Gli anni pericolosi di Schifani
La lettera, inviata dalla Procura distrettuale antimafia di
Bologna ai colleghi di Palermo porta la data del
6 luglio 1993.
Poco e più venti righe per chiedere notizie su
nove nomi.
Nove siciliani che secondo la
Guardia di Finanza avevano avuto “
un ruolo decisivo nella predisposizione degli accordi tesi” all’acquisizione dell’
Urafin, una holding con partecipazioni superiori a
200 miliardi di lire, fallita pochi mesi prima.
L’elenco è aperto dalla voce: “
Avvocato Schifani di Palermo” il quale, scrivono i pm, “
avrebbe curato la fase contrattuale” dell’affare.
Un business sospetto, secondo gli investigatori, visto che uno degli acquirenti, l’imprenditore di Villabate
Giovanni Costa - oggi
condannato a nove anni per riciclaggio - sembrava il capocordata “
di un gruppo di palermitani, alcuni dei quali pregiudicati, sprovvisti di attitudini patrimoniali idonee” per chiudere la compravendita.
Anche per questo i
pm emiliani vogliono sapere se i nominativi citati nella missiva siano “
già comparsi in indagini aventi come oggetto tentativi d’impiego di capitali di illecita provenienza”.
Ecco, se si vuole davvero capire che tipo di riscontri stia cercando oggi la Procura di Palermo alle parole del pentito
Gaspare Spatuzza, bisogna partire da qui.
Dalle prime inchieste in cui spunta il nome dell’attuale presidente del Senato.
Spatuzza infatti sostiene che Schifani, 18 anni fa, è stato uno dei tramite tra i fratelli Graviano, i boss di Brancaccio protagonisti delle stragi del ‘92-93, e Marcello Dell’Utri.
Un’accusa respinta con sdegno dalla seconda carica dello Stato.
Ma che adesso, alla luce di una serie di fatti ancora tutti da chiarire, non appare immediatamente implausibile.
Il Fatto Quotidiano è andato a recuperare le carte della vecchia indagine sull’Urafin e quelle del processo a
Costa.
E ha scoperto, sentenze e verbali d’udienza alla mano, che davvero Renato
Schifani ha assistito Costa per anni, seguendo come professionista gran parte degli affari per cui è stato poi condannato.
Ieri abbiamo ricostruito le compravendite immobiliari di Costa nel villaggio turistico di Portorosa in provincia di Messina. E abbiamo raccontato come grazie a preliminari di vendita, poi sostituti da procure speciali, Costa sia riuscito a entrare in possesso di 60 appartamenti senza che il suo nome comparisse mai in atti ufficiali o nei rogiti.
Anche perché il corrispettivo (quasi tre miliardi) veniva quasi sempre versato in contanti. Denaro che, stando alla sentenza che ha condannato l’imprenditore, sarebbe stato di proprietà della
mafia.
Per i giudici, Costa che attualmente è sotto processo in appello, sarebbe infatti uno degli ultimi custodi del tesoro del celebre
Mago dei Soldi, Giovanni Sucato.
Un ragazzo di Villabate che con l’appoggio di Cosa Nostra ha raccolto a inizio 1990 decine miliardi di lire tra i siciliani, promettendo loro di raddoppiare nel giro di un mese il capitale investito.
Costa, che pure ammette di essersi dovuto confrontare a causa del suo lavoro con boss di ogni ordine e grado, nega.
Ma gli investigatori sono rimasti colpiti da un fatto.