggia Travaglio e De Benedetti, che hanno spesso accusato Berlusconi di essere comunista, professandosi da sempre apertamente liberisti!
Come motivare allora il voto contrario del centrosinistra al successivo decreto Ronchi del novembre 2009?
Schizofrenia? Di Pietro si è forse convertito sulla via di Damasco? Ha bevuto alla fonte dell’acqua viva (pubblica, s’intende!) dell’ecologismo? Proprio lui, che da Ministro delle Infrastrutture voleva cacciare i verdi dal governo perché “contrari allo sviluppo”?
La sua volontà di non cancellare i provvedimenti precedenti si configura come risposta negativa a questa domanda. Se Antonio Di Pietro fosse Saulo di Tarso, si unirebbe al Forum per difendere l’acqua pubblica da tutti gli assalti del potere costituito.
Un legittimo sospetto mi balena in mente: Di Pietro vuole cancellare il decreto Ronchi perché troppo “blando” rispetto al progetto avvallato da Prodi?
La domanda non merita risposta, i fatti parlano da soli.
In ogni caso, le “anime belle” desiderose di salvare il mondo dal berlusconismo stanno veramente scherzando con il fuoco. Di Pietro è da sempre liberista e globalista, amico di Luttwak (il neocon Usa difensore della dottrina della guerra preventiva), anti-ambientalista (il suo operato da Ministro dei due governi Prodi lo dimostra). Anni fa sognava di fondare un nuovo polo di destra con Fini (più fedele a Wall Street rispetto alla politica economica troppo “consociativista” del reuccio di Arcore), oggi il suo sogno si avvicina. Lo farà con i voti degli anti-berlusconiani duri e puri, troppo impegnati contro i mulini a vento per accorgersi della finzione scenica di cui fanno parte.
Ovviamente la recita di Di Pietro ha anche un altro scopo: dividere il fronte contrario alla privatizzazione dell’acqua per impedire il raggiungimento di un risultato concreto e convogliarne le energie e le “risorse umane” verso il proprio progetto politico. Ottenendo così una privatizzazione dell’acqua ben più drastica di quella firmata Pdl. Non sorprende che Di Pietro sia ormai stato lasciato solo da molti suoi compagni di strada che hanno lentamente scoperto l’inganno di un lupo travestito da agnello (uno su tutti, Elio Veltri, co-fondatore dell’Idv e co-autore de “L’odore dei soldi”).
Dunque, ATTENZIONE a ciò che si firma: firmare il quesito dell’Italia dei Valori “per l’acqua pubblica” (???) potrebbe avere un effetto boomerang tanto inaspettato quanto indesiderato. Firmiamo piuttosto i quesiti del Forum.
La politica è un teatrino squallido. Il Bagaglino in confronto è il teatro di Goldoni.
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20-05-2010, 14:41
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#5 (permalink)
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joakin
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TV, verità e informazione Inviato da il 20/5/2010 8:55:38 (701 letture)  Con il passaggio di “I padroni del mondo” in TV, è tornata a proporsi la questione dell’utilità o meno di “arrivare” in televisione con un certo tipo di messaggio. Alcuni si domandano addirittura se per caso questo genere di diffusione, fatto all’interno di contenitori “frullatutto” - come appunto la trasmissione “Mistero” - possa arrivare a nuocere il messaggio stesso.
Molti sintetizzano questo problema nella classica domanda “la verità verrà mai a galla?”
Innanzitutto bisogna ricordare che non è saggio credersi detentori di una qualunque verità “assoluta”, che sia poi da diffondere alla cosiddetta “massa” di persone che ne sarebbe all’oscuro. Al massimo possiamo affermare di essere a conoscenza di uno strato ulteriore di verità, rispetto a quella ufficiale, che dimostra come quest’ultima sia in realtà una bugia.
Ma da lì a parlare di “verità assoluta” ce ne corre, e bisogna fare molta attenzione ...
... a non cascare in questa forma di autoinganno, perchè sarebbe proprio quell’errore ad impedirci di fare ulteriori passi avanti nel nostro percorso di conoscenza.
Una cosa è svelare una bugia, ben altra è affermare di conoscere la verità che si nasconde dietro a quella bugia. Ecco perchè nell’11 settembre noi ci limitiamo a sostenere, dati alla mano, che la versione ufficiale è falsa, senza per questo pretendere di rivelare quale sia la verità su quegli attentati.
