Discussione: 25 aprile e buonsenso
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Vecchio 27-04-2009, 09:02   #1 (permalink)
mostromarino
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25 aprile e buonsenso

eccezionalmente non indico,


per il momento,

la fonte

lo faro`,naturalmente,piu`avanti


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C’ è voluto uno «scatto di fantasia» di Silvio Berlusconi – che finalmente ha partecipato ufficialmente alla ricorrenza – e il ritrovato buonsenso della sinistra perché, a sessantaquattro anni dalla fine della guerra, l’Italia festeggiasse finalmente il 25 aprile come la giornata della libertà ritrovata per tutti gli italiani. Chiamarla «della Liberazione» – anche se la guerra partigiana ha contribuito, se non alla vittoria, quanto meno a riscattare l’onore del Paese dopo l’avventura fascista – sarebbe troppo ed è, forse, venuto il momento di ammettere che più che «della Vittoria» si tratta del giorno in cui l’Italia è uscita sconfitta da una guerra sciagurata.

Ma ciò nulla toglie alla grandezza dell’evento.

Ha fatto bene, inoltre, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a invocare il rispetto

anche per coloro i quali sono morti combattendo dalla
parte sbagliata, quella della Repubblica di Salò,

che non avevano combattuto da quella giusta per un malinteso senso dell’onore nei confronti del giuramento che avevano fatto non tanto al fascismo quanto all’Italia di cui si sentivano cittadini.


Il presidente del Consiglio ha detto che è stata la giornata della libertà contro i totalitarismi.

Il plurale non è sbagliato.

La Resistenza non è stata una guerra di popolo «al singolare»; di resistenze ce ne sono state due.

Una, democratica, fatta dai cattolici, dai liberali, dai socialisti, dai repubblicani, dai monarchici, dagli azionisti, per portare l’Italia nel novero dei Paesi di democrazia liberale e a sistema economico capitalista e di mercato;


l’altra, totalitaria, combattuta dai comunisti con l’obiettivo di fare del Paese una «democrazia popolare» del tipo di quelle imposte dall’Armata Rossa

nell’Europa centrale e orientale sul modello dell’Unione Sovietica.


Aveva vinto la prima, ma ciò non aveva impedito che, immediata-mente prima e subito dopo il 25 aprile, scoppiasse in Italia una sorta di guerra civile scatenata dalla resistenza totalitaria nella quale avevano finito con essere coinvolti anche vasti settori della cittadinanza che fascisti non erano mai stati, ma che avevano il torto, agli occhi dei comunisti, di appartenere alla borghesia intellettuale democratica, terriera, industriale.



Era stata una brutta pagina – inutile e persino sbagliato nasconderselo – che aveva insanguinato l’immediato dopoguerra e dalla quale il Paese era uscito solo grazie all’adesione di De Gasperi al Piano Marshall e alla vittoria della Democrazia cristiana e dei partiti di centro alle elezioni del 18 aprile 1948.

Ma le conseguenze rimangono scritte nella Costituzione, che è stata un compromesso fra le componenti democratiche e quelle solidaristiche cattoliche e collettivistiche comuniste presenti nell’Assemblea costituente.

Forse, nel clima di ancora latente guerra civile, è stato un compromesso necessario; forse, lo stesso referendum monarchia-repubblica che ha dato la vittoria alla Repubblica con un risultato sul quale pesa ancora qualcosa di più dell’ombra di un imbroglio era stato anch’esso l’esito di una situazione ancora di precarietà istituzionale e democratica.

Ma resta il fatto che questa è la storia di quegli anni e negarla – ora che dei partiti presenti alla Costituente non ne è rimasto in vita nessuno e lo spettro del comunismo, per dirla con Marx, non s’aggira più per l’Europa – sarebbe truccare le carte in nome di un’Italia che non c’è più e fortunatamente non c’è mai stata.
Del tutto anacronistica, e persino democraticamente sospetta, appare, dunque, la difesa che alcuni costituzionalisti di scuola azionista – che illusoriamente aveva sperato di conciliare liberalismo e comunismo – e alcuni settori del mondo politico, reduci del comunismo e del solidarismo cattolico, fanno della Costituzione repubblicana. La verità è che, oggi più che mai, a fondamento della democrazia italiana non c’è l’antifascismo, ma la tutela democratico-liberale delle libertà e dei diritti naturali soggettivi dell’Individuo che non sono iscritti nella Carta, ma che nella Carta, se mai, trovano i propri limiti proprio in quelle astrazioni ideologiche, come l’utilità sociale, il progresso civile e quant’altro, che sono state il frutto del compromesso fra le due resistenze. Oggi, la difesa ad oltranza della Costituzione del 1948 è solo la difesa dello statu quo, di una rivoluzione che, allora, non ci fu, ma che si volle scrivere nella Carta con la speranza che prima o poi ci sarebbe stata, la rivoluzione proletaria.
Bene.

Questo 25 aprile ha spazzato definitivamente via le ultime scorie di quei giorni – che non furono, malgrado la fine della guerra e il ritorno della democrazia, un momento particolarmente felice della «nuova Italia» – ma le conseguenze istituzionali e politiche negative rimangono.

Senza rinnegare ciò che la guerra partigiana è stata – un momento alto e significativo per gli italiani nella battaglia per la propria liberazione dal nazifascismo – senza voler cancellare un tratto della storia stessa del Paese, perché la storia non si riscrive ad uso dei vincitori (la democrazia che si è imposta) e contro il totalitarismo vecchio e nuovo (il fascismo e il comunismo che hanno perso), forse è venuto il momento di chiedersi anche se non sarebbe il caso che le forze politiche dessero vita a una realistica discussione sulla natura delle loro libertà e dei loro diritti civili.

Senza reticenze e senza ipocrisie che altro non sarebbero che il rifiuto di far entrare finalmente l’Italia nella Modernità.

Certo, mettersi nella mani dell’attuale classe politica che guida l’Italia, sia dal governo sia dall’opposizione, in quelle di intellettuali che occupano le università e i giornali, la magistratura, anche quella più alta, in nome di una cultura condannata dalla storia, sarebbe, probabilmente, un rischio.

Chissà che combinerebbero; forse ne sortirebbe qualcosa di ancor più pasticciato e incoerente di quanto già non fecero i Costituenti nel 1947.

Ma se non si richiamano l’una e gli altri a assumersi le proprie responsabilità, il «grande equivoco» che ancora presiede ai «casi d’Italia» continuerebbe a pesare sul suo presente e, quel che è peggio, sul suo futuro.

Discuterne non costerebbe.

Prima di mettere mano a una revisione costituzionale, parlarne apertamente, avendo ben presenti i limiti dell’Ordinamento giuridico esistente e le prospettive di uno autenticamente democratico-liberale, sarebbe un modo per cancellare non una parte della storia nazionale, ma gli equivoci che essa ha generato.


Questo felice 25 aprile non può essere, per l’Italia, il punto d’arrivo, bensì quello di partenza o, se si vuole, una tappa significativa lungo il cammino da intraprendere verso una democrazia liberale più matura.

Altrimenti, finirebbe col ridursi a una sorta di furbastro «volemose bene» generale, nel solco della peggiore tradizione culturale e politica italiana: quella trasformistica; quella di cambiare qualcosa affinché non cambi nulla.