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Vecchio 06-09-2010, 07:05   #1 (permalink)
mostromarino
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Che fine fa ,fini, fuffy ??

di PIERO OSTELLINO

Il tanto atteso discorso di Fini sarebbe stata una grande oc­casione per ripensare ciò che è stato il centrodestra dal 1994, con la discesa in politica di Berlusconi, e che cosa è adesso.

Ma Fini ha man­cato l'occasione.

Lo ha incentrato tutto sulla propria espulsione e sul proprio diritto al dissenso interno al partito - cioè su una questione di metodo sulla conduzione del PdL- facendo una sor­ta di discorso programmatico di ciò che dovrebbe essere il partito, ma poco l'Ita­lia.

Così, il discorso è rimasto nell'am­bito delle opinioni interne alla politica politichese, che sono opinabili per defi­nizione, ma nulla dice sulla crisi del ber­lusconismo.

La frase più forte è stata che il Popolo della Libertà non c'è più, non esiste.
Il guaio è che il PdL non esiste non per­ché, al suo interno, non c'è più Gran­franco Fini e c'è poca libertà dialettica, ma perché è prigioniero delle stesse ca­renze che hanno caratterizzato la pre­senza di Berlusconi sulla scena politi­ca italiana negli ultimi diciotto anni.

Per intenderci.
Nel 1994, l'Italia si era trovata davanti a una specie di bivio.

Da una parte, c'era la strada del cam­biamento: meno Stato, più società; ri­duzione della spesa pubblica e della pressione fiscale; semplificazione legi­slativa e amministrativa; maggiore li­bertà economica.

Dall'altra, c'era la strada dello status quo: nessun cam­biamento istituzionale e strutturale; mantenimento del livello della spesa pubblica e della pressione fiscale; ecces­so di legislazione e di procedure ammi­nistrative; nessuna riduzione della Pub­blica amministrazione e tanto meno del pubblico impiego utilizzato come armonizzatore sociale. Incamminarsi lungo la strada del cam­biamento significava entrare in conflit­to con tutte quelle corporazioni che si oppongono alle riforme istituzionali e strutturali non meno che al mercato e al merito, che proteggono l'assistenzia­lismo e il parassitismo privato non me­no che pubblico in nome dello Stato so­ciale e del sistema - fra il corporativi­smo di tradizione fascista e il colletti­vismo di tradizione comunista e catto­lico-sociale - scritto nel 1947 con la Co­stituzione entrata in vigore nel 1948.


Per incapacità personale e politica o impossibilità oggettiva, Berlusconi non ha preso la strada del cambiamento, ma è rimasto impantanato in quella dello status quo. Ma questa è una strada che costa cara.
 
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Vecchio 06-09-2010, 07:47   #2 (permalink)
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Ma fIni non fa prima ad andarsene? Si va al voto, chi vince vince. Amen.
Che senso ha fare tanti distinguo e poi rimanere dentro a una coalizione di cui di fatto lui non si sente più di appartenere?
METHOS non è connesso  
Vecchio 06-09-2010, 07:59   #3 (permalink)
mostromarino
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Ma fIni non fa prima ad andarsene? Si va al voto, chi vince vince. Amen.
Che senso ha fare tanti distinguo e poi rimanere dentro a una coalizione di cui di fatto lui non si sente più di appartenere?
concordo

ma chiedilo a chi lo sta osannando vedendo in lui un taumaturgo

metà-fisico
http://www.investireoggi.it/forum/il...ml#post1736907
 
Vecchio 06-09-2010, 10:01   #4 (permalink)
f4f
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concordo

ma chiedilo a chi lo sta osannando vedendo in lui un taumaturgo

metà-fisico
http://www.investireoggi.it/forum/il...ml#post1736907

noto che Ostellino ha scritto il de prufundis di B

Per incapacità personale e politica o impossibilità oggettiva, Berlusconi non ha preso la strada del cambiamento, ma è rimasto impantanato in quella dello status quo.


tu lo citi ...
sei concorde ?
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ma che fatica però
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Vecchio 06-09-2010, 10:33   #5 (permalink)
mostromarino
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di PIERO OSTELLINO

Il tanto atteso discorso di Fini sarebbe stata una grande oc­casione per ripensare ciò che è stato il centrodestra dal 1994, con la discesa in politica di Berlusconi, e che cosa è adesso.

Ma Fini ha man­cato l'occasione.

Lo ha incentrato tutto sulla propria espulsione e sul proprio diritto al dissenso interno al partito - cioè su una questione di metodo sulla conduzione del PdL- facendo una sor­ta di discorso programmatico di ciò che dovrebbe essere il partito, ma poco l'Ita­lia.

Così, il discorso è rimasto nell'am­bito delle opinioni interne alla politica politichese, che sono opinabili per defi­nizione, ma nulla dice sulla crisi del ber­lusconismo.

La frase più forte è stata che il Popolo della Libertà non c'è più, non esiste.
Il guaio è che il PdL non esiste non per­ché, al suo interno, non c'è più Gran­franco Fini e c'è poca libertà dialettica, ma perché è prigioniero delle stesse ca­renze che hanno caratterizzato la pre­senza di Berlusconi sulla scena politi­ca italiana negli ultimi diciotto anni.