Il processo di conoscenza, quindi, si può paragonare al “denudamento” di una cipolla: si tolgono gli strati successivi di bugia, uno dopo l’altro, senza per questo sapere con certezza cosa contenga il cuore della cipolla. (E quando si arriva al cuore, di solito gli occhi sono così velati dalle lacrime che la verità non si vede comunque).
Una volta stabilito questo, diventa evidente che l’utilità di un passaggio televisivo si può misurare non dalla “verità” che riuscirà a rivelare, ma dal potenziale dubbio che riuscisse ad instillare nello spettatore, su uno qualunque degli argomenti trattati. Sta poi comunque a lui compiere il percorso di ricerca, se vuole riuscire ad andare oltre la bugia che gli è appena stata rivelata.
Nessuna verità può essere servita su un piatto d’argento, nè può essere recepita in modo passivo, senza un processo critico che deve per forza avvenire all’interno dell’individuo. L’unico tipo di informazione che può essere recepito in modo passivo è proprio la bugia, che guarda caso riesce a trovare spazio nella mente di chi abbia rinunciato a mantenere un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione.
In conclusione, si può affermare che di per sè il televisore non sia nè uno strumento positivo nè negativo. E’ semplicemente un contenitore di informazioni, alcune vere e alcune no, che a seconda dell’atteggiamento critico dello spettatore potranno trasformarsi in bugie oppure in nuove, piccole verità.
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21-05-2010, 19:14
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#6 (permalink)
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joakin
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sinistri contro sinistri:
venerdì, 21 maggio 2010 - 15:35
Il Ccoo, principale sindacato spagnolo, proclamerà "probabilmente" uno sciopero generale contro le misure di austerità decise dal governo di José Luis Rodriguez Zapatero, secondo quanto riferisce il segretario generale Ignacio Fernàndez Toxo al quotidiano madrileno 'El Mundo'.
Il taglio degli stipendi pubblici e il blocco dei pensionamenti, previsti dal piano per raddrizzare il bilancio dello Stato a rischio di una crisi simile a quella greca, fanno parlare il leader sindacale di una svolta della politica del governo a favore "della destra economica, della speculazione finanziaria e dei 'cosiddetti' mercati".
Fernàndez Toxo ha difeso il comportamento "rigoroso" dell'organizzazione che guida nel non aver finora convocato lo sciopero, "uno scenario sempre drammatico, anche se a volte necessario". Al momento però, la situazione è tale per cui il segretario afferma di essere "già al lavoro come se questo paese si preparasse a vivere uno sciopero generale".
e sinistri contro destri:
venerdì, 21 maggio 2010 - 14:24
(ANSA) - ATENE, 21 MAG - I sindacati greci annunciano nuove manifestazioni ad Atene, Salonicco, Heraclio dal 5 giugno e si preparano al quinto sciopero generale. Ieri uno sciopero generale, il quarto, ha paralizzato la Grecia e decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il paese per chiedere al governo di fermare la riforma delle pensioni che secondo i sindacati colpisce duramente i meno abbienti riducendo del 15% i loro emolumenti ed elevando da 2 a 7 anni l'eta' di fine rapporto.
ps-già mi immagino cosa potrà succedere in Italia
intanto anche il Bundesrat ha approvato l'esborso di 148 miliardi per il Belpaese Ellenico. Chissà come sò contenti i kr
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24-05-2010, 10:43
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#7 (permalink)
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joakin
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Maledetto calcio!
 Era da almeno 15 anni che non guardavo una partita di calcio.
A parte le finali dei vari mondiali, che ho seguito più come evento mediatico che non come episodio sportivo, avevo improvvisamente smesso di interessarmi di calcio negli anni '90, dopo essere stato per tutta la vita uno sfegatato tifoso interista.
I motivi di quell'addio, tanto improvviso quanto irreversibile, stavano nella trasformazione del calciatore, avvenuta appunto negli anni '90, da semplice sportivo ad una sorta di eroe mitologico in formato tabloid.
Ingaggi milionari (in quell'epoca "miliardari”), protagonismo da dive del cinema, adorazione incondizionata da parte dei fans, mi avevano fatto passare di colpo la voglia di seguire "tutto il calcio minuto per minuto”.
