ke bel quadretto

sti bush li adomestichi solo con i danè
Washington tratta con la Siria. Sottobanco
Maurizio Blondet
29/12/2005
Il premier siriano Bashar Al AssadNon passa giorno senza che la Casa Bianca minacci la Siria di sanzioni e peggio, la accusi di manovrare i terroristi in Iraq, e proclami la volontà di trascinare il regime di Damasco davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU come mandante dell’assassinio del premier libanese Hariri.
Dietro le quinte, però, è tutto diverso.
USA e Siria si parlano attraverso un canale occulto, basato su potenti interessi finanziari, e persino familiari.
Anima dei negoziati segreto è Neil Bush, fratello del presidente.
Ma l’uomo chiave dei contatti fra Washington e Damasco si chiama Jamal Daniel, uomo d’affari americano d’origine siriana che abita a Houston, centro degli interessi petroliferi della famiglia Bush.
Jamal Daniel, che viene dalla piccola comunità cristiana di Siria, è amico del dittatore Bashar Al Assad fin dai tempi in cui entrambi studiavano a Londra; inoltre è amico di Ahmad Shihabi (figlio dell’ex capo di Stato Maggiore dell’esercito siriano) e di Rami Maklouf, un cugino di Assad e grand commis nell’economia siriana.
Ma Daniel conosce bene anche il libanese Nijad Issam Fares, figlio di Issam Fares, ossia del filo-siriano che era vice-premier in Libano nei giorni dell’attentato ad Hariri.
Si dà il caso che Issam Fares, finanziere internazionale, possieda un fondo d’investimento con sede ad Houston, chiamato Wedge Group.
E che frequenti Bush padre, l’ex presidente, anche lui alla testa di un fondo, il Carlyle, al punto di invitarlo spesso a casa sua.
Ora, è grazie al figlio di Issam Fares che Jamal Daniel è stato introdotto presso la famiglia Bush.
Rapporti sempre più cordiali.
Tanto che Neil Bush, terzo figlio dell’ex presidente coinvolto in affari in Medio Oriente, è diventato co-presidente di una società finanziaria di Jamal Daniel, la Crest Investment.
Insomma: grazie a questi intrecci familistico-affaristici, Daniel è diventato l’occhio e l’orecchio del dittatore siriano presso i Bush.
Tanto più che sempre Daniel, ben introdotto negli ambienti petroliferi, sta nel consiglio d’amministrazione della New Bridge Strategies: un’impresa creata da Joe Allbaugh, l’uomo che gestì (trovando i finanziamenti) la campagna elettorale di Bush junior e di Dick Cheney nel 2000.
La New Bridge Strategies è una di quelle imprese americane con le mani in molte paste. Ovviamente, essendo tanto vicina a Cheney, ha ricevuto grossi contratti per la cosiddetta «ricostruzione» dell’Iraq; inoltre attraverso la sua filiale Diligence LCC impiega numerosi ex agenti della CIA; e parecchi dei suoi dirigenti (fra cui Daniel) sono vicini al principe Bandar bin-Sultan, fiammeggiante playboy ed ex ambasciatore saudita a Washington, ora tornato in Arabia per essere pronto a balzare sul trono saudita: in questo ha molti concorrenti, ma spera che la scelta americana cadrà su di lui.
Ora anche Allbaugh è intervenuto presso Bush: è utile creare un canale con la Siria, gli ha detto, per ridurre la guerriglia in Iraq.
Così sono avvenuti alcuni incontri ad alto livello.
Il primo a Damasco in ottobre.
Presenti l’ambasciatore USA in Iraq, Zalmay Khalilzad, il generale George Casey, comandante in capo in Iraq, e vari funzionari della CIA e della DIA (il servizio segreto militare).
Da parte siriana c’erano il vice-ministro degli Esteri Walid al Moualem con l’ambasciatore siriano a Washington Imad Mustapha; Riad al Daoudi, consigliere giuridico del ministero; Buthaina Shaaban, ministro dell’Emigrazione e alcuni funzionari dei servizi siriani militari.
Gli americani hanno chiesto l’estradizione di una trentina di alti dirigenti baathisti iracheni, ricevendone un rifiuto.
A novembre, a Londra, altro incontro.
Da parte siriana le stesse personalità.
Gli americani invece avevano mobilitato il vicesegretario di Stato per il Medio Oriente, David Welch, e due assistenti di Stephen Hadley, il consigliere della Sicurezza Nazionale più vicino a Bush.
Questa delegazione di livello maggiore ha tenuto una posizione più dura; immediatamente in Iraq la guerriglia ha inflitto dure perdite agli americani.
E’ stata la risposta di Damasco?
Così almeno l’ha interpretata Washington.
Nel successivo incontro, a inizio dicembre, nella capitale USA, fra David Welch e Imad Mustapha (l’ambasciatore: si è tornati a parlare a un livello più basso), quando la parte siriana ha chiesto che non siano imposte sanzioni contro il Paese, è stata accontentata: il secondo rapporto Mehlis (il procuratore tedesco che per l’ONU indaga sull’attentato ad Hariri) non prevede embarghi.
D’altra parte, un’ambigua collaborazione fra Washington e Damasco c’è stata in un passato recente: gli americani hanno mandato in Siria per interrogatori (leggi:torture) un cittadino canadese di nascita siriana.
Su questo punto l’ambasciatore USA, che aveva smentito il fatto, ha dovuto fare un’imbarazzante marcia indietro, ammettendolo.(1)
Maurizio Blondet
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Note
1) Colin Brown, «Bush envoy sparks another diplomatic incident», Independent, 28 dicembre 2005.
http://www.effedieffe.com/interventi...865¶metro=
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