Per intenderci.
Nel 1994, l'Italia si era trovata davanti a una specie di bivio.

Da una parte, c'era la strada del cam­biamento: meno Stato, più società; ri­duzione della spesa pubblica e della pressione fiscale; semplificazione legi­slativa e amministrativa; maggiore li­bertà economica.

Dall'altra, c'era la strada dello status quo: nessun cam­biamento istituzionale e strutturale; mantenimento del livello della spesa pubblica e della pressione fiscale; ecces­so di legislazione e di procedure ammi­nistrative; nessuna riduzione della Pub­blica amministrazione e tanto meno del pubblico impiego utilizzato come armonizzatore sociale. Incamminarsi lungo la strada del cam­biamento significava entrare in conflit­to con tutte quelle corporazioni che si oppongono alle riforme istituzionali e strutturali non meno che al mercato e al merito, che proteggono l'assistenzia­lismo e il parassitismo privato non me­no che pubblico in nome dello Stato so­ciale e del sistema - fra il corporativi­smo di tradizione fascista e il colletti­vismo di tradizione comunista e catto­lico-sociale - scritto nel 1947 con la Co­stituzione entrata in vigore nel 1948.


Per incapacità personale e politica o impossibilità oggettiva, Berlusconi non ha preso la strada del cambiamento, ma è rimasto impantanato in quella dello status quo. Ma questa è una strada che costa cara.
PROSEGUO PER CAUSE TECNICHE

sarà un placer
RISPONDERTI
f4F
ANCHE SE...

E per farvi fronte, ora, il PdL, e con esso il Paese,
non è nelle mani di Berlusconi, ma in quelle del ministro dell'Economia, che meglio sarebbe chiamare delle Entrate (fiscali), il quale per mantenere lo status quo raschia il fondo del barile, trasformando l'Italia in uno Stato di polizia fiscale, come avrebbe fatto la sinistra se fosse andata al potere.

Tremonti, nel centrodestra, e Visco nel centrosinistra, sono figli della stessa madre: di un'Italia pietrificata nel suo conservatorismo politico, economico, istituzionale, sociale i cui costi sono diventati insopportabili. Entrambi di una sola cosa si preoccupano: di reperire le risorse per pagare i costi dell'Italia delle mancate riforme, incapace di produrre ricchezza. Sia l'uno sia l'altro - per dirla con una celebre battuta di Churchill - redistribuiscono la povertà, non la ricchezza.


Invece di fare appello alla legalità - che rimane pur sempre un ovvio caposaldo dello Stato di diritto - strizzando l'occhio al giustizialismo e ai pubblici ministeri che processano il Cavaliere; invece di rispecchiarsi nella demagogia degli annunci di riforme che sa che non si faranno e che lui stesso non ha probabilmente l'intenzione di promuovere, facendo la cattiva imitazione di Berlusconi; invece di fare le pulci all'assenza di democrazia all'interno del PdL - un problema di tutti i partiti, dai tempi della Prima Repubblica - auspicandone l'esistenza senza dire come ; invece di tutto ciò, Fini avrebbe dovuto incentrare il suo intervento non per far nascere un nuovo Popolo della Libertà, ma per far rinascere l'Italia dalle macerie da cui è sommersa.



In definitiva. Un discorso che, forse, non porterà alla rottura con Berlusconi e alla crisi di governo, ma che non ha neppure aperto una breccia nella crisi del berlusconismo e dell'Italia. Arriveranno, forse, a un compromesso e tutto resterà come prima. Secondo il copione di sempre: annunciare un grande cambiamento affinché nulla cambi. Nessuna delusione, almeno da parte di chi guarda al proprio Paese, come faccio io, dalla prospettiva del realismo di Machiavelli, della sua lettura da parte di Benedetto Croce e della tradizione liberale


(CONTINUA)
 
Vecchio 06-09-2010, 11:28   #6 (permalink)
f4f
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hmmmm sì, direi che fin qui l'articolo ha molte idee condivisibili

per la risposta, MM, grazie, a tuo comodo

solo una cosa
io ci vedo ancora benissimo, puoi anche fare a meno del carattere oversize e delle capitals
grazie
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Vecchio 06-09-2010, 11:42   #7 (permalink)
mostromarino
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io ci vedo ancora benissimo, puoi anche fare a

meno del carattere oversize e delle capitals
grazie
ma pure tu

ma anche overstrizzarmi

le mie e solo le mie

e mai censurare le altrui


adesso dovrai aspettare:

.seguito
. mio commento su B
. APOLOGO DEL PREDELLO

se non aspetti mi frega una mazza
 
Vecchio 06-09-2010, 11:55   #8 (permalink)
f4f
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se non aspetti mi frega una mazza
ma quale brutalità


cmq non censuro nessuno ...
ti rivolgevi a me, ed io ti ho fatto sapere che ci vedo bene
quando scrivi agli altri forumers, scrivi come a loro aggrada .. nema problema : non ti dissi nulla in merito
ho un animo liberale


overstrizzarti ? moi ??
ma se lo sai benissimo che mi sto trattenendo

devo aspettare ?
nisùn problema siòr
a tuo garbo
ciao
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Vecchio 06-09-2010, 12:03   #9 (permalink)
mostromarino
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ma quale brutalità


cmq non censuro nessuno ...
nec catonem ad meam personam dicatum mereo
 
Vecchio 06-09-2010, 12:14   #10 (permalink)
mostromarino
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cdt

oggi

...............