Se a questo si aggiunge il crescente sospetto, che iniziava a formarsi già allora, di quella che si è poi rivelata una enorme macchina da soldi, basata sulla corruzione e sull'inganno, sembrava evidente che per me il gioco del calcio fosse morto una volta per sempre.
Ma ieri, per caso, ho saputo che stava per giocarsi la finale di Coppa dei Campioni, fra Inter e Bayern Monaco.
Ho voluto accendere il televisore, forse per curiosità, e inizialmente mi sono ritrovato completamente estraneo alla situazione, a criticare quello che mi sembrava diventata un ridicolaggine assoluta: giocatori (per me) del tutto sconosciuti, dal nome straniero, fra i quali spiccava uno con un nome tipo "Chivasso", che sembrava essere l'unico italiano, salvo poi scoprire che è straniero pure lui. In porta una specie di armadio pigliatutto, che si muoveva come un robot, e si tuffata avvinghiandosi in modo teatrale anche su palle già praticamente ferme. A centrocampo, una specie di esaltato con il berretto da ciclista e le orecchie da Walter Chiari, che sembrava fuggito dal vicino nosocomio. Un paio di africani dal nome improbabile e dalle qualità ancora più sfuggevoli, che non riuscivano a toccare una palla nemmeno se gliela tiravi addosso. Un giocatore dal nome slavico che si aggirava per il campo con la testa perennemente china, come se avesse perduto il portafoglio. Uno strano giocatore con l’alopecia, dal nome tedesco scritto però con la “J” - un po' come le ragazzine che si chiamano “Gianna” ma si firmano “Janna” - che sembrava fare apposta a sbagliare ogni palla che toccava. E poi dappertutto una selva di ridicole scarpette colorate, gialle bianche arancioni e rosso fosforescente, al punto che sembrava di assistere ad un inconto aziendale fra i dipendenti dell’ANAS (quelli che di notte lavorano in autostrada, con la pettorina e le scarpe catarifrangenti).
Insomma, il mio disgusto era totale.
Poi è venuto il goal di Milito. Un lampo a ciel sereno, una illuminazione calcistica assoluta, capace di trasformare, con due tocchi soltanto, un semplice rilancio del portiere in una azione da goal indimenticabile.
In quel triangolo improvviso avevo rivisto, fotogramma per fotogramma, le più belle azioni mai giocate da Sandro Mazzola e Mariolino Corso, che riuscivano a far fessi una mezza dozzina di avversari, triangolando alla velocità della luce nello spazio di un semplice fazzoletto.
Qualcosa, senza che me ne accorgessi, si stava risvegliando in me. Non più disgustato, ma attento ora alle geometrie del gioco, seguivo con attenzione gli affannosi tentativi del Bayern di aggirare la difesa interista, mentre mi veniva da sorridere nel sentire il commentatore americano della FOX che pronunciava a suo modo la fatidica parola “cattee-nacho”.
Ah, Helenio! Grande, unico e insostituibile Helenio, dove sei finito?
Con l’inizio del secondo tempo, ed una serie di occasioni mancate da parte del Bayern, ero tornato a sedermi sulla punta della sedia, tirando un sospiro di sollievo ogni volta che il nostro armadio umano bloccava o deviava un tiro avversario. (Ma dove lo mettono, quando è finita la partita? Lo smontano a pezzi, per rimetterlo in valigia?)
E quando Milito ha segnato il secondo goal - forse ancora più strepitoso del primo - mi sono ritrovato ad esplodere con le braccia al cielo, esattamente come feci 45 anni fa quando Jair infilzò a tradimento il portiere del Benfica, regalando all’Inter la sua seconda Coppa dei Campioni consecutiva.
Mi sono poi ritrovato a gustarmi con gelido cinismo il trascorrere del tempo restante, durante il quale ogni minuto aumentava la certezza che non saremmo più stati raggiunti, e che la coppa dopo 45 anni sarebbe tornata ad essere nostra. (Notate il “plurale maiestatis”, sintomo inequivocabile del ritorno della malattia).
Maledetto calcio. A nulla sono servite le critiche, le analisi, le prese di posizione e tutti quei giusti ragionamenti che mi avevano portato ad abbandonarlo una volta per sempre. È bastata una semplice finale di Coppa per farmi capire che c'è qualcosa nel calcio, probabilmente intrinseco nel nostro DNA, che nulla purtroppo riuscirà mai ad eliminare del tutto.
Sarti Burgnich Facchetti, Bedin Guarneri Picchi, Jair Mazzola Peirò Suarez Corso. Olè!
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24-05-2010, 18:42
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#8 (permalink)
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joakin
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La storia segreta dei padroni del mondo raccontata dal giornalista Daniel Estulin
 di Francesco Lamendola
«Il Club Bilderberg» di Daniel Estulin (titolo originale: «The True Story of the Bilderberg Group», 2005, 2007, Dadio Head, S. L., 2007, Trine Day, LLC; traduzione italiana di Manuel Zanarini, Bologna,Arianna Editrice, 2009), nella edizione ampliata e aggiornata fino ad includere l’incontro annuale del 2009, costituisce un vero e proprio caso editoriale.
Ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in cinquanta lingue per essere venduto in settanta Paesi del mondo, facendo finalmente conoscere, anche grazie ad una circostanziata documentazione fotografica di primissima mano, un evento mondiale di capitale importanza, che viene sistematicamente ignorato dalla stampa e dalle reti televisive, a dispetto del fatto che vi partecipano anche alcuni prestigiosi giornalisti e rappresentanti dell’industria editoriale: la riunione annuale del Gruppo Bilderberg.
Da quando si sono riuniti per la prima volta, nel 1954, presso l’Hotel Bilderberg di Ososterbeek, nei Paesi Bassi, sotto gli auspici della corona olandese e della famiglia Rockefeller, i Bilderberger continuano a ritrovarsi una volta l’anno in qualche località strettamente sorvegliata, in genere alberghi di lusso, per dare vita a riunioni delle quali nulla filtra all’esterno, benché vi si prendano decisioni importantissime per l’economia e la politica dell’intero pianeta.
Uomini di governo, presidenti di grandi banche, magnati dell’industria, economisti che ricoprono incarichi importantissimi a livello internazionale, come la presidenza della Banca Mondiale e quella del Fondo Monetario Internazionale, in pratica costituiscono un governo mondiale non ufficiale, che aggira le regole della democrazia e ignora la trasparenza dell’informazione, per decidere gli interventi più idonei a imprimere la direzione voluta all’attuale processo della globalizzazione, ivi incluse azioni di spionaggio e di terrorismo, interventi militari e crisi finanziarie pianificate a tavolino, nonché le strategie più adatte per mettere il bavaglio alla libera informazione.
Daniel Estulin è sfuggito a un tentativo di assassinio nel 1996, a un tentativo di sequestro nel 1998, a un tentativo di corruzione nel 1999 e a un arresto nel 2000 (e poi di nuovo nel 2004); l’anno seguente, il 2001, si è visto offrire un assegno in bianco se avesse taciuto una volta per tutte. La sua indagine, serrata e pericolosa, è durata più di quindici anni e gli ha permesso di squarciare il velo di segretezza e di omertà che circondava il Gruppo Bilderberg, del quale sembra che i grandi mezzi d’informazione mondiali non si siano praticamente accorti.
Dal Piano Marshall allo scandalo Watergate, Daniel Estuilin ha trovato la connessione esistente fra il Bilderberg e alcuni dei maggiori misteri della storia recente e ha documentato come personaggi potentissimi, ma in genere poco appariscenti, ad esempio direttori di agenzie come la CIA e l’FBI, insieme ai presidenti degli Stati Uniti e ai vertici delle maggiori testate giornalistiche, partecipino regolarmente a questi incontri, nei quali nascono le linee guida dalla globalizzazione, mentre all’opinione pubblica viene fatto credere che si tratti di eventi “naturali”.
Il libro di Estulin è un grido di allarme che dovrebbe essere accolto per quello che vale: uno degli ultimi campanelli d’allarme che ci è dato ancora sentire, prima che la cappa opprimente della “normalizzazione” scenda sull’intero pianeta e spenga ogni voce libera.