Italia Gianfranco Fini evita la rottura
Nell'atteso intervento a Mirabello il presidente della Camera esclude un ribaltone Duramente criticato il Popolo della Libertà, mentre sul federalismo c'è apertura


FERRARA Gianfranco Fini ha usa­to toni molto duri contro il Popolo del­la Libertà e non ha risparmiato criti­che al Governo Berlusconi, ma ha escluso ribaltoni e cambi di maggio­ranza. Al contrario, ha assicurato che, con un nuovo «patto di legislatura» l'attuale governo andrà avanti fino al termine naturale del mandato. Il pre­sidente della Camera ha pronuncia­to ieri sera l'atteso discorso alla festa tricolore di Mirabello, nel Ferrarese.


«Si va avanti - ha detto Fini - senza ri­baltoni o ribaltini, senza cambi di campo. E senza atteggiamenti che possano dare in alcun modo agli elet­tori la sensazione che noi si abbia rac­colto voti nel centrodestra per poi por­tarli da qualche altra parte».

Ma si va avanti, ha anche avvertito il presiden­te della Camera, «convinti della ne­cessità di onorare quel patto con gli elettori, ma fino in fondo, senza ma­gari aggiungerci qualche parte che nel programma non c'era e che invece di­venta un'emergenza».


«Avanzeremo in Parlamento con spi­rito costruttivo le nostre proposte. Non per remare contro, ma per far cammi­nare il Governo più veloce», ha ag­giunto il capo di Futuro e Libertà, pre­cisando che «cercheremo di dar vita a quello che è stato chiamato un pat­to di legislatura per arrivare al termi­ne dei cinque anni e riempire di fatti concreti gli anni che separano dal vo­to. Un nuovo patto di legislatura che non sia un tavolo a due gambe».


«Ber­lusconi - ha proseguito Fini - mette­rà da parte l'ostracismo perché noi non ci fermiamo e andiamo avanti. Ha ben compreso che non servono a nulla gli ultimatum». «Berlusconi ha diritto di governare perché scelto da­gli elettori. E pensare a scorciatoie giu­diziarie per toglierlo di mezzo è una lesione alla sovranità dello Stato».


Se sul fronte governativo Fini è stato conciliante, su quello del Popolo del­la Libertà e della sua espulsione ha usato toni durissimi:

l'estromissione dal PdL è «un atto, e non ho nessuna difficoltà a dirlo, che forse è stato ispi­rato a chi lo ha scritto, e so che non lo ha scritto Berlusconi, da quel libro ne­ro del comunismo che ci fu consegna­to quando demmo vita ad Alleanza nazionale perché soltanto dalle pagi­ne del peggior stalinismo si può esse­re messi alla porta senza alcun con­traddittorio e con motivazioni che so­no assolutamente ridicole».


Secondo Fini «il Popolo della Liber­tà non c'è più», per cui «non potrà accadere che Futuro e Libertà possa rientrare in ciò che non c'e più». At­tualmente, ha aggiunto, «c'è il parti­to del predellino, ma il Popolo della Libertà non c'è più. È in qualche mo­do Forza Italia che si è allargato».

«Il PdL come lo avevamo immaginato e conosciuto non esiste più, è finito il 29 luglio», quando l'ufficio di pre­sidenza lo ha di fatto espulso dal par­tito. «Il PdL non può essere derubri­cato a contorno del leader, un gran­de partito deve essere qualcosa di più del coro dei plaudenti». Un gran­de partito liberale, ha aggiunto il pre­sidente della Camera, «deve essere una fucina di idee, un polmone che respira e che dà ossigeno anche al­l'intera azione del governo».


«Riven­dicare il diritto di avanzare delle pro­poste, la necessità di esprimere del­le critiche, di svolgere delle analisi e fare delle valutazioni non può esse­re frazionismo, boicottaggio, contro­canto. È piuttosto democrazia inter­na, altro che teatrino della politica»


. Importante il passaggio sul federali­smo, questione cruciale per il Gover­no: «Bossi - ha detto Fini - è un leader popolare, abbiamo polemizzato tan­te volte, solo chi non conosce la sto­ria oltre che la geografia può pensare che la Padania esista davvero. Ma ca­pisce che quella bandiera che ha al­zato per primo, fra lo scetticismo e l'ironia, quella del federalismo, oggi può essere bandiera che determine­rebbe il compimento di una missio­ne storica. Quel federalismo è possi­bile solo se è nell'interesse di tutta Ita­lia, non solo in quello della parte più progredita».


La riforma del federali­smo fiscale in questo senso deve ser­vire, secondo Fini, «per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia», ha afferma­to il presidente della Camera. RED.
 
 

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