Vale la pena di meditare a lungo le sue parole (p. 85):
«Questi graziosi, ben educati membri delle famiglie reali europee, queste anziane donne dai modi eleganti e questi gentiluomini bonari, sono in realtà persone assolutamente spietate. Sfruttano le sofferenze delle nazioni e spendono le loro ricchezze per difendere il loro privilegiato stile di vita. […] Non aspettatevi mai che i principali telegiornali possano dare notizie sulla cospirazione che sta avvenendo alle nostre spalle. La stampa è sotto il totale controllo di questi gentili signore e signori, che spendono tanto tempo impegnandosi in attività di beneficenza. Molta gente, non vedendo i “motivi” dietro le cose che ho descritto – dato che non ne parlano né le televisioni, né i giornali, né le radio - è convinta che debba trattarsi per forza di una “teoria della cospirazione”, quindi da ignorare o da deridere, ma comunque da rifiutare. Vogliono prove concrete, ma sono difficili da trovare. Questo è ciò che il sistema di lavaggio del cervello di Tavistock ha fatto alla razza umana.
Il “nuovo ordine mondiale” si è impegnato a neutralizzare l’unica arma che noi, persone comuni, potevamo utilizzare per ostacolare i suoi progetti. Sto cercando di strappare via la maschera dal volto del “nuovo ordine mondiale”, per mostrare ciò che esso realmente è. Questo libro contiene molte citazioni e molti documenti, che possono rafforzare la mia teoria, ed anche un certo numero di fatti concreti, che faranno intuire - almeno lo spero - a un lettore intelligente, se quello che voglio dimostrare credibile o meno.»
Quello che Estulin si propone di dimostrare è che questo gruppo di potenti, dei quali egli fa i nomi e i cognomi (per l’Italia troviamo Franco Bernabé, John Elkann, Mario Monti, Paolo Scaroni, Domenico Siniscalco), nutre un profondo disprezzo nei confronti dell’umanità, specialmente quella dei Paesi del Sud del mondo, giudicata una massa inutile di bocche da sfamare che mette in pericolo, per il solo fatto di esistere, il benessere e i privilegi di alcune famiglie e di alcuni circoli finanziari e industriali.
Di conseguenza i Bilderberger, anche se amano sfoggiare una facciata umanitaria e persino filantropica, finanziando vari istituti assistenziali e caritativi, non si fanno alcuno scrupolo di decidere le misure più idonee a scaricare sulle masse inconsapevoli tutti i costi della globalizzazione, riservando a se stessi profitti e privilegi.
Il libro di Daniel Estulin fa venire i brividi, ma fornisce anche una scossa salutare al nostro sonno mediatico, sapientemente alimentato da ben precise politiche di asservimento psicologico, di disinformazione e di lavaggio del cervello.
Siamo tutti avvisati.
Rompere il muro di segretezza che circonda le riunioni di questi signori è un primo passo per far sapere loro che non siamo del tutto addormentati e che non siamo più disposti a lasciarci manipolare impunemente, come è accaduto sinora.
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25-05-2010, 10:50
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#9 (permalink)
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joakin
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ull'evasione fiscale:
L’elenco delle Regioni virtuose, ovvero di quelle meno dedite all’evasione, è guidato infatti dalla Lombardia con un 12,5%, seguita dall’Emilia Romagna con il 19% e da un Veneto dove l’evasione si assesta invece a un comunque apprezzabile 19,6%. Chiudono lo sparuto manipolo, nell’ordine, il Friuli Venezia Giulia (24,7%), il Lazio (virtuosa rara avis del Centro Italia, con il 25%), il Piemonte (26,1%) e il Trentino-Alto Adige (26,2%).
Nel girone delle viziose, aperto dal 27,6% della Toscana e chiuso dall’incredibile 85,3% della Calabria, brulicano tutte le altre. È un’allegra e folta brigata di terre d’evasione, la loro. Sono quasi tutte Regioni del Centro e del Sud, con le percentuali di quel «vizietto» che si impennano in misura inversamente proporzionale, a mano a mano che si scende geograficamente verso il tacco. Per dire: Basilicata 48,4%, Molise 50,9%, Sardegna 51,3%, Puglia 52%, Campania 55,3% e la Sicilia che con il suo 63,4% viene scalzata dalla Calabria con il già menzionato record negativo assoluto. A far loro compagnia spiccano però anche due regioni del Nord, la Val d’Aosta con il 27,6% e una Liguria dal braccino del resto proverbialmente corto, con un rilevante 42,3% di predisposizione a evadere.
In barba ai proclami leghisti la Regione del Paese con la resistenza fiscale più bassa è la Lombardia (11,1%), mentre le Regioni con la resistenza fiscale più alta sono quelle di mafia (38,4%), con una punta del 46% in Calabria».
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28-05-2010, 21:29
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#10 (permalink)
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joakin